Un film in stop-motion non è uno scherzo. E Coraline rientra tra questi. Girare una storia con questa tecnica di animazione significa avere un’incredibile pazienza: prima per creare le scene ed i pupazzini, poi per modificare le varie facce con le diverse espressioni e i corpi con gli abiti, e poi per gli animatori che devono spostare in modo millimetrico i “protagonisti del film” in modo da avere un fotogramma che unito uno all’altro forma una sequenza. Il concetto è quello dell’animazione classica, solo che qui si applica alla terza dimensione poiché i pupazzetti sono reali, concreti.
Oggi vi portiamo sul set di Coraline e la porta magica, diretto da Henry Selick che già ci ha regalato perle come Nightmare Before Christmas. Il film uscirà nelle nostre sale il 3 luglio, in alcuni cinema anche in 3d così l’effetto dei pupazzini e della scenografia saranno veramente speciali!
Via: CinemaniaBlog
Coraline e la porta magica - Dietro le quinte: le foto



J.J. Drugo
28 apr 2009 - 15:25 - #1Credo che vadano veramente elogiati, deve volerci una pazienza infinita a fare un film così.
walter67
28 apr 2009 - 18:25 - #2già… soprattutto se pensi che se ciccano uno shot devono rifare tutta la sequenza dall’inizio O_o
Alex22g
27 mag 2009 - 17:45 - #3questi non sono film,sono opere d arte…io solo a vedere la realizzazione e la bellezza delle ambientazioni resto senza fiato..anni di lavoro giustificati dal prodotto finale..gran bel film,grande selick e tutta la troupè…
mauro-lanari
07 lug 2010 - 00:43 - #4Il mondo reale e quello in apparenza ideale ma di fatto distopico sono già pienamente presenti qui e ora nella vita di tutti i giorni e di tutti quanti, quindi l’uso della finzionalità edulcora fino a svilirlo ogni intento di denuncia, smorzando ed evitando qualsiasi esito da impatto diretto contro la verità nuda e cruda nonché già pronta-fatta. Nemmeno la descrizione dell’ipotetico tertium come possibile vera utopia avrebbe richiesto alcun effetto speciale, se non per l’ultimissima scena: il gatto magico, le eventuali forze della natura benigna che potrebbero agire per ribaltare il rapporto di forza con le altre cosiddette “normali” forze malefiche. In “Coraline”, per quanto s’antropomorfizzino le sparate metafisiche bergmaniane da “Settimo sigillo”, vi è pur sempre adoperato l’identico stile perversamente simbolico: sebbene la partita contro la morte diventi alla buon’ora il gioco contro la mortalità trasmessaci dai nostri genitori, comunque l’utilizzo della metafora, del fantasioso, del fantastico e del favolistico/fiabesco non può non tanfare come un boomerang timburtoniano rispetto agli stessi supposti propositi registici. Se in “Risky Business” (1983) il figlio si trova fregato dall’aver creduto un atto di ribellione, protesta e anticonformismo ciò che invece si svela la perfetta espressione dell’imitatio patris, idem Coraline con la presunta madre ideale, strega megera aracnoide ma in realtà psicoticamente idealizzata. Inoltre la presunta volontà di denuncia da parte di Selick viene azzerata sia dal contenuto (i bimbi morti e angelicati) sia dalla forma usata, tale da rinforzare invece la psicosi da eliminazione del principio di realtà. Il bombardamento assiduo e martellante del disincanto induce come effetto l’assuefazione, l’anestetizzazione, la mitridatizzazione, insomma il reincanto. Nessun spettatore uscirà mai da film simili scandalizzato, sdegnato, traboccante d’indignazione per una presa di coscienza del vero stato delle cose.
(Si veda David Riesman, “La folla solitaria”, pp. 235-6: http://img810.imageshack.us/img810/3959/riesman.jpg)