The Hurt Locker (The Hurt Locker, USA, 2008) di Kathryn Bigelow; con Jeremy Renner, David Morse, Anthony Mackie, Christian Camargo, Brian Geraghty, Kristoffer Ryan Winters, Malcolm Barrett, Sam Redford, Ralph Fiennes, Guy Pearce.
Benvenuti alla visione del film a malincuore più confuso (e forse ipocrita) dell’anno, checché se ne dica in giro. The Hurt Locker, il nuovo, attesissimo film dell’amatissima (anche da noi) Kathryn Bigelow è stato accolto con un bagno di applausi a Venezia e con recensioni formidabili da più o meno tutti i giornali di entrambi gli schieramenti politici.
E forse questo dovrebbe far scattare un campanello d’allarme: com’è possibile che sia di qua sia di là si possa aver detto che siamo di fronte al miglior film sull’Iraq? Escludendo per ora il discorso che di film sull’Iraq ne sono usciti pochissimi, comunque, e si potranno tirare le fila del “genere” tra almeno una decina d’anni, ci dev’essere stato per forza un fraintendimento del messaggio del film da parte di qualcuno, forse molti.
Che siano state le opinioni politiche della Bigelow, che non è certo una a favore della guerra, a far pensare in generale che The Hurt Locker è innanzitutto un film sulla paura che i soldati provano andando in guerra, tanto da diventarne irrimediabilmente drogati? Sarebbe sicuramente vero se qualche sequenza non facesse pensare il contrario, soprattutto un finale che non può non confermare il dubbio che la morale della pellicola sia decisamente dubbia.
The Hurt Locker si apre con una sequenza altamente drammatica che vede per protagonista Guy Pearce in un cammeo di lusso (un altro è quello di Ralph Fiennes). Impegnato nella disinnescazione di una bomba, il ragazzo ne rimarrà vittima. Registicamente c’è già molto dello stile che la Bigelow utilizzerà lungo le due ore abbondanti di pellicola: tornano le soggettive (di certo non tanto quanto Strange Days), un ritmo è sostenutissimo e un’alta tensione continua.
Infatti il nuovo film della Bigelow è tutto meno che brutto da vedere. Ma d’altronde la regista più macha di sempre non ha mai deluso nei suoi film d’azione dal punto di vista dell’estetica. The Hurt Locker è coinvolgente e ottimo cinema d’intrattenimento, che qualcuno definirà “medio”, e che invece dimostra come si può far entrare lo spettatore nel mezzo del campo di battaglia. Purtroppo però entra in gioco la sceneggiatura.
Secondo film tutto al maschile dopo il discusso e discutibile K-19 della regista, il film è stato sceneggiato dal giornalista “embedded” Mark Boal, che ha vissuto assieme ad una squadra di artificieri a Baghdad e ne ha tratto un reportage. Il film quindi parte da un’inchiesta vera e reale, e si vede subito che la Bigelow vuole utilizzare la sua solidissima e adrenalinica tecnica al servizio di una trama che punta ad essere realista.
Non un film partigiano, è stato detto, e non un film che vuole polemizzare, ma semplicemente raccontare. Tutto perfetto se, come si diceva prima, il film non sembrasse prendere una netta posizione man mano che il film giunge alla fine. E non è certo una posizione che farà contenti coloro che hanno amato Redacted, che nella sua analisi sperimentale del cinema, del linguaggio e dei mass media urlava l’orrore di una guerra tremenda.
Se è vero che il protagonista William James intepretato da Jeremy Renner è la rappresentazione perfetta dell’assunto iniziale (i soldati sono drogati di guerra, spaventati e quindi forgiati), è anche vero che è un uomo senza più paura e al servizio di una causa che ama, forse addirittura non così errata. Ed è lo stereotipo di un novello Rambo il cui trauma però non è così straziante e terribile, ma che bensì serve a dare coraggio per andare avanti, alimentando l’eroismo.
L’arietta da filmaccio americano si fa sempre più pressante, e non si biasima i pochi che hanno dichiarato di averlo odiato (anche in redazione). Perché così com’è The Hurt Locker resta “solo” un bel film da godersi con gli amici, probabilmente staccando il cervello. Sufficienza di rammarico per quello che poteva essere un capolavoro, e che avrebbe dovuto usare una sceneggiatura che “polemizzasse”, forse: sarebbe stato sicuramente meno ambiguo, fraintendibile e alla fine utile.
Voto Gabriele: 7
Voto Simona: 7
mauro-lanari
05 mag 2010 - 09:49 - #1La Bigelow riprende il tema a lei più caro dai tempi di “Point Break” (1991): la droga del vivere al massimo, uno o diecimila giorni che siano, piuttosto che trascinarsi nell’anonimato del sopravvivere spersi fra i cereali d’un supermarket con moglie e pargoletto estranei, stranieri, ostili e letali peggio di qualsiasi nemico sul campo di battaglia. La quieta esistenza civile non è meno belligerante d’uno scontro a fuoco, è solo più camuffata, falsa e ridicola. Se dunque “war addiction” ha da essere, conviene sapersi scegliere la guerra migliore. Insomma la didascalia dell’incipit, qualora interpretata in modo per l’appunto convenzionale, può travisare l’intera comprensione di “The Hurt Locker” riducendolo a ciò che non è: un’opera antimilitarista. Il personaggio recitato da Jeremy Renner è al di là del militarismo o meno, e come artificiere in perenne caccia di guai la sua presunta follia ha un metodo e soprattutto un senso. La sua prova d’attore annulla chiunque altro (Guy Pearce, David Morse e Ralph Fiennes): un “one man show” nella vita così come davvero dinanzi a ogni esplosivo da disinnescare, il quale non consente alcun effettivo gioco di squadra. In “Point Break” il rigetto della lenta agonia da ménage familiare veniva espresso in modo troppo ricercato, alla moda, con protagonisti di grido e sceneggiatura da cartoline esotiche, qui invece il messaggio viene contestualizzato in un ambiente e tramite un ritmo pressoché documentaristici, apparentemente banali e insignificanti nel loro svolgersi con un taglio minimalista, ordinario, mai sopra le righe per quanto teso, intenso e adrenalinico. Tuttavia la Bigelow incasina completamente il finale: Renner perde la capacità di stabilire relazioni umane pure coi bimbi “adottati” in Iraq e coi suoi commilitoni, giunti a disprezzarlo o a volerlo morto. Il rilancio per una missione d’un anno intero è dunque solo motivato da puro nichilismo. Al che, allora, si dissolve ogni differenza col nulla borghese che aveva già a disposizione restando a casa.
stefano.mhf
18 nov 2011 - 19:10 - #2Bellissimo!