Torna Jason Bourne!
E’ on line il trailer del terzo capitolo dedicato all’agente smemorato Jason Bourne, interpretato nuovamente, e ovviamente, da Matt Damon.
The Bourne Ultimatum, questo il titolo della pellicola, rivede al timone di pilotaggio Paul Greengrass, già regista del secondo capitolo, e dal trailer l’azione sembra nuovamente farla da padrona assoluta!
Le due precedenti pellicole hanno incassato nel mondo attorno ai 420 milioni di dollari, ecco il perchè di un terzo capitolo, che dovrebbe teoricamente chiudere definitivamente le avventure di Bourne. Ma è facile pensare che se dovesse andar bene al BoxOffice, un quarto capitolo diventerebbe più che un’ipotesi.
Il film, in uscita negli states il 3 agosto, in Italia lo vedremo il 19 ottobre del 2007, per il momento dobbiam accontentarci del trailer, che potete vedere cliccando qui!
INDASTRIA
29 mar 2007 - 18:57 - #1grande! non vedo l’ora
Hollywood - Man
29 mar 2007 - 19:17 - #2Veramente sono al terzo film perchè i libri sono 3…quindi dubito che ci sarà un quarto.
Inserviente
29 mar 2007 - 20:20 - #3Bello! Consiglio i primi 2 a tutti
Trew
30 mar 2007 - 15:32 - #4veramente bella serie
gamesblog
26 giu 2007 - 23:50 - #5[…] […]
cineblog
30 giu 2007 - 18:52 - #6[…] […]
Mauro Lanari
27 mar 2008 - 06:06 - #7GILROY: IL TRITTICO E OLTRE
In http://www.mymovies.it/pubblico/articolo/?id=238399 una ragazza ha sottolineato la diversità cromatica dei 3 cavalli incontrati da Clooney in “Michael Clayton”. Entriamo nel mondo del regista Gilroy, partendo però dal suo ruolo di sceneggiatore nella trilogia sull’identità di Jason Bourne. Durante il primo film il protagonista si scopre un falso cattivo, un killer che ha saputo opporsi alla propria ultima missione. Damon ne esce riabilitato come un fulgido paladino senza macchia: cavallo bianco. Nel secondo film egli invece è costretto a prendere atto che, pur tentando una nuova esistenza, i conti in sospeso col passato bussano alla porta, battono cassa e chiedono il saldo con gli interessi. E così l’eroe si svela incapace di proteggere e salvare la vita della donna amata: cavallo grigio/marrone. Nel terzo film Damon nutre l’illusione d’aver subìto un addestramento sperimentale, un lavaggio del cervello, un condizionamento pavloviano che gli ha deturpato personalità e carattere. Colpo di scena agghiacciante, uno degli squarci più atroci del cinema di questi ultimi anni. Dopo un dialogo decisivo col proprio medico istruttore, Damon ricorda d’aver sparato alcuni colpi di pistola in un angolo della stanza contro un prigioniero anonimo, legato, incappucciato, imbavagliato, inerme, completamente indifeso. Jason Bourne è il capitano David Webb, capace di freddare, giustiziare, ammazzare uno sconosciuto qualsiasi avviando la propria carriera di sicario privo di scrupoli volontariamente, con piena coscienza e intenzionalità: cavallo nero. Il pugno allo stomaco è dovuto pure al fatto che la ferocia di tale sequenza è inserita in quasi 6 ore d’una saga cinematografica banalmente d’azione e d’intrattenimento, semplice roba da popcorn mentre si passano in rassegna le imprese degli stunt impegnati a congegnare effetti sempre più mirabolanti. Il regista Greengrass pretende di poter liquidare il problema esprimendo un commento idiota come “rifiutato il passato, riscatto dal futuro”. Invece Gilroy, con quella scena, spalanca un abisso di portata metafisica: che fare quando il male attivo e passivo si annida non solo nella nostra memoria, ma ancor prima nella nostra reale e ontologica biografia, personale, collettiva, pre- ed extra-umana? Quale trionfo finché non irromperà una soluzione cronologicamente retroattiva? “Michael Clayton” è per Gilroy il 4° cavallo sapienzialmente apocalittico, funge da post-scriptum per esporre la morale solo implicita nella trilogia su Jason Bourne. Non sa fornire risposte, ma riformula domande spaventosamente e terribilmente disincantate. Prodotto da Soderbergh, è il loro anti-Brockovich.
