
Con il Festival di Berlino ormai abbondantemente dietro le spalle, e con due annunci importanti in saccoccia (Robert De Niro Presidente di Giuria, Midnight in Paris di Allen ad aprire le danze), Cineblog come ogni anno prova a fare i suoi pronostici sui film che vedremo al Festival di Cannes, che quest’anno si terrà dall’11 al 22 maggio. Un’edizione in cui Thierry Frémaux dovrà tirare fuori le unghie per riprendersi dalla deludente ultima edizione, e soprattutto stare attento ad un certo Marco Müller, che per l’ultima sua edizione veneziana promette scintille.
Al solito lo ripetiamo: si tratta di selezioni personali, di pronostici, e quasi nessuno dei seguenti titoli è dato per certo in alcuna selezione ufficiale del festival.
Stati Uniti
Si fa sempre un gran parlare dei film americani papabili per Cannes, e ogni anno qui su Cineblog ci immaginiamo grandi titoli. È anche vero però che le ultime edizioni, soprattutto l’ultima, hanno presentato pochi titoli statunitensi nelle sezioni principali (Fair Game era l’unico film americano in concorso nel 2010…). Ma tutto può succedere, e qualche nome che gira nell’aria è abbastanza certo ed è davvero interessante.
Da chi iniziare? Ovviamente da The Tree of Life, il film di Terrence Malick che è da Venezia 66 che ipotizziamo in ogni benedetto cartellone di ogni festival, da Cannes a Venezia, da Toronto fino anche a Roma. Sarà la volta buona? Almeno questo giro c’è una data d’uscita, ovvero il 18 maggio proprio in Francia (in Italia il 27): a meno che Malick non voglia fare il misterioso fino alla fine, e non c’è da escluderlo, la sua presenza a Cannes è quasi certa.

In seguito all’assegnazione degli ultimi Premi Oscar, Gianni Canova commenta: “Siamo di fronte ad un verdetto conservatore”, sottolineando come nessun elemento di ricerca e di innovazione si possano trovare ne Il discorso del Re, il film per cui Tom Hooper si è portato a casa 4 tra i maggiori riconoscimenti (film, regia, attore protagonista e sceneggiatura non originale).
Dalla scorsa edizione, l’Academy si è aperta ad una maggiore quantità in fatto di titoli nominabili a Miglior film dopo alcune polemiche che avevano investito le nomination delle ultime edizioni. Dopo due anni, possiamo iniziare a fare un tipo di ragionamento partendo da una tesi: è, scusate il francesismo, una paraculata. E non perché non fa piacere vedere 10 titoli segnalati, anzi, soprattutto se il livello è alto come quello di quest’anno, ma perché alla fin fine il meccanismo è sempre lo stesso.
Cambia la quantità ma non la sostanza, insomma. L’altr’anno verrà ricordato come l’edizione in cui finalmente l’Academy ebbe il coraggio di nominare come Miglior film un’opera come District 9, film senz’altro bellissimo ma lontano dai gusti e dai canoni degli Oscar. Quest’anno potrebbe essere ricordato come quello in cui vennero nominati il fantascientifico Inception e ben due film piccoli ed indipendenti come I ragazzi stanno bene e Un gelido inverno. E ormai la strada è spianata per assicurarsi ogni anno un bel film d’animazione nella decina, ovviamente targato Pixar (che se lo merita, per carità).
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Da gennaio a dicembre. Tra le classifiche dei critici, del pubblico, le classifiche personali dell’anno, i film più amati, i film più brutti e i film più deludenti, c’è di mezzo un anno intero. Un anno in cui il cinema si interseca con la storia. La storia mondiale e la storia italiana.
A meno di una settimana dalla fine del 2010, Cineblog ha deciso di ripercorrere alcune tappe dell’anno che sta per concludersi, e lo fa ovviamente dal punto di vista cinematografico. Con 25 immagini seguiremo alcuni avvenimenti che hanno colpito pubblico e stampa, addetti ai lavori, spettatori occasionali e fan di alcune personalità.
