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Bruno: i commenti della critica

Pubblicato: 28 ott 2009 da Carla Cigognini

bruno foto Sacha Baron Cohen

L’influenza ha colpito anche la redazione di Cineblog e la recensione di Bruno è in ritardo. Rimediamo proponendo alcuni estratti delle recensioni della carta stampata; a voi il film è piaciuto o no?

Roberto Nepoti - La Repubblica: Qualcuno crede che Borat sia il film più bestialmente scorretto di tutti i tempi? Ancora non conosce Brüno, dove Sacha Baron Cohen baratta i baffoni del macho reporter kazako con il viso e il corpo glabri di uno stilista austriaco gay deciso a diventare più famoso di Hitler. Anche Brüno va in America e non arretra davanti a nulla pur di guadagnarsi notorietà mediatica. Nel corso del film lo troviamo su un ring di catch circondato da sciami di omofobi; lo vediamo scambiare un bambino africano con un iPod e fare da mediatore nell’ eterno conflitto arabo-israeliano. A parecchi ha dato fastidio la nuova farsa a denti stretti di Baron Cohen: e proprio ai custodi del “politically correct” di cui il comico si fa beffe. Però è difficile negare due cose. La prima, che è divertente; l’ altra, che ridendo verde dell’ ossessione per l’ immagine e la mania del successo, il film ha anche una sua vena di moralità.

Fabio Ferzetti - Il Messaggero: Il problema è che in Italia non percepiremo mai il vero sapore di questo finto mockumentary costruito come il precedente Borat, perché doppieremmo anche i passeri sugli alberi, figuriamoci Sacha Baron Cohen. E tanto peggio se così crolla il principio stesso del film. Per ridere davvero bisogna aspettare l’incredibile “danza del membro” che conclude il provino hollywoodiano di Brüno. Quello almeno è a prova di doppiaggio.

bruno film sacha baron cohen

Alessio Guzzano - City: Il trucido giornalista kazako Borat mandava in tilt gli States: antisemita, razzista, maschilista e sessuomane per provocazione, stanava chi tutto ciò lo è davvero, all’ombra di educazioni e religioni ipocrite. Brüno è «il più famoso stilista di lingua tedesca, Germania esclusa», un bislacco gay austriaco che porta lo scompiglio nelle sfilate milanesi, va a cercare sconcia fortuna nella tv yankee, osa sedurre un senatore repubblicano, si becca un vaffa da Harrison Ford, adotta un baby nero barattandolo con un iPod rosso (edizione limitata), vorrebbe pacificare Israele, ma confonde gli homos con Hamas. Il tutto in forma di mockumentary, il finto (mock) documentario in cui gli intervistati e i testimoni di eventi fasulli danno il peggio di sé: immigrati messicani usati come sedie e casting imbarazzanti: «Vestirebbe sua figlia da nazista per farle gettare un bimbo ebreo in un forno?», «Se serve al suo film…». Baron Cohen è un ottimo performer che lancia scorrettissimi acuti divertenti: il corso di difesa dal dildo, la pornoseduta spiritica, Mel Adolf Gibson… Ma sono gag presto spente che lui rilancia buttandola sul ca… spinto. Nonostante i nobili ospiti canterini del finale, stavolta Sacha non è trasgressivo, è volgare. Una buffa anima in pene.