Mauro Lanari
28 mar 2008 - 10:58 - #8È stato detto e scritto che la tetralogia di Gilroy s’inserisce nel filone inaugurato da “Memento”, l’interrogarsi sulla fragilità della memoria e sul nostro senso d’identità. Le date di distribuzione possono servire come conferma: il film di Nolan risale al 2000, mentre “The Bourne Identity” è di appena due anni dopo. Eppure Gilroy punta a smentire proprio la tesi di “Memento”, la tesi secondo cui le amnesie autobiografiche retrograde sono causate da un trauma specifico e non aspecifico, e di tipo organico invece che psichico. Anche Fincher, nella prima parte di “Fight Club” (1999), mostra solo gruppi di Auto Mutuo Aiuto per difficoltà d’ordine biologico, quando invece i gruppi AMA più numerosi sono quelli per disagio esistenziale. Insomma, al volgere del terzo millennio Gilroy lascia intendere di voler reindirizzare la filosofia del soggetto come un nuovo Forman tornato per aggiornare la denuncia dell’ideologia di psichiatri e neuroscienziati. Ma il suo capovolgimento rispetto a Nolan è ancora più profondo. Infatti, dopo aver ricondotto l’eziopatogenesi della mente al vissuto personale e impersonale, egli sostiene pure che la soluzione delle singole storie individuali non si dà in alcun modo proprio sul piano gnoseologico e localistico, bensì su quello ben più drastico della Storia che necessita d’essere rimpiazzata ontologicamente e globalmente.
Mauro Lanari
09 apr 2008 - 11:45 - #9OMERO E L’ETERODETERMINAZIONE
Ancor prima del totale sfascio della componente non profilmica in “Michael Clayton”, già nella trilogia di Jason Bourne si assiste a un crescendo nel degrado cromatico della fotografia, che regredisce a una desaturazione cromatica da pellicola degli anni ’70. Potrebbe essere un semplice tributo del regista Greengrass al film di riferimento “Il giorno dello sciacallo” (1975), ma potrebbe anche simboleggiare l’indagine a ritroso nel passato del protagonista alla ricerca della sua identità. Però il problema della filosofia del soggetto non consiste nella prospettiva né di questo primo Gilroy né del Nolan di “Memento”. Che un trauma sia aspecifico e sia anche psichico, NON esclude affatto che esso sia comunque frutto d’un condizionamento bioculturale che s’impone rispetto a ogni tentativo libertario di autodeterminazione. Se il capitano David Webb scopre d’essere diventato un killer implacabile intenzionalmente, deliberatamente, coscientemente, significa solo che egli NON ha scavato ancora più a fondo nell’individuazione del retaggio operato dal bagaglio dei fattori genetici e psicopedagogici che, per concausa interazionistica, lo hanno forgiato proprio con quel preciso carattere, quella personalità, quell’inevitabile propensione alla pseudo-scelta omicida. Egli è una MACCHINA assassina nel senso più pieno della parola. La vera identità di Jason Bourne è (Ja)son Bo(u)rn(e), il “figlio/prodotto della sua nascita”. Egli è il capitano David(e) contro il Golia delle “monolitiche” leggi cosmiche della Storia, le quali hanno già deciso, deliberato, stabilito per lui, come già intuito da Omero che attribuiva le sorti dei propri personaggi alla fatale arbitrarietà del destino, alla destinale aleatorietà del fato. L’autodeterminazione è una qualità d’esclusiva appartenenza a una condizione divina. Ma, appunto, “chi come Dio”, “Michael”?