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Speciale Venezia: Nightwatching, il trailer

Pubblicato: 22 ago 2007 da Gabriele C.

Commenti dei lettori

Chi è un appassionato come il sottoscritto di Peter Greenaway sa quanto il maestro inglese ultimamente non abbia convinto con le sue ultime opere. E’ per questo che, vedendo il trailer di questo promettente Nightwatching, mi sono persino emozionato. Già, perchè guardando quelle immagini ho come l’impressione che Greenaway abbia abbandonato la sua concezione di “cinema morto” e di storie da raccontare come progetti multimediali e non con le solite tecniche cinematografiche, per tornare alle atmosfere e alla messa in scena di capolavori come Lo zoo di Venere o Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (per chi scrive, il suo film più bello, e anche quello più sconvolgente ed emozionante: alla faccia di chi dice che Greenaway è solo un calcolatore, come lo si dice di un altro grande in concorso a Venezia quest’anno, ovvero De Palma).

Dopo un film, 8 donne e 1/2 che mi era parso come l’ombra de I racconti del cuscino (ma senza avere la sua sensualità e la sua raffinatezza), e dopo un “progetto multimediale” diviso in tre parti, di cui noi abbiamo visto in sala solo la prima, l’estremo e irrisolto Le valigie di Tulse Luper, pare che il regista si sia proprio rimangiato quelle parole che avevano fatto storcere molti nasi (”il cinema è morto”) e ritorna a raccontare storie (credo) senza più la tecnica del picture in picture e i vari arzigogolii che avevano caratterizzato la seconda e discontinua parte della sua filmografia. E così ci narrerà della vita, professionale e privata, del maestro del barocco Rembrandt Harmenszoon Van Rijn. L’anno 1642 segna un punto di svolta nella vita del pittore olandese, che lo vede passare da rispettata celebrità a povero disoccupato. Rembrandt accetta di dipingere la Milizia civica di Amsterdam nel famoso La ronda di notte (o, appunto, Nightwatching). Ma c’è una cospirazione che potrebbe rovinarlo, e anche un omicidio…

Un film che sembra andare a nozze con Greenaway, certamente un regista ma anche pittore e raffinato studioso d’arte, e non è certo un caso che sin dal suo primo film, I misteri del giardino di Compton House, il nostro abbia voluto mettere a confronto l’uomo e l’arte, che fosse la pittura, l’architettura (Il ventre dell’architetto) o addirittura la calligrafia nel già citato I racconti del cuscino.


Sceneggiato al solito dal regista stesso, Nightwatching vede Martin Freeman nel ruolo di Rembrandt; la colonna sonora dovrebbe essere firmata da Giovanni Sollima, che mi sembra richiamino le bellissime musiche dei film di Greenaway firmate da Michael Nyman: il che è un bene.

Eccovi il trailer.

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6 commenti

Commenti dei lettori

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  • littletony!

    22 ago 2007 - 21:57 - #1
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    È vero Greenaway aveva non dico osato troppo, ma perso l’equilibrio fra composizione estetica e narrativa. 8 donne e mezzo non mi era piaciuto troppo, ma se per questo nemmeno I racconti del cuscino mi aveva entusiasmato (l’idea della calligrafia era molto bella, mentre alcune sequenze erano davvero pessime).

    Devo ammettere che per quanto trovi stimolante il suo cinema non si è mai davvero evoluto, e l’idea del cinema morto è banale e una delle cose piu stupide che abbia sentito. purtroppo greenaway ha fatto delle pessime scelte. credo sia stato battuto al suo stesso gioco da un regista che ha saputo coniugare teatro, cinema e installazione ma in un modo formidabile, e mi riferisco al Trier della trilogia americana.

    No io non direi che è un calcolatore, ma non credo nemmeno che metta troppa “pancia” nei suoi film. Sono certo che in futuro ci saranno tanti giovani registi che porteranno avanti e meglio del nostro autore, l’intersecazione dei medium visivi. The prospero’s Book è uno dei miei preferiti, ma forse sono di parte visto che si parla di libri…….peccato, l’idea delle valigie di Tulse Luper a me piaceva,non sviluppata in quel modo, ma non vorrei che abbandonasse la trilogia……speriamo

  • mluca

    23 ago 2007 - 00:44 - #2
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    caro Gabriele, nel ringraziarti per l’anteprima, vorrei dirti che anche io ho molto amato i primi film di pg (il cuoco, il ladro e giochi nell’acqua) nei quali il regista, nella composizione delle inquadrature, nei colori e nella fotografia, si ispirava dichiaratamente alla pittura di rubens, rembrandt, mantegna. il fatto che ora, da pittore quale è, dedichi un film a rembrandt ed in particolare ad uno dei suoi capolavori, forse al suo più grande capolavoro esposto ar rijksmuseum di amsterdam, rende l’operazione di grandissimo interesse.
    Sai per caso se e quando il film sarà distribuito nelle sale italiane?

