
Tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti, (co-sceneggiatore dello stesso film)
“Io non ho Paura” di Gabriele Salvatores, racconta di un’ infanzia violata e di difficili e controversi rapporti familiari incorniciati negli anni 70, ricostruiti nel film con minuziosa e dettagliata attenzione.
Il protagonista della vicenda è un bambino di dieci anni di nome Michele, interpretato da un bravissimo Giuseppe Cristiano, che attraverso i suoi occhi, la genuinità, purezza, e l’ estrema sensibilità di cui solo un bambino è capace, narra del grande segreto che cambierà il resto della sua vita.
Anche se la vera protagonista è l’infanzia, quella rubata, destinata prepotentemente a trasformarsi in coraggio.
Un bellissimo film, che consiglio caldamente di vedere se non l’avete ancora fatto.
Un film di inquietudine “psicologica” e di grande grande tenerezza.
Un ottimo Diego Abatantuono.
Questa sera, ore 21, Canale 5
jena plissnik
17 apr 2006 - 14:36 - #1Bello, bello e ancora bello :-) Salvatores raramente se non mai, mi ha deluso.
Natalie
17 apr 2006 - 17:48 - #2assolutamente d’accordo. Adoro Salvatores..
JT
18 apr 2006 - 13:58 - #3Film bello, ma disgustosa la speculazione che fa canale 5 sui recenti fatti di cronaca
jena plisskin
18 apr 2006 - 15:21 - #4@JT: ho paura a chiederlo, perchè cosa hanno detto ?
Natalie
18 apr 2006 - 19:34 - #5penso ci si riferisca alla puntata di Matrix successiva al film…o sbaglio?
Come Dio comanda: insieme Ammaniti e Salvatores
04 apr 2007 - 15:53 - #6[…] Avevo adorato il romanzo di Niccolò Ammaniti Io non ho paura e così anche il film omonimo di Gabriele Salvatores. […]
Mauro Lanari
20 lug 2008 - 15:58 - #7Appoggiandosi al libro omonimo di Ammaniti, Salvatores recupera la tematica che più lo appassiona, quella del conflitto intergenerazionale. Solo che, grazie al testo dello scrittore, stavolta scende concretamente più nelle viscere: quel buco vuoto e oscuro in cui viene tenuto segregato il piccolo ostaggio è un simbolo uterino, la cavità reclusiva rappresenta la violenza materna della figura genitoriale femminile, mentre la pistolettata paterna indica l’apporto di violenza penetrativa della figura genitoriale maschile. Mafia, sì, ma nel senso di nucleo familiare come associazione a delinquere. E i figli crescono imitando ed emulando. Chance amorose? Forse dall’autonomizzazione filiale rispetto al branco, in un’inedita solidarietà intragenerazionale. Questa è l’ultima versione dell’utopia secondo la categoria storica di utopisti coetanei del regista. I quali però scrivono, filmano e comunicano ricorrendo ancora all’armamentario retorico delle metafore e delle allegorie, incapaci di denunciare la nostra condizione di gettatezza nel mondo con il linguaggio crudo del grado zero di semiosi, quello denotativo, referenziale, senza spazio oltre al significato letterale. Vigliacchi.