Arrival: i fanatici Isis fanno paura, meglio trattare con gli alieni

Sorpresa, torna la buona fantascienza che dorme per un po' e quindi si risveglia per stanare le nuove paure, in un mondo in fiamme per guerre e guerriglie assassine

Si chiama Arrival il film di fantascienza rivisitata da Denis Villeneuve, arrivato a Venezia in vaporetto. Premetto subito che in materia di fantascienza preferisco Philip Dick, l’autore del romanzo ispiratore di “Blade Runner”. Pare che Villeneuve abbia avuto l’incarico di girare il remake del bel film di Ridley Scott. Qui lo stimato Denis ha lavorato sulle pagine di Ted Chiang, pagine terra terra per un film girato con attenzione e con spezie sentimentali però senza pepe, legate agli interrogativi di un mondo che ha smarrito i fili della comunicazione, un mondo che pasticcia non poco per uscire tra attentati, tombe di massa, efferratezze, ragazzi che si fanno esplodere, eccetera, il sale/ il male grosso che condisce questi giorni cariche di disgrazie e paure.

Il film trova una chiave che se non è proprio originale, almeno evita i canoni della vecchia fantascienza anni Cinquanta surclassata in tempi moderni dalle invenzioni di “Star War” e simili. La chiave è una deliziosa docente di linguistica che si trova a far lezione proprio il giorno in cui viene annunciato dalle tv l’aggressione degli alieni super armati e super misteriosi. Le sue competenze risuonano alle orecchie dell’esercito e dei servizi segreti che, per i suoi studi e le sue ipotesi nella interpretazione aura, la inseriscono in un piano per avvicinare gli alieni chiusi in un baccello alto nel cielo, misterioso, scuro, minaccioso.

Lei si chiama Louise, accetta di entrare nella astronave che pare un tunnel di montagna con un grande schermo in cui lei e i suoi compagni (il cinema del “vero futuro”?), e soprattutto con un attrezzato ricercatore, cercano rompere il ghiaccio e di avviare almeno piccoli spezzoni di dialogo. Ed è la parte più interessante, e disperata, del film. Da cui nasce la preoccupazione che anche oggi domina sovrana, cioè la difficoltà di approccio e di comprensione; forse l’impossibilità. Nel film, i soggetti (gli alieni) e noi terrestri alludono, ma non risolvono. La distanza è considerevole, le differenze sono impossibili da colmare, se non nei desideri e nei sogni.

E’ un ritorno all’anno zero del distacco fra terra e cieli. Melies è impotente, con la sua luna orba. La realtà contemporanea preme. Il mondo è bollente come la pentola in cui bollivano i bianchi nella giungla degli alieni africani. Le soluzione non ci sono (la pentola si poteva spegnere). Gli interdetti fra eserciti e guerriglie, pazzi e neo killer con cinghie imbottite si inseguono e creano guai.

Il film insiste sulla necessità di rompere i diaframmi, ma come? La caccia all’alieno, compiuta almeno per conoscerlo, e imparare non ad amarlo ma cercare di accettarlo, è un mulinello di segni, come nella caverne degli antichissimi.

E se nella vita nell’universo fosse solo frutto di una immaginazione alimentata dal cinema e dalla tv? Sarebbe una bella fregatura per noi che ci siamo divertiti alle ipotesi ma siamo un pò stanchi di ipotesi, e del fastidio dei caschi e della tute appesa alle stampelle della paura.

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