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Cannes 2011: La Pelle Che Abito - Recensione in Anteprima del film di Pedro Almodóvar

Pubblicato: 19 mag 2011 da Antonio

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La Piel Que Habito (Spagna, 2011). Di Pedro Almodóvar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Blanca Suárez, Fernando Cayo, José Luis Gómez, Bárbara Lennie, Eduard Fernández, Jan Cornet, Susi Sánchez, Roberto Álamo e Teresa Manresa.

E’ giovedì 19 Maggio, il che significa che tocca a Pedro Almodóvar entrare in scena con il suo La Piel Que Habito, in italiano La Pelle che Abito. Film particolare il suo, in pieno stile almodovariano. Una storia estrema, che sfiora questioni davvero delicate, nonché attualissime. Robert Lédgard (Antonio Banderas) è un affermato chirurgo che, però, nasconde un segreto. Il dottore, infatti, conduce sottobanco degli esperimenti sulla pelle umana, a scapito di una sola cavia. Nel momento stesso in cui prova ad uscire allo scoperto, il suo superiore lo mette in guardia: il rischio di oltrepassare i limiti della bioetica sono troppi.

In realtà, però, questo suo presunto eccesso di sincerità non è poi così onesto. Nei panni di un perverso, inquietante e violento dottor Frankestein, la sua creazione ha già raggiunto il suo ultimo stadio. Oramai non si può tornare più indietro. La differenza, rispetto al celeberrimo personaggio di Mary Shelly, è che il risultato dei suoi esperimenti non è frutto di alcuna profanazione di tombe. Quanto alle motivazioni che lo spingono a fare ciò che fa, anche qui intercorrono delle differenze sostanziali.

Abbiamo non a caso citato il racconto di fama mondiale della Shelley. Saranno anche passati due secoli da allora, ma i dilemmi che ci pone dinanzi la scienza, con le sue incrementate possibilità, sono ancora ben lungi dall’essere risolti in sede di Bioetica. La Piel Que Habito è tutt’altro che avulso da simili argomentazioni, delle quali si serve per raccontarci una storia dalla feroce violenza. No, non quella esplicita, che punta a colpire mediante il ricorso ad immagini cruente. Almodóvar è uno di quei registi a cui piace speculare sulla profondità dei propri personaggi. E così è anche in relazione a questa sua ultima fatica.

I suoi protagonisti danzano all’interno di uno scenario violentemente perverso, le cui basi poggiano su degli episodi altrettanto forti. Lo sviluppo della trama segue, passo dopo passo, lo svelamento dei veri profili di ognuno dei personaggi. Nessuno, all’interno di questo quadro, è ciò che è come dato acquisito. Le indoli personali sono frutto di un retaggio profondamente diverso per ciascuno di loro, dando un senso, seppur folle talvolta, a certe incomprensibili parole, azioni o anche solo pensieri.

Quest’ultimi, chiaramente, possiamo solo intuirli. Tuttavia, Almodóvar si muove davvero bene nell’ambito della strutturazione di ogni singola “marionetta”, rendendole “vive” e vulnerabili. Vulnerabilità che emerge prepotentemente nel momento in cui, per esempio, maturiamo fino a che punto la “creatura” del dottor Lédgard le sia sfuggita di mano. Ha dimenticato che dietro quell’involucro non si celava della semplice creta, ma un’anima, costretta ad un forzato anche se colpevole silenzio.

Non il tempo, non l’isolamento, non l’assurdità degli eventi. Nulla riesce a sopprimere la vera umanità di “ciò che abita sotto quella pelle“. A differenza di chi, invece, ha sciaguratamente compresso quell’ineffabile tesoro dentro a un guscio artificiale. Lo “scultore” diviene vittima della propria scultura, certo, ma non prima di essere diventato vittima di sé stesso. E per questo pagherà un prezzo davvero alto; e, come lui, anche coloro che hanno in qualche misura contribuito a renderlo il mostro che è diventato.

