E’ uscito venerdì nei cinema americani Frost/Nixon, nuovo film di Ron Howard, che punta agli Oscar dopo il trionfo di A Beautiful Mind. Film che porterà in sala lo storico incontro televisivo avvenuto tra Nixon e il giornalista Frost nel 1977, dopo che il primo, passato lo scandalo Watergate, era rimasto in silenzio per tre anni. Un duello che vide Nixon soccombere, di fronte all’incalzante e sorprendente Frost, preso inizialmente sottogamba dallo stesso ex Presidente.
Tratto dall’omonimo lavoro teatrale di Peter Morgan, sceneggiatore di The Queen e L’ultimo Re di Scozia, il film, costato 35 milioni di dollari, vedrà Frank Langella nei panni di Nixon, dopo averli indossati anche nella pièce teatrale, vincendo un Tony Award, e Michael Sheen nei panni di David Frost, dopo aver vestito quelli di Tony Blair in The Queen.
Aspettando i primi responsi del botteghino americano, cliccate pure su continua per dare un’occhiata al secondo spot tv del film.
paolino
07 dic 2008 - 12:12 - #1Visto qualche giorno fa… Non esaltante ma un film molto solido.
francesco8787878787
07 dic 2008 - 14:57 - #2paolino sei stato a sorrento? com’era Katyn?
mauro-lanari
23 gen 2010 - 14:13 - #3La missione Apollo 13 fu “un fallimento di successo” e la NASA si trovò coi fondi tagliati. Dal 1995 Ron Howard approfondisce l’esame di quale sia il prezzo dell’ammettere una sconfitta. Chi s’azzarda nell’autocritica, cioè in quel che dovrebbe costituire l’esempio più elevato della cultura ominide, finisce come il Nixon mostratoci da questo capolavoro dell’ex “Happy Days”: viene ridicolizzato pubblicamente, secondo una modalità paleoantropologica che premia solo il più forte in machismo, appeal e celodurismo, tipo il suo rivale Kennedy playboy e fotogenico, modello d’invidia per i maschi, oggetto del desiderio per le donne. Il Nixon finzionale della pellicola avrebbe meritato una presidenza a vita, invece è passato alla storia col suffisso “-gate” applicato a ogni nuovo scandalo statunitense. Il “family boy” Cunningham si sta prendendo una solenne rivincita personale grazie a una filmografia tutta focalizzata verso i giochi omicidi alla Nash, il matriarcato alla Dan Brown e adesso il governo democratico imperniato ancora su princìpi etologici o entomologici. La severa autoanalisi e la denuncia della propria fragilità restano sempre e comunque roba da perdenti, fallaci e falliti, “loser” vergognosi e irrecuperabili al confronto di santi ed eroi senza macchia, invitti e invincibili. Il darwinismo sociale, o forse meglio dire sociobiologico su base genetica, persiste nell’annientare una selezione del migliore fondata sulla saggezza consapevole ed esplicita della nostra fin qui irrimediabile incapacità di non sbagliare.