  • Profilo di Gabriele C.

    Gabriele C.

    23 ago 2007 - 01:19 - #3
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    @littletony!: oggi come oggi preferisco anch’io von Trier a Greenaway. Credo che entrambi si siano “evoluti”: ma Greenaway ha sbandato alla grande nel suo percorso. Sinceramente L’ultima tempesta non mi ha mai detto un granchè: bellissimo da vedere, ma catatonico; so però di essere in minoranza ;D I miei preferiti del regista inglese sono Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, poi Lo zoo di Venere e Giochi nell’acqua. Mi piacciono molto anche I Misteri Del Giardino Di Compton House, Il ventre dell’architetto e appunto I racconti del cuscino, che mi ha irritato (forse nelle scene che ritieni pessime?) e allo stesso tempo affascinato. E poi ho trovato tutta la tecnica “multimediale” a servizio del racconto e non fine a se stessa… Mi manca però The Baby of Macon, che spero di vedere presto.
    Comunque di Tulse Luper gli altri due capitoli sono già stati girati e distribuiti, ma non in Italia!

    @mluca: Greenaway è maestro dell’inquadratura, e questo non lo può negare neanche un detrattore come Mereghetti… Oltre all’anteprima veneziana, non si sa nulla però della distribuzione nelle nostre sale: spero comunque si sappia qualcosa presto e ve lo diremo.

  • littletony!

    23 ago 2007 - 08:52 - #4
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    mah..per me un inquadratura pessima era la calligrafia luminosa che scorreva nella stanza col bambu, nel senso che spesso ho trovato le inquadratura si estetizzanti come ci ha abituato greenaway, ma con delle soluzioni un po banali, invece le parti in bianco e neo dei racconti del cuscino sono molto belle, anche quelle multimediali (che poi multimediali non sono, e solo una tecnica diversa di montaggio, usata anche da Ang Lee nel suo sfortunato, ma interessantissimo hulk).

  • aquilarco

    10 set 2007 - 14:42 - #5
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    Le musiche di Sollima non si ispirano PER NIENTE a quelle di Nymann.
    Il brano di Sollima è stato scritto nel 1993. E’ un brano per 2 violoncelli e orchestra d’archi che lui dedicò al Maestro Janigro (Maestro anche di Mario Brunello) con cui studò a Salisburgo.
    Peter Greenaway sentì questo pezzo durante un incontro con Sollima a Londra e decise di inserirlo come colonna sonora per il suo film perchè, effettivamente, bene si sposava con le immagini.

    Non vedo l’ora di vedere il film perchè lo stesso Sollima me ne ha parlato come uno dei migliori film della stagione.

  • Profilo di Mauro Lanari

    Mauro Lanari

    12 gen 2009 - 20:41 - #6
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    “ONE SHOT”. In Greenaway l’elemento ludico bilancia quello tragico con tale efficacia da ridurre i suoi film a esercizi di stile e a giochini intellettualoidi, nonostante il fulgore delle musiche e il parallelismo visivo della fotografia di Sacha Vierny, che sa annullare i piani prospettici e le linee-guida dello sguardo come già il Tati di “Playtime” (1967). Coralità (complessità? globalizzazione?) percettiva ma anche narrativa, priva dell’emergere d’una qualsiasi figura di rilievo. Quando invece, forse per la prima e unica volta, Greenaway ha trasceso la propria gabbia stilistica, c’è scappato il capolavoro. Ne “Il ventre dell’architetto” è difficile non trovare un concentrato di tutti i problemi concernenti i massimi sistemi, inclusi quelli metacinematografici. Però solo in quest’occasione il regista ha adottato un singolo e specifico punto di vista, quello di Kracklite, con cui ci si può finalmente identificare, un personaggio che diventa protagonista permettendoci l’innesco del processo d’immedesimazione e dunque la partecipazione affettiva alla sua parabola nefasta. Pertanto il ludico non soffoca più la passione violenta, bruciante, veemente: Kracklite ossia l’impotenza maschile, l’inettitudine a penetrare la realtà, la natura, il femminile.
    Il reciproco è riscontrabile in Van Sant. Il lungo elenco di difetti che gli vengono attribuiti è giusto: l’esistenza marginale di drogati, sbandati, gay, naturalisti, assassini non gli riesce di renderla un esempio prototipico della condizione umana, un modello antropologico di portata universale. Ma pure in questo caso, l’unica volta che ha saputo evadere dai propri vincoli autoriali, ne è saltato fuori il capolavoro: “Elephant”. Nessuna morbosa adesione agli attori giovanili o adolescenziali, tutt’altro: un distacco che li rende equivalenti e intercambiabili, privi d’un’identità specifica. Proprio all’inverso rispetto a Greenaway, il racconto acquista un valore generale nell’unica occasione in cui si rinuncia alla singolarità e si sceglie una panoramica d’assieme.