Bruno-Sacha-Baron-Cohen foto44

Michele Anselmi - Il Riformista: Confonde hummus (farina di ceci) con Hamas, frequenta istituti di bellezza anale, gira con improbabili completini di velcro terremotando le sfilate di moda, compra un orfanello nero con un i-Pod e lo immortala in foto sconvenienti, prova a rendersi eterosessuale ma la froceria è più forte di ogni “cura”. Ed è solo l’inizio. Ripescando il personaggio di Brüno, finto “fashionist” austriaco del finto programma “Funky-zeit”, il comico ebreo Sacha Baron Cohen pensava di ripetere il miracolo di Borat. Non è andata così. Negli Usa ha incassato appena 60 milioni di dollari: che la moda del “mockumentary” oltraggioso sia già finita? In più il doppiaggio inutilmente colorito di Pino Insegno, che altera battute e riferimenti, buttando tutto in caciara, non aiuta. Se nell’originale la reazione stupefatta di alcuni intervistati, incluso il senatore Ron Paul, sembra genuina, nella versione italiana si perde l’effetto, tutto appare costruito, quindi fasullo. Naturalmente, la storiella è solo un pretesto: perso il posto per i guai combinati a Milano, il maldestro Brüno, caschetto biondo e perizoma a vista, vola a Los Angeles per diventare la più grande star austriaca dopo Schwarzy e Hitler (?). Tra falli veri e falli di gomma, riti bondage e scambi di coppia, il film cita Cruise e Madonna, sputtana i “convertitori di gay” e inchioda una certa omofobia redneck. Non è questione di volgarità: proprio non fa ridere. La cosa migliore è la canzone finale in stile “We are the children”, con Bono, Sting, Elton John e altri che si prestano allo sfottò.

bruno cohen moda milano

Maurizio Porro - Il Corriere della Sera: Baron Cohen non butta e non si nega nulla (si vede), è così scorretto che anche la volgarità in queste dosi diventa altro. Vuol guarire dalla gayezza, con momenti strepitosi nei colloqui con un pastore che somiglia all’ on. Brunetta. Poi l’ orgia etero, la scuola militare da Kubrick (uniforme ma con foulard), l’ arte marziale fatta con falli di gomma. Finale accoppiamento con l’ assistente sul ring tra folla omofobica: lo sposerà e canterà con Sting, Bono ed Elton John una canzone per la pace. Tra vero e falso - tenta anche di sedurre il senatore repubblicano Ron Paul - il film di Larry Charles, digeribile solo con una tonnellata di Maalox, esalta la fisicità autoctona di Cohen, il suo corpo glabro, moltiplicando le irriverenze di John Waters e attaccando tutto e tutti, anche i cosiddetti «tolleranti» nella confusione totale, amorale e grottesca della civiltà virtuale dettata dalla volgarità televisiva.

bruno film foto sacha baron cohen

Davide Turrini - Liberazione: Sacha Baron Cohen non esiste. Di film in film è altro da sé, personaggio cinematografico in continua mutazione. Dal rapper Ali G. (2002), passando al chiacchierato giornalista kazako Borat (2006), fino al factotum austriaco Bruno protagonista del film omonimo. Attraverso l’espressività del suo corpo e del suo viso, Baron Cohen altera la figura dell’attore fino a sostituirla totalmente con la presenza fittizia del personaggio. La nuova icona Bruno, oltre ad essere il prodotto materiale finale di costumisti e truccatori del film, è soprattutto una creatura artificiale ritoccata, levigata, depilata, gonfiata e sgonfiata. Un mostro che ha fagocitato l’interprete, dopo Borat e Ali G., senza lasciarne traccia. (…) La comicità di Sacha Baron Cohen si arricchisce di un ulteriore innalzamento del possibile limite del senso del pudore, dove il politicamente scorretto si mescola con il non visto della sfera sessuale. In Bruno l’asticciola del consentito in materia di sesso si alza parecchio mostrando congegni meccanici fallici per dondolare neonati, una lotta uomo a uomo con dei dildo, alcune sequenze “operative” di un’orgia , un accoppiamento tra uomini ricco di aggeggi sadomaso. Non una rivoluzione in termini, ma ben visibili scherzetti adolescenziali di un ottimo conoscitore della pornografia di genere. A ciò va aggiunto l’elemento clou della messa in scena, la filosofia che soggiace all’intera operazione Bruno , come a quella di Borat. La ricerca di realismo mentre si falsifica il vero. Cioè la possibilità di farci credere che le situazioni impossibili che accadono, che le reazioni inconsapevoli di ipotetici passanti finiti per caso in mezzo alla gag del protagonista (su tutti quella in cui Bruno, vestitini ebraici osé, vicino al muro del pianto di Gerusalemme, viene quasi linciato da alcuni infuriati ebrei ortodossi) siano reali. Questa è la trovata teorica che fa del regista Larry Charles, in combutta con Baron Cohen e con il fidato montatore James Thomas, un originale, anche se non proprio eticamente apprezzabile, provocatore di sguardi verso lo schermo. Ricordiamoci sempre, ad ogni dubbio di realismo, che Bruno è un truffaldino gioco delle parti. Tanto che nel titolo la u va rigorosamente con la dieresi, come per la u di Universal che distribuisce.

