
Le società di produzione FilmNation e A Bigger Boat stanno sviluppando il progetto House at the End of the Street, un horror thriller che ha come intenzione quello di aggiornare il capolavoro di Alfred Hitchcock Psycho, come Disturbia ha fatto per La finestra sul cortile.
Il film si concentra su una teenager, Jennifer Lawrence, che si trasferisce con la madre in una nuova città e viene a sapere che la casa è poco distante da una lugubre villa dove è in passato stato compiuto un duplice omicidio. L’unico sopravvissuto a quell’inspiegabile massacro è un ragazzo con cui ha fatto amicizia.
La storia è stata scritta da Jonathan Mostow, regista di Terminator 3 e Il mondi dei replicanti ed è stata adattata allo schermo da David Loucka. La produzione dovrebbe iniziare a metà di luglio in Canada.
America Oggi è un film drammatico del 1993, diretto da Robert Altman con Andie Mc Dowell, Bruce Davison, Lily Tomlin, Tim Robbins, Jack Lemmon, Julianne Moore, Tom Waits, Robert Downey Junior e Matthew Modine.
Era il 1993 quando usciva America Oggi e io personalmente ero troppo piccolo per avvicinarmi a una pellicola del genere (Short Cuts il titolo originale). Fortunatamente ho recuperato non troppi anni dopo e ciclicamente è uno film che torno a “visitare”.
Forse perché, per ragioni personali e accademiche, mi sono spesso interessato alla letteratura, al costume e alla società americana, forse perché tra cast e regia è un filmone, fatto sta che anche se non era passato neanche un anno dall’ultima volta ieri sera l’ho rivisto per l’ennesima occasione e mi è sembrato un buono spunto di cui parlare. Per prima cosa va spiegato quel riferimento che ho fatto alla letteratura: infatti, forse non tutti sanno che il film è tratto da una serie di racconti di Raymond Carver, vate del minimalismo letterario americano.
Altman adatta quindi uno dei più grandi scrittori contemporanei e ne intreccia alcuni racconti singoli in un’unica trama riuscendo a fare combaciare toni, personaggi e situazioni. Più semplice a dirsi che a farsi ma il compianto Altman c’è riuscito anche grazie a un cast assolutamente incredibile in cui spiccano le prove del leggendario Jack Lemmon, di Julianne Moore e di Andy Mac Dowell.
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Great Directors svela fin dal suo titolo l’intento della regista Angela Ismailos. Un solo documentario infatti cerca di costruire uan celebrazione del mondo del cinema, dei film e (soprattutto) dei registi. La Ismailos ha infatti incontrato dieci registi tra i più acclamati, premiati e amati dal pubblico per conoscere i segreti della loro carriera e della loro vita.
Il documentario, presentato in anteprima al Festival di Venezia del 2009, offre uno sguardo personale e intimo dell’arte cinematografica e degli artisti che la creano, come Bernardo Bertolucci, David Lynch, Stephen Frears, Agnes Varda, Ken Loach, Liliana Cavani, Todd Haynes, Catherine Breillat, Richard Linklater e John Sayles.
Interviste che vanno al di là della semplice cronaca, ma incontri illuminanti ricchi di aneddoti e curiosità più o meno lontane nel tempo. Grandi registi che si presentano come esseri umani speciali che nella loro vita hanno avuto modo di lavorare e conoscere con altri “mostri sacri” (their feelings about the other great directors who inspired them (Bertolucci, per esempio, regala uno splendido omaggi a Pasolini e Bergman, mentre Haynes a Fassbinder.
Dopo il continua potete vedere il trailer del documentario, che presto sarà distribuito negli USA.
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In occasione del centenario della nascita del grande filmmaker, in anteprima mondiale alla 68a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2011, We Can’t Go Home Again, capolavoro postumo rimasto fin’ora invisibile.
Film sperimentale e multi-narrativo al confine tra cinema e arti visive, girato assieme ai giovani cineasti suoi allievi all’Harpur College, We Can’t Go Home Again era stato concepito da Nicholas Ray e sua moglie, Susan, affinché diventasse uno strumento per insegnare a fare cinema attraverso la pratica e non la teoria. Perché “l’unica maniera per imparare a fare un film, è attraverso un altro film“. E proprio Susan Ray si occuperà di completare il montaggio del film secondo le intenzioni del regista e a restaturarlo così che possa essere proiettato alla Mostra 2011.
Considerato “il lavoro di un pazzo” da qualcuno, un’opera d’avanguardia da altri, We Can’t Go Home Again rimane una prova cinematografica straordinariamente forte e innovativa, celebrata dai più grandi cineasti contemporanei, come Wim Wenders. Marco Müller aveva già proiettato le due versioni incomplete del film quando era direttore del Film Festival Rotterdam.
Fonte: La Biennale

