Venezia 2016: Robinù di Michele Santoro, recensione in anteprima

Michele Santoro regista alla Mostra del CInema di Venezia con Robinù, disarmante doc su quella che è stata definita la “paranza dei bambini” a Napoli.

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In attesa di tornare in Rai dopo 5 anni d'assenza Michele Santoro, 65 anni all'anagrafe, è sbarcato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella nuova sezione non competitiva Cinema nel Giardino con Robinù, documentario da lui diretto e co-sceneggiato. Un'opera che prende vita dalla famigerata “paranza dei bambini”, fenomeno criminale esploso a Napoli nel corso degli ultimi anni con protagonisti adolescenti, minorenni pronti ad ammazzarsi e a combattersi a colpi di kalashnikov all'interno di una guerra che ha lasciato per strada oltre 60 cadaveri. Giovani, giovanissimi cresciuti a pane e delinquenza, con genitori carcerati e/o assenti, pochi soldi in tasca, un presente complicato e un futuro apparentemente privo di certezze. Lontano dalla scuola, a bordo di motorini rubati e con pistole in pugno, questi ribelli senza paura sono riusciti ad imporre una nuova legge di camorra per il mercato della droga. Napoli, non a caso, è la piazza di spaccio più grande d'Europa.

Ed è qui, in questi vicoli malavitosi, che Santoro ha con disarmante realismo raccontato uno spaccato sociale ai più sconosciuto. Da Forcella ai Decumani, scendendo giù fino ai Tribunali e a Porta Capuana, tra anziane signore costrette a prostituirsi per tirare a campare e transessuali, parcheggiatrici abusive e moglie/mamme spacciatrici, figli criminali e padri pentiti. Sullo sfondo la galera di Poggioreale, che vede questi 18enni ammassati in cameroni sovraffollati passare le giornate tra selfie, tv e sigarette, i vicoli di periferia in cui spaccio, prostituzione e delinquenza sono all'ordine del giorno e le famiglie d'appartenenza di questi ragazzi. Padri e soprattutto madri che piangono i propri figli, perché morti ammazzati sul campo oppure chiusi tra quattro mura che non concedono fama e soldi come al Grande Fratello.

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Santoro, che attraverso il montaggio di Alessandro Renna e le musiche di Lele Marchitelli riesce a dare un ritmo serrato all'intera narrazione, salta da un personaggio all'altro, da una cruda intervista all'altra, da un'anziana madre disperata ad una giovane e incosciente mamma che descrive quasi con orgoglio l'amato marito, boss di quartiere. Ragazzi che non parlano italiano e che hanno smesso di andare a scuola senza un minimo controllo dello Stato, con i denti devastati dalla droga a 18 anni appena, fedine penali lunghe una quaresima, morti sulla coscienza e un pentimento che quasi mai si fa strada, perché nulla avevano e nulla ancora hanno da perdere. Bambini killer che iniziano a sparare a 15 anni 'perché queste cose le devi fare ora, così, se vai in galera per vent’anni esci e hai tutta la vita davanti'.

Il filo conduttore tracciato da Santoro segue le drammatiche gesta di 3 fratelli. Tutti finiti dentro, chi per un motivo e chi per l'altro, con il 4° scappato in Francia, a Parigi, a fare il pizzaiolo, in quanto disgustato da una simile vita. 'Perché esiste la malavita a Napoli', si chiede tra le lacrime, mentre lo sciupafemmine Michele, il Robinù del titolo che dopo aver rubato aiutava anche i poveri del quartiere, sconta la propria pena a 16 anni. Ed è proprio da dietro le sbarre che Santoro lo intervista, seguendone la vita quotidiana. Un documentario dall'impianto giornalistico a fondo sviluppato che con la forza delle immagini, e delle parole, fa venire a galla realtà a livello nazionale poco conosciute.

Vittime e carnefici indistintamente pianti dalle madri, per natura portate al perdono 'come Gesù', mentre la guerra tra poveri si allarga, i corpi crivellati dai corpi si sommano, le giovani vite segnate in eterno si moltiplicano, la criminalità territoriale si fortifica e lo Stato, proprio lui, osserva con sgomento e apparente distacco.

Voto di Federico 7

Robinù" (Doc, Ita, 2016) di Michele Santoro - nelle sale cinematografiche in autunno distribuito da Videa

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