bruno manifesto

Simone Emiliani - Film Tv: Brüno guarda in macchina. Tutto il film passa attraverso i suoi occhi e il suo corpo. Proprio come Borat. Anzi da lì si è reincarnato. Tra i due personaggi c’è una mutazione fisica notevole. Ma la sua anima, irriverente e scandalosa, è rimasta la stessa. Sacha Baron Cohen prosegue così nel suo trasformismo, quasi una sorta di “nuovo Fregoli”. Il makeup lo muta totalmente, i vestiti e il look eccentrici sono sempre in primo piano. (…) A dirigerlo c’è ancora Larry Charles, che vorrebbe farlo diventare una scheggia impazzita alla stregua di Tom Shadyac con Jim Carrey. Con una sostanziale differenza. L’attore di Ace Ventura e Bugiardo bugiardo, oltre alla mimica facciale e all’elasticità fisica, sprigiona un’energia devastante dove alla fine il comico e il tragico diventano due facce della stessa medaglia (come confermato nello struggente Andy Kaufman dello straordinario Man on the Moon). Sacha Baron Cohen ha anche delle grandi potenzialità ma la sua figura è già delineata nella maschera che porta sullo schermo. Può divertire, essere trasgressiva, ma dà l’idea di non evolvere mai e di ripetersi, nonostante qualche trovata gustosa: come quella dell’intervista, dove al posto delle sedie ci sono delle persone disposte a quattro zampe; di Brüno che canta la ninna nanna al bambino; o lo squarcio di Harrison Ford che manda il protagonista a quel paese. Il film, dunque, dopo una partenza a razzo, si sgonfia subito e risulta via via particolarmente dispersivo nella sua dimensione mockumentary. Poteva essere un graffiante ritratto del mondo della moda, come lo scatenato Zoolander. Ma la presenza di Sacha Baron Cohen è troppo ingombrante. Paradossalmente, di lui restano più impressi quei pochi minuti del barbiere Pirelli in Sweeney Todd di Tim Burton.

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19 commenti

Commenti dei lettori

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  • Playrom93

    28 ott 2009 - 15:31 - #1
    0 punti
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    beh a me ha fatto ridere
    ….

    ma era troppo troppo volgare…pensavofosse come borat,ma è moooolto peggio…

  • Mastro di Gioco

    28 ott 2009 - 16:56 - #2
    0 punti
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    L’ho visto in inglese ad inizio estate. Due parole: volgare e noioso. Niente di diverso da un cinepanettone qualunque: “dickpussytits” e tutta la sala giù a ridere.

    Ah. Ah. Ah.

    Oh, guarda, un pisello. Ihihih.

    Le matte risate. Un pisello che dondola.

    Gli anglosassoni stanno diventanto gli italiani perfetti: finanziano l’industria dell’auto e fanno film con Pierino.

  • Profilo di alc0r

    alc0r

    28 ott 2009 - 17:12 - #3
    1 punto
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    Nei film di Cohen non bisogna fermarsi alla volgarita’ perche’ non e’ fine a se stessa. Il succo dei suoi film e’ quello di smascherare il finto politically correct, per cui deve provocare anche fino all’estremo.
    Si ride non per un pene che balla e parla, ma per battute come “gli ho dato un nome tipico di voi africaniamericani: Mike Tyson”, detto in un talk show pieno di afroamericani inconsapevoli di essere vittima di una sorta di candid camera.
    Si ride per un gay effemminatissimo e macchietta che va da un “redentore di gay (di livelli diversi)” e lo prende in giro, per le reazioni di una folla di omofobi di un incontro di wrestling che prima esalta la macchietta “etero” e poi scatena disprezzo violento per il diverso.
    Nei cinepanettoni la volgarita’ e’ fine a se stessa e basta.
    Non diciamo c@zz@t3.

