
Private fears in public places (Petites peurs partagées) di Alain Resnais.
Uomini e donne che vivono e incrociano le loro vicende. Ok, come incipit si è già visto altrove molte volte e non stiamo parlando del massimo dell’originalità, me ne rendo conto. Ma andiamo oltre. C’è una coppia in crisi che cerca un appartamento in affitto, ma lui vuole a tutti i costi un trilocale per avere uno studio per sè, anche se non lavora, e questo infastidisce ancora di più lei. Poi c’è l’immobiliare della coppia, che prova un’attrazione erotica per la collega, bigotta ma che nasconde un segreto… erotico.
E c’è un barista con un padre malato che è sempre arrabbiato, e per tenerlo a bada è costretto a chiamare delle badanti, che prontamente fuggono via, l’ultima delle quali sarà la bigotta di prima. E c’è una ragazza, sorella dell’immobiliare, che finge di andare fuori con le amiche e in realtà se ne sta sempre sola, finchè non decide di conoscere via annuncio un uomo, il lui della coppia in crisi. Eccetera, eccetera. Un puzzle, un gioco ad incastro. Ma tutto questo, che come si diceva prima non è certo originalissimo, serve a Resnais per parlarci di qualcosa di molto serio: la solitudine. La terribile solitudine dell’uomo, che fa sì che tutto vada a rotoli, che fa sì che spesso si occorra indossare una maschera, che ci fa vivere pesantemente la nostra vita mentre fuori il tempo scorre fin troppo velocemente. Però la pellicola non è un pacco pesantissimo come potrebbe sembrare raccontata così, anzi: in realtà è leggera, ma di quella leggerezza che si prende i suoi tempi e lascia spazio allo spettatore per ragionare e capire. Forse poteva essere meno lunghetta, ma il film è davvero bellissimo anche così, grazie soprattutto alla regia strepitosa di Resnais (movimenti di macchina bellissimi e dolci, inquadrature originali, montaggio da tenere d’occhio, con stacchi sulla neve che cade…). Momenti di massima ilarità garantiti. Sarà Leone?
Voto Gabriele: 8
Voto Natalie: 8
Da Venezia la recensione di Non prendere impegni
22 nov 2006 - 00:20 - #1[…] Con tutto il rispetto per Tavarelli… ma basta. Ma basta cercare di voler raccontare la vita delle persone, nelle loro gioie e nelle loro sofferenze, con una sceneggiatura scritta malissimo! Vari personaggi, varie storie che ovviamente s’intrecciano. Ok, il punto di partenza è quello di Private fears in public places. Sì, scusate il paragone, adesso mi autoflagello, ma era solo per far vedere come viene sviluppato questo stesso punto di partenza non originalissimo: col film di Resnais si ride e si prova una strana sensazione di solitudine, e la regia è fantastica nel saperci trasmettere tutto questo; il film di Tavarelli abusa di luoghi comuni, sfiora il ridicolo in certe scenette, delinea macchiette da soap di seconda serata e non ci dice niente. Vuole raccontare l’Italia, ma racconta l’ennesima Italietta. Che non è quella de Il caimano, ma è quella della tv. Tra momenti ovviamente comici (alcuni, sinceramente, anche riusciti) e momenti drammatici, si arriva stanchi ad una fine ridicola e risaputa. E l’epilogo vorrebbe sposare la poesia, senza riuscirci. Sprecato il ricco cast. […]