Sulla scia dei due ricchissimi posts redatti da Carla nei giorni scorsi, dopo aver approfondito la nostra conoscenza (o magari aver incontrato per la prima volta) del Nosferatu di Murnau e di Dracula con Bela Lugosi, oggi parliamo di Per Favore, Non Mordermi Sul Collo. Nessun paragone con Twilight o New Moon, solo la voglia - per noi cinefili - di rispolverare e commentare insieme un bel film, oltre alla speranza che chi ancora non lo conosce trovi lo spunto per ampliare la propria cultura cinematografica.
Per favore non mordermi sul collo (The Fearless Vampire Killers - Commedia, G.B./USA 1967) Regia di Roman Polanski, con Alfie Bass, Sharon Tate, Roman Polanski, Terry Downes, Jack MacGowran.
Il professore Abronsius, stimato accademico specializzatosi nello studio del vampirismo, arriva con il suo assistente - il timido e imbranato Alfred - nei pressi di un castello della Transilvania, abitato da un gruppo di vampiri. Spinto dalla sua curiosità Abronsius penetra nel castello insieme ad Alfred, il quale è intenzionato a portare in salvo Sarah (la bellissima Sharon Tate, che due anni dopo la realizzazione del film fu brutalmente assassinata dai seguaci di di Charles Manson), la giovane figlia di un locandiere rapita dal conte von Kroloc. I due cadono ben presto prigionieri del conte, il quale decide di trasformarli in vampiri ed aggiungerli alla sua corte. Prima che von Kroloc riesca a realizzare il suo disegno, Abronsius e Alfred riescono però a fuggire portando con loro Sarah. Imperdonabile errore, poiché la giovane è già stata morsa dal conte e si trasformerà presto in vampira…
La donna invisibile (USA, 1940, Commedia, durata 72′) Regia di A. Edward Sutherland con Virginia Bruce, John Barrymore, John Howard)
Ecco un film di cui correrei a fare un remake con qualche Jack Black e Cameron Diaz, se fossi un produttore di Hollywood con le spalle larghe, e se avessi davvero una buona capacità di persuasione.
Si tratta di una pellicola del 1940: “La donna invisibile”, con tanto di John Barrymore nel ruolo dell’eccentrico professor Gibbs. E’ la storia di un suo annuncio su un giornale, e delle sue conseguenze: “Si cerca un essere umano desideroso di diventare invisibile. Nessuna remunerazione”. Gibbs ha realmente inventato una macchina dell’invisibilità, che userà solo per le esigenze meno nobili e più sfortunate dei suoi clienti, fra cui una bellissima modella in difficoltà, interpretata da Virginia Bruce.
Già il solo trailer d’epoca è spassosissimo. Non viene persa una sola occasione di farsi gioco di qualunque cosa capiti a tiro, anche degli stessi limiti degli effetti speciali. Forse un remake sarebbe comunque vanaglorioso.
Nessuno gridi al miracolo! Non si tratta del trailer di un film scomparso e magicamente ritrovato. Un’abile montaggio di scene tratte da film classici (e meno) degli anni Cinquanta, ricostruisce una versione d’epoca di un ipotetico Ghostbuster in bianco e nero.
Riconoscete da quali film provengono alcune scene?
Abbiamo già ricordato che quaranta anni fa l’uomo metteva per la prima volta un piede sulla luna. Erano le 16.17, esattamente come ora.
Per l’occasione ci regaliamo una perla da cineteca. In questo filmato potere vedere Le Voiyage dans la Lune, di George Méliès un sogno cinematografico, in questo caso narrato da Madeleine Malthête-Méliès, dimostrazione di come il cinema ha sempre anticipato la storia umana (quella con la “S” maiuscola)!

Che sequel e remake piacciano (e non piacciano) è un argomento su cui spesso ci si trova a discutere, anche qui su Cineblog.
Una cosa è certa, da un film all’altro il tempo passa anche per gli attori che, nonostante ceroni e make up, non possono nascondere per sempre la loro età. Qualcuno si è divertito a immaginare le locandine dei “futuri” sequel di celebri film, in tema gerontofilo.
locandine dei Sequel




Il giardino dei Finzi Contini (drammatico, Italia, 1970, 94′) Regia di Vittorio De Sica con Fabio Testi, Inna Alexeievna, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli
In onda oggi alle 14.00 su La7
Ispirato da un romanzo di Giorgio Bassani, il grande Vittorio De Sica ha costruito uno dei suoi capolavori più importanti e riconosciuti all’estero, raccontando la storia della ricca famiglia ebrea dei Finzi-Contini. Nel grande giardino della villa di famiglia trascorrono liete le ore estive dei ragazzi, raccontante dalla voce di Giorgio, personificazione dell’io narrante del romanzo originale, giovane amico e innamorato dell’enigmatica Micòl. L’atmosfera diventa man mano più cupa con il passare del tempo. In Italia il fascismo è diventato una dittatura e le leggi razziali rischiano di mettere fine all’epopea della famiglia Finzi-Contini, come quella di tante altre famiglie ebraiche.
Il film di De Sica è stato premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 1971 e con il Premio Oscar come miglior film straniero nel 1972. Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani non era certo un film semplice da portare al cinema. Poco adatto a diventare una sceneggiatura per una assenza quasi totale di un classico intreccio di azione e sentimento. Diversi furono i nomi del cinema che furono tentati di affrontare la traduzione, ma che hanno desistito per le difficoltà che hanno incontrato. Il filtro narrativo infatti è quello della memoria, le psicologie dei personaggi ricostruite attraversi il pensiero di un adolescente innamorato.
Il Giardino dei Finzi Contini non è certo il film più facile di De Sica, ma è un esempio fondamentale per comprendere la grandezza della sua opera e l’espressività che il cinema italiano aveva raggiunto diverse decadi da, mentre oggi questo spirito sembra irrimediabilmente perso.