  • Profilo di MarsPlastic

    MarsPlastic

    28 ott 2009 - 17:49 - #4
    -1 punto
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    se lo dici tu! …vado a pensare sulla metafora del pisello che dondola….

  • Profilo di LaniuS

    LaniuS

    28 ott 2009 - 19:25 - #5
    -2 punti
    Up Down

    Film a dir poco orrendo e spregievole!

  • Up

    28 ott 2009 - 19:34 - #6
    0 punti
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    No manca la recenzione di Cabona!!!!!!!!!!!!Quelle fannoridere più del film stesso!!!
    Perfetta quella del Riformista il film devo ancora vederlo ma non sono sicuro nemmeno di guardarlo

  • orsobruscomirror

    28 ott 2009 - 19:42 - #7
    1 punto
    Up Down

    @ alc0r:
    in realtà nella versione originale Bruno chiama il bambino O.J. (”I gave him a traditional African name… O.J.”… “WHAT?!?!?!”), riferito a O.J. Simpson, tristemente noto anche a noi in Italia per il massacro, la fuga, l’incredibile scagionatura… infatti non capisco questa traduzione ingiustificata. Purtroppo non è l’unica.
    @ MarsPlastic:
    è chiaro che il film può piacere o non piacere, è anche costruito ad arte per questo, far discutere e spaccare in due il pubblico. Però anche quel pene ha un perché, in quella sorta di pilot di trasmissione televisiva, volgare e narcisista, vacua di veri significati, impregnata di superficialità, in una parola *oscena*, come le trasmissioni che purtroppo la tv attuale ci propina (non solo italiana, ma anche estera), e che i giovanissimi, ahimè, si succhiano senza filtri di sorta. Bruno alla fine ci fa un disegnino, come a dire: ve lo devo sbattere in faccia per farvi capire che queste son tutte caXXate, e voi ve le state bevendo?
    Evidentemente sì… ci deve fare un disegnino, perché altrimenti non ci è chiaro…

  • orsobruscomirror

    28 ott 2009 - 19:44 - #8
    0 punti
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    Ti prego Lanius, spregevole (senza la “i”) è l’utilizzo scellerato della lingua Italiana…

  • Profilo di RobertaRock

    RobertaRock

    28 ott 2009 - 22:54 - #9
    0 punti
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    oh ragazzi se non volete vedere un film volgare guardatevi don matteo su rai 1

  • Profilo di Lapo

    Lapo

    29 ott 2009 - 01:25 - #10
    0 punti
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    mi dovrebbero pagare gli stessi soldi che ho speso per Borat per guardare sta schifezza…

  • Mastro di Gioco

    29 ott 2009 - 09:23 - #11
    0 punti
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    Ah certo, immaginavo l’automatica intellettualizzazione del pisello al vento.

    Cohen critica la società dello spettacolo, che è solo apparenza e superficialità. Ommammamia che pensiero profondo, Hollywood cattiva cattiva, che adotta i bambini in cambio dell’iPod.

    Sono sconvolto dalla critica sociale presente nel pisello che dondola. Non guarderò mai più la tv. Mi ha cambiato la vita, davvero.

    E poi il personaggio austriaco che vuole diventare più famoso di Hitler: ma dove l’hanno trovato un accostamento così originale? No dico: Austria, accento tedesco, Hitler… Ma chi ci aveva mai pensato prima? Questa è alta scuola comica, sul serio.

    Praticamente è Popper in versione cinematografica. E adesso ripetiamo insieme: una checca con un finto accento tedesco è critica sociale.

    Come Pierino, Boldi e Banfi.