Abbiamo scelto di aprire questo post con un’immagine “zero”, non compresa nelle 25 scelte, che avesse a che fare con il 3D, ritornato di moda da un po’ di tempo e al centro ancora di dibattiti e discussioni. Non un “avvenimento”, evidentemente, ma uno degli argomenti che continua a scaldare le opinioni e che ha avuto, nel bene e nel male, di nuovo un ruolo centrale quest’anno.
Il 2010 chiaramente non si può racchiudere in una ventina di momenti, ci sembra banale sottolinearlo, ma queste sono solo alcune delle possibili scelte per ripercorrere un anno attraverso momenti che hanno fatto in un modo o nell’altro discutere. Per parlarne ancora, o forse semplicemente per ricordare.
Trovate le 25 immagini commentate dopo il salto, e fateci sapere nei commenti cosa ne pensate e, visto che sicuramente qualcosa ci sarà sfuggito, cosa vorreste ricordare anche voi di questo 2010.
Prendiamo due film, 127 Hours e Hereafter. Con il primo, Danny Boyle racconta una storia molto semplice con uno stile inaspettato, sicuramente personale, “videoclipparo” ed esagerato, dove il montaggio, le trovate “assurde”, le inquadrature impossibili e la musica la fanno da padroni. Clint Eastwood invece con il secondo racconta una storia rischiosa, dove si parla di morte, di Aldilà, di “doni” sovrannaturali, ma lo stile è decisamente classico, come il regista ci ha sempre abituato.
In mezzo a questi due opposti c’è tutto il cinema che si è visto durante il 28° Torino Film Festival. Un festival sorprendente e meraviglioso non solo per la quantità impressionante di ottimi film che il pubblico ha avuto occasione di vedere, ma anche per le questioni che tra le righe del programma si potevano scovare, scoprire ed analizzare.
Ma prima di affrontarle, pariamo del concorso. Che ha visto giustamente trionfare il film più bello della competizione, Winter’s bone di Debra Granik (miglior film, ma anche miglior attrice - ex aequo con Erica Rivas di Por tu culpa - e sceneggiatura): storia profondamente americana, variazione western, thriller d’atmosfera, tanta tensione ed emozione.
Al posto di Las marimbas del infierno, premio della Giuria ex aequo col bel Les signes Vitaux (rovinato in parte però dal finale), avremmo preferito trovare quel gioiello che è Small Town Murder Songs, piccolo film che lancia probabilmente un autore con le idee chiare. Si è parlato di Egoyan e dei Coen: forse è vero, ma il regista Ed Gass-Donnelly ha già anche una bella personalità.
L’andamento del concorso si è tenuto poi su un livello discreto, con tanti piccoli film validi e solo poche cose inspiegabili. A partire da Henry, unico film italiano in concorso e scandaloso Premio del pubblico (ma perché!?): mancano una sceneggiatura valida, una storia forte, una recitazione degna. C’è poi poco da urlare allo scandalo, forse nulla, anche se ci chiediamo ancora se il fasullo The Bang Bang Club, lo statico Blessed events e lo sperimentale Les hommes debout fossero proprio necessari all’interno della competizione.
Continua a leggere: Torino 2010: voti e considerazioni finali
Il post è PIENO ZEPPO DI SPOILER. Non leggete se non avete visto Inception. Consiglio: si astengano anche coloro che non hanno visto Memento, The Prestige e Il cavaliere oscuro.
Devo essere sincero. Durante la visione di Inception qualcosa mi respingeva, almeno all’inizio. Credo sia qualcosa legato all’effetto hype, quell’effetto allucinante che s’instaura nella mente quando una persona aspetta così tanto un’opera e l’attesa si fa man mano spasmodica, aumentata nel caso dell’Italia dalla distribuzione avvenuta con due mesi di ritardo.
Comunque sì, Inception ci ha messo a carburare, per quel che mi riguarda: forse perché l’hype scompare e ci si ritrova davanti allo schermo, perché l’opera è lì e tutto quello che hai immaginato (e ti hanno fatto immaginare: quanto è deleterea la pubblicità!) non combacia con le immagini. Ma allo stesso tempo, man mano che il film procedeva, mi seduceva. E mi sono trovato disorientato e sedotto. Christopher Nolan ha detto che voleva che fosse quello il risultato negli spettatori. Ma andiamo con ordine.
