Checco Zalone fa scoppiare il cinema, senza muovere un dito

Oziosa polemica su un film “Quo vado” che è simpatico, intelligente e dice “qualcosa” di utile a un vasto pubblico scontento del cinema italiano che fa fatica ma soprattutto ha perduto forza, in ogni senso…

Le polemiche fanno bene a “Quo vado” che solca le acque stagnanti del nostro cinema, trovando sulla stampa altra pubblicità gratuita di cui disporre. I miliardi sono la manna per chi lo ha fatto e inserito in una abile strategia: il “prodotto” di Pietro Valsecchi è di qualità, e va avanti, con serenità e profitti, dopo che Valsecchi ha appena pubblicato un romanzo che mi ha inviato e leggerò, in nome della stima reciproca, datata non da oggi.

Difficile capire l’origine delle critiche e della proteste sulla stampa, che peraltro costringono gli “opinionisti”, un coro di “inesperti” in quanto “esperti” di tutto, chiamati a dire la loro ma in realtà non fanno altro che allungare il brodo, senza chiarire alcun aspetto. Un aspetto che s’impone, e andrebbe trattato come si deve, con intelligenza, riguarda la sorte economica del nostro cinema che vive o sopravvive solitamente per qualche vittoria internazionale e per qualche commedia (in genere molto inferiore a “Quo vado”). Può accadere di leggere statistiche altalenanti da cui traspare una esistenza coronata di mezzi successi, benvenuti, e di exploit che fanno modeste primavere in ogni stagione.

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Un altro dato è che la produzione, sia pure ridotta rispetto ai gloriosi anni cinquanta e sessanta, non è priva di numeri. Cifre che vanno oltre i cento-cento cinquanta film l’anno, di cui solo una piccola parte resiste nelle sale e il resto scompare, nel macero della scarsa simpatia del pubblico e della scarsa capacità di chi organizza i film nel pubblicizzarli e predisporne la distribuzione. Non dico che non ci sia oggi, per fortuna, una qualche vitalità. Ma come viene ottenuta? Il giro di investimenti, compresi quelli dello Stato, è tale da vedere poi alla prova del fuoco del pubblico come risponde, aderisce il pubblico?

I pochi dati, gli incassi settimanali vengono pubblicati, ma finiscono nella burocrazia delle cronache, delle notizie, mentre le vie crucis a causa delle concorrenze straniere non sono finite, né finiranno mai; la reazione è debole. Insomma, le polemiche su Zalone non rappresentano nulla. Se non una disapprovazione tipica nella nostra società che, come ha scritto Claudio Magris, è pervasa da una matassa moralista che spunta sempre, come la testa del gallo che canta senza sosta il suo indignato chicchirichì.

So, tutti lo sanno, che la situazione è complessa, difficile, costellata da ostacoli mostruosi (le tv, le altre più comode forme di intrattenimento, eccetera), ma lo scoppio di polemiche è un mesto tripudio di fuochi d’artificio, di palloni e palloncini. Sarebbe utile e bello, anzi indispensabile, che qualcuno (dove sono gli economisti, gli esperti, le persone competenti?) sappia entrare nelle polemiche e fornire documentazione, illustrazione su una realtà che è in affanno da anni ma le soluzioni sembrano poche, deboli, provvisorie, indicando responsabilità statali, ministeriali, e basta, abitudine consunta dietro la quale c’è il vuoto di idee e di proposte. Se accade un successo la melassa si agita come una baiadera.

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