  • orsobruscomirror

    29 ott 2009 - 09:54 - #12
    0 punti
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    Maestro, il tuo sarcasmo è molto più tagliente di quello di Cohen. Puoi farlo tu un film

  • Profilo di Sacha

    Sacha

    29 ott 2009 - 10:17 - #13
    0 punti
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    Pare che molti di voi non sappiano che Bruno e’ uno dei personaggi storici di Baron Cohen, contemporaneo di Ali G, fin dalle prime puntate del suo show TV in UK.
    Il film e’ eccessivo e clamorosamente debordante, ma chi se ne frega, e’ stato fatto apposta per essere cosi’. Ali G, Borat e Bruno hanno semmai lo stesso tipo di dialoghi, ovvero sempre confusionari (Hummus-Hamas), provocanti (il casting dei bambini.. “e’ abituato a manovrare macchinari pesanti e pericolosi?”) e fastidiosi per chi li subisce, e ne e’ oggetto di derisione. Per me esilaranti, poi, la cyclette-penetratore che dondola la culla.
    Piuttosto, sarei curioso di sapere come e’ stato accolto dalla comunita’ gay piu …”integralista”, perche’ anche quella non e’ che faccia una gran bella figura…
    A me e’ piaciuto, non solo per l’abbigliamento e le situazioni, quanto proprio per i dialoghi e le battute.
    Dovro’ rivederlo in Inglese, perche’ doppiare un film del genere e’ (oltre che obiettivamente difficile), e’ castrante al massimo grado.

    Ich bin Bruno, dove of peace.
    :D

  • Profilo di LaniuS

    LaniuS

    29 ott 2009 - 10:39 - #14
    0 punti
    Up Down

    @orsobruscomirror: Mi scusi se mi sono permesso di insultare le sue immense conoscenze della lingua italiana con la mia pochezza culturale…

  • Glocka

    29 ott 2009 - 11:37 - #15
    0 punti
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    Orribile..

  • lucy28

    29 ott 2009 - 16:24 - #16
    0 punti
    Up Down

    non ho ancora visto bruno ma pensò che lo farò presto…
    per quanto riguarda le critiche sulla (effettiva) volgarità che Cohen utilizza, non può assolutamente essere paragonata a quella di un cinepanettone, perchè come è già stato accennato tra le due c’è una differenza enorme.
    E’ pur vero che spesso, (faccio riferimento a Borat) Cohen disturba con le sue bravate, ma è anche vero che portano sempre ad una riflessione. Poi è divertente vedere la faccia della vera America, sempre fiera della sua popolazione always politically correct, mentre Borat/Bruno guasta loro i “piani” e fa venire fuori tutto ciò che di “marcio” l’america e gli americani sono soliti nascondere
    bisogna sempre andare oltre le apparenze! ;)

  • Profilo di L4D

    L4D

    29 ott 2009 - 18:40 - #17
    0 punti
    Up Down

    a me l’umorismo di quest’uomo prprio non va giù… volgarità a parte a volte eccede troppo e questo non fa che rendere ancora più pesanti da digereire i suoi film

  • Hartur

    08 nov 2009 - 21:04 - #18
    0 punti
    Up Down

    Uno dei film peggiori che abbia mai visto, non faceva ridere assolutamente e praticamente era un porno gay.

  • enzominnelli

    15 gen 2011 - 11:26 - #19
    0 punti
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    VERGOGNA! ai recensori dei nostri splendidi quotidiani che per neppure di fronte all’evidenza (la bruttezza eclatante di questo film) rinunciano ad apparire à la page. Incredibile meschinità di chi non ha il coraggio e l’onestà intellettuale (ma quanta ce ne vorrà poi?) di resistere al ridicolo ricatto di questo film idiota: se dici che è brutto vuol dire che stai dalla parte di Bono e delle melensaggini politicamente corrette che io voglio criticare. Con la scusa di una lettura “al secondo grado” (”tu non hai capito il film, tutto quello per cui lo critichi, proprio quello lui vuole criticare: l’ansia di successo, la frivolezza demenziale, l’esibizionismo, ecc.”) immerge la gente (quella che ci sta) nel “primo grado” di una cogxxonaggine insostenibile: un bagno di mexxa dove i nostri critici (a quanto pare) sguazzano con grande gioia. Un film che violenta l’intelligenza di chi, contro il politicamente corretto, vorrebbe invece dire qualcosa di intelligente. E che svilisce l’omosessualità più gravemente di qualsiasi omofobia. Per non parlare del livello infimo, davvero fognario, cui riduce qualsiasi riflessione artistica sul confine tra falso e vero.

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