La Piel Que Habito, a nostro parere, preme i tasti giusti, e lo fa con efficacia. Senza prendersi eccessivamente sul serio, ma senza nemmeno sminuire certe tragedie che attengono tanto alla scienza quanto all’umano essere. Il tutto, operando un’introspezione condotta in maniera decisamente riuscita. Per una triste vicenda in cui non sembra esserci alcun vincitore, ma solo vinti. E questo, nonostante almeno uno riesca apparentemente a liberarsi dalle proprie catene. Nondimeno, il finale resta aperto… di conseguenza, chi può dirlo?

Voto Antonio: 8
Voto Federico: 5 (questo, molto semplicemente, non è Almodovar)
Voto Gabriele: 6 (è Almodovar. Però…)
Voto Carla: 7

1 stelle2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (3 Voti | Media: 5 su 5)
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5 commenti

Commenti dei lettori

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  • Domitilla Parigini

    19 mag 2011 - 19:20 - #1
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    L’assetto politico istituzionale della Spagna dopo Franco (1975) persegue un corretto rapporto fra Almodovar e la sua stralunata filmografianel primario interesse del cinefilo non dando certo per scontato a monte e a valle della situazione contingente, una congrua flessibilità delle strutture narrative che adopera in mnaiera onirica ma assolutamente magistrale. Un film da vedere!

  • Crugno

    22 giu 2011 - 10:19 - #2
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    Eeeehhhh?

  • Profilo di rokz

    rokz

    16 set 2011 - 08:45 - #3
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    Che brutto trailer

  • Profilo di frederickstudio

    frederickstudio

    24 set 2011 - 14:28 - #4
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    Forse non il migliore almodovar ma un film molto scioccante e che ti resta bene in mente! le bellissime e raffinate immagini di Almodovar che contrastano in maniera “armoniosa” con la tremenda vicenda! Elena Anaya una scoperta!

  • Profilo di mauro-lanari

    mauro-lanari

    28 feb 2012 - 21:08 - #5
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    (In collaborazione con Orietta Anibaldi)
    Dopo la sfuriata trasgressiva, scandalistica, provocatoria e iconoclasta degl’esordi, Almodóvar s’è assestato su alcuni punti tematici ricorrenti, affrontati con una cifra espressiva sempre più pacata e classicheggiante. “La legge del desiderio” (1987), “Légami” (1990) e “Tutto su mia madre” (1999) sono state le tappe decisive e conclusive per la formulazione del suo mondo autoriale: omosessualità, sadomasochismo, disvalorialità del maschile giudicato inetto nel proporre un vitalismo incondizionato. Fin qui sapeva eludere il cinema di nicchia poiché, pur partendo da un’ottica tanto ristretta e particolare, affrontava elementi del soggetto desiderante, gl’eccessi della passione, del sentimento e del bisogno d’amore, che coinvolgono tutti. Questo suo film più recente sembra invece costruito al contrario: sotto la pelle falsa, ingannevole, subdola e infìda della nobiltà d’animo che abita e ostenta, Almodóvar si svela settario ed egocentrato come non mai. Tolta la patina d’un racconto con chissà quali risvolti del più ampio respiro, troviamo di nuovo Banderas che stavolta tenta di clonare chirurgicamente la moglie morta, però a partire da un giovane che dunque viene trasformato in un vero e proprio trans op(erato) contro la sua volontà. Ci si chiede allora se il desiderio del protagonista sia realmente il tentativo di risuscitare il legame con la coniuge defunta o se tale desiderio svolga il compito d’una razionalizzazione per soddisfare un’esigenza gaya. L’ingrediente inserito nella sceneggiatura è troppo forzato per non suscitare dubbi. L’epilogo consiste nel ripudio dell’amore coatto all’opposto di “Légami” per tornare, in difesa della propria identità e delle proprie radici, a casa di mammà e all’interno della sfera femministico-matriarcale. Esito della fruizione filmica: perplessità come minimo, oppure disprezzo tout court.