Il freddo fa bene al cinema Americano, a noi solo Il Sole a Catinelle e Quo Vado

“Revenant” e “The Hateful Eight” hanno in comune il gelo e la violenza, in attesa di un sereno che non verrà mai. Propongono due avventure ambientate nell’Ottocento,prima e dopo la “guerra di secessione”. Atroci storie, due bei film.

Siamo in inverno, il mite inverno italiano che ogni tanto s’incazza con sottozeri, alluvioni, nebbie, ma civetta col solicello, lascia il posto alle slavine ghiacciate di due film da ultra polo nord, “Revenant” di Alejandro González Iñárritu e “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. Il primo film l'ho visto in un cinema della Laguna veneziana in giorni tiepidi con sferzate di bora; il secondo, non in un cinema, ma nella sala di proiezione allestita al Teatro 5 di Cinecittà, lo studio di Fellini e dei suoi film a temperature ambiente, mai troppo caldo, mai troppo freddo.

Neve americana, neve del Montana e delle terre che si spingono verso il Canada. Il messicano americanizzato Inarritu si trova molto bene al ghiaccio con Leonardo di Caprio, puro ghiaccio doc, con ambienti e panorami rinforzati, persino troppo belli, a cura delle magie della postproduzione elettronica, nelle moviole che sono organi di bellezza ritoccata o rifatta. Un’avventura che ci ripiomba nel freddo in cui cacciatori di pelli, indiani, bisonti, militari, cow boys, rincorrono vita e morte battendo i denti e dandosela di santa ragione. “Revenant” ha il sapore di vecchie storie, da romanzi da epopea nell’America che non aveva ancora vissuto la “guerra di secessione” e i suoi morti li andava a collezionare nel deserto del frigo delle anime; unica cosa hot, le pistole e le frecce sibilanti dei pellerossa, belli come statue greche.

Avventure spietate e dolorose, cavalleresche, venate di umanità, meglio di quel che i giorni nostri ci passano tra globali fuochi di morte nei continenti.

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Tarantino entra in concorrenza con Inarrito. Se questi fa trovare rifugio al semicongelato Leonardo nella carcassa di un cavallo svuotata a mano, Tarantino trasforma in mattatoio una locanda a supersottozero, il sangue si coagula appena munto dai colpi di pistola. “The Hateful Eigh” mette insieme veri e falsi boia che lavorano di corda per lo stato che li paga o che vogliono derubare, ex graduati del Sud e del Nord nella “guerra di secessione” che si prendono a sbranarsi nello spazio loft, camera e cucina, molto sangue, pizzichi di veleno, pugnali e coltelli all’occorrenza.

Anche in questo caso, nello schermo enorme del Teatro 5, le immagini sono bellissime, e il pubblico può scegliere tra le riprese dal vero in mezzo alle montagne o le riprese fatte o ricomposte alla tastiera dei computer. All’interno della locanda, si parla di politica, storia, e soprattutto denaro, dollari, tra criminali e pensionati con la pistola in pugno. Ed è proprio questa la qualità del vivere in un obitorio al lavoro, col freddo che batte alla porta.

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Inarritu ha fatto un convincente film, nel senso proprio della fascinosa avventura animata dai duelli tra poveracci, tutti animati da sangue bollente. Tarantino ha fatto un film che va in profondità. Anime vive che muoiono dalla voglia di morire. Naufraghi senza orizzonti, paludati e persino ricercati nel parlare, carogne spietate nella “freddezza” dei colpi di pistola, distribuiti a iosa, anche nelle palle di un nero assatanato contro i bianchi,ansioso di vendetta e di giustizia. Qui la sceneggiatura è sapiente. Più densa e significativa rispetto a quella di “Revenant”. Il ritmo è lento perché le cose da dire sono crepitanti, anche a voci basse. Parte del pubblico si torce nelle poltrone provvisorie del Teatro 5 e lamenta la mancanza di sprint. Ma Tarantino non ama la velocità è un europeo, un italoamericano, gode a liberarsi dai freddi del vivere con dialoghi che si debbono sentire, vanno selezionati e assimilati. Meglio così. La pazienza vale, pazienza a conservare. La musica di Ennio Morricone incornicia il tutto e lo potenzia.

E noi? Sole a catinelle con Checco Zalone dal "quo vado" che lo porta a una Italia ipocrita e buona, ricattata dal passato contadino e in ansia nel futuro gelido (?) della globalizzazione. Ma per fortuna ci sono meno pistole, anche se il crimine serpeggia tra scartoffie, burocrazia, mazzette.

Da noi, ecco, queste è l’avventura. Paesaggi piccoli, voglia di dimenticare al sole. Però...

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