Quando al cinema uscì The Prestige, molti lo avevano scambiato per un film sulla magia e, guardando le immagini, un film di fantascienza. La lotta tra Robert Angier e Alfred Borden arrivava al punto in cui nella sfida senza esclusione di colpi veniva prevista anche una curiosa macchina inventata da Tesla. In sostanza, un film razionalista diventava improvvisamente un film che cedeva il passo ad elementi “soprannaturali”. Affascinante, ma forse un po’ sbandato.
Continua a leggere: Osservate attentamente - Appunti più o meno ordinati su Inception
Che gran peccato finire una Mostra del Cinema di Venezia in questo modo. Certo, i premi devono restare tali, al di là della qualità della selezione, ma si sa, alla fine ci si ferma sempre al giudizio sul Leone d’Oro, perdendo di vista 12 giorni di cinema, scoperte e sorprese, Oselle varie e tutto quel che volete. E così per ora la 67. Mostra finisce tra la rabbia e la delusione, con tanto di buu a Tarantino in sala stampa da parte dei giornalisti e un gestaccio di ritorno da parte del Presidente.
Ma il Leone d’Oro a Somewhere è solo la punta dell’iceberg di un meccanismo rovinato alla base. Perché Venezia il disagio lo sa creare benissimo, purtroppo. Se i malumori esplodono è perché sono stati ben coltivati per tutto il periodo del festival, colpa in primis di un programma realizzato malissimo e che ha costretto gli accreditati a dover fare scelte discutibili per vedere un film, perdendone altri.
Perché La pecora nera e Balada triste de Trompeta non hanno avuto la loro proiezione in Sala Darsena come tutti gli altri film del concorso? Perché se uno vuole o deve seguire tutti i film in concorso è praticamente costretto a perdersi il film di Scorsese? E perché The Town non aveva una proiezione per gli accrediti cinema (i famosi verde speranza)?
Continuiamo: perché I’m Still Here è stato proiettato solo in Sala Grande e poi nell’allucinante Sala Pasinetti (esiste ancora?)? Perché gli accrediti verdi devono sempre supplicare per entrare nelle sale che non sono per loro anche se ci sono ancora posti? E perché se nel programma un film può essere visto da “tutti gli accrediti” (rossi, blu, arancioni, verdi) si fanno passare prima i giornalisti anche se la priorità non esiste più? Che i rossi (e mi ci metto anche io, quindi anche i blu) imparino una volta per tutte ad andare alle loro proiezioni invece di far festa.
Continua a leggere: Venezia 2010: voti e considerazioni finali

La 67a Mostra del Cinema di Venezia è ai nastri di partenza, ad un mese abbondante dall’annuncio del programma ufficiale e dalle prime polemiche (quasi tutte italiane, ma non solo). Il cartellone, che abbiamo ormai sviscerato in lungo e in largo, ha sì almeno tre nomi che mancano all’appello (Malick, Landis ma soprattutto Carpenter), ma altri che sono delle vere chicche.
Il film sorpresa che verrà proiettato il 6 settembre pare essere europeo (bye bye ai tre nomi prima citati) e in costume: fate l’equazione e salta fuori The King’s Speech, confermato tra l’altro tempo fa proprio dal protagonista Colin Firth. Dove sta la sorpresa? Ce lo chiediamo anche noi, a meno che Müller non lanci uno dei suoi assi e ci lasci a bocca aperta: dopotutto Firth disse che il film sarebbe stato fuori concorso…
A rendere il cartellone comunque ricco, cinefilo ed interessante sono proprio quei nomi che in molti non si aspettavano. Ad esempio Vincent Gallo, che si prepara ad essere un po’ il protagonista della Mostra come fu l’anno scorso Werner Herzog: per lui un film in concorso (il misterioso Promises written in water), il ruolo da protagonista nel thriller polacco Essential killing di Jerzy Skolimowski, e un corto in Orizzonti, The Agent, con il figlio di Stallone, Sage.
Continua a leggere: Festival di Venezia 2010: ai nastri di partenza

Anche quest’anno andrò a Venezia per Cineblog e ci vado con una speranza: che il cinema non si contempli, non si guardi allo specchio; e esca da quella che, con paroloni, si chiama “autoreferenzialità”. Ecco, è proprio questo parolone che mi preoccupa. Sono reduce da un mini giro d’Italia per festival minori perché poco conosciuti. Ho visto piazze stracolme in deliziosi paesini che, per le serate col cinema, avevano fatto toeletta e si erano messi l’abito buono; si fa per dire, in certe sere calde anche bermuda e le gonnelline al vento vanno benissimo.
Non ci sono andato per fare lo spettatore. Presentavo i miei libri (che non cito) e il mio film documentario sulla Dolce Vita e i suo retroscena, “Via Veneto Set”. Ma soprattutto vedevo altri film e molti corti, in qualche caso si è trattato di qualche ripetizione estiva di pellicole già viste durante la scorsa stagione; o invece la conoscenza di quei corti che avevo perduto e che meritavano di essere conosciuti, certo non solo da me.
Corti che dimostrano, contro i pessimisti per partito preso, come i giovani registi più maturi stiano passando da sperimentazioni astratte a veri e proprie prove di lavoro. Dunque, se da un lato le rassegne dei film consentivano un bilancio (com’è avvenuto per il Tuscia Film Festival) del momento che il cinema giovane più maturo sta positivamente attraversando; dall’altra, si poteva notare qualcosa che contrasta la situazione di cellophane che circonda spesso il cinema, specie quello targato Mostra o altri festival, insomma i film cosiddetti d’autore, che nasce con le sette camicie di una comoda ma passiva, interessata attenzione.
Continua a leggere: Venezia 2010: Quando il cinema si guarda allo specchio
In attesa che il discusso reboot diretto da Samuel Bayer arrivi (in ritardo) il 25 agosto nelle nostre sale, facciamo un passo indietro e torniamo al 1984, data epocale per il cinema horror. Nasceva infatti una delle icone più longeve ed amate del genere (e non solo), che sarebbe vissuta in altri film e serie televisive. Cineblog oggi vi riporta al primo, mitico film…
Nightmare - Dal profondo della notte (A Nightmare on Elm Street, USA, 1984) di Wes Craven; con Robert Englund, Heather Langenkamp, Johnny Depp, Ronee Blakley, John Saxon.
Marge ha appena barricato le finestre della sua ridente villetta a schiera al 1428 di Elm Street e, accendendosi una sigaretta, invita la figlia Nancy a scendere in cantina. Le racconta la storia di Fred Krueger, un maniaco omicida che anni prima aveva assassinato una ventina di bambini: per colpa di alcuni problemi burocratici, l’assassino era però stato lasciato in libertà. Così alcuni genitori, compresa Marge, si erano fatti giustizia da soli, bruciando vivo Krueger…
Ma l’Uomo Nero non è morto: il boogeyman per eccellenza degli anni ‘80 e di un’intera generazione vive nel mondo degli incubi e tormenta i teenager di Springwood. E la scena la dice assai lunga sulla stratificazione politica di Nightmare - Dal profondo della notte, film culto del New Horror e titolo importantissimo per capire le vere potenzialità del genere e per amare Wes Craven, nonostante si sia ultimamente perso e abbia smarrito in qualche modo l’originalità di un tempo.
Nightmare - Dal profondo della notte: uno sguardo all’originale in attesa del reboot




Devo essere sincera: il Mio Mini Pony non mi è mai piaciuto. Ma quando il nostro lettore Enrico mi ha mandato la sua segnalazione mi sono innamorata all’istante. Sì, quello che vedete qui sopra è un Mini Pony alternativo trasformato in My Little Alien Pony. Voglio dire: non è un amore? Mi complimento con tutti gli autori dei Pony e per i crediti vi rimando direttamente alla pagina con tutti i link.
Quando il Mio Mini Pony incontra il cinema









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