L'uomo di neve: recensione del film con Michael Fassbender

Palese passo indietro per Tomas Alfredson, il cui L'uomo di neve si risolve in un incolore trasposizione da un romanzo di Jo Nesbø, con un Fassbender a mezzo servizio tra l'altro

Guardi L’uomo di neve e fatichi terribilmente a credere che il regista sia lo stesso, capacissimo, de La talpa. Anche perché Le Carré sarà pure Le Carré, ma non è che manchino trasposizioni tratte da romanzi suoi che alla fine abbiano lasciato con l’amaro in bocca; mentre La talpa rientra senz’altro tra le migliori. Messo da parte lo spionaggio, Tomas Alfredson si getta sul thriller scandinavo, quello a cui certe note di perversione non mancano. La storia, tratta da un romanzo di Jo Nesbø, racconta la vicenda di un serial killer che smembra le proprie vittime, tendenzialmente donne con più relazioni alle spalle; va da sé che ogni tanto ci scappa pure la vittima maschile, mentre in ogni caso la sua firma è esemplificata da un pupazzo di neve, vero o disegnato.

Ad investigare sul caso è Harry Hole (Michael Fassbender), un poliziotto alle prese con l’alcolismo, che vaga per le vie di Oslo addormentandosi dove capita, e non perché non abbia un tetto sotto cui stare. Un Fassbender lontano dalle sue perfomance migliori, che strafà sistematicamente e nelle situazioni più disparate: parte di ciò che non va nel film sta proprio in questa sua incapacità di veicolare il malessere del suo personaggio, non bastando nemmeno certe espressioni smarrite allorché è sotto l’effetto del bere. Certo, non lo aiuta la scrittura, che lascia alcune cose al caso, roba che incide più su singole scene che nell’economia del tutto, come quando in più di un’occasione s’imbatte in casa sua in questo losco tizio della disinfestazione, al secondo giro sembrando quasi normale; o, sempre nel proprio appartamento, quando a un passo dalla risoluzione del caso manifesta una calma olimpica che stona con l’andamento del film.

Film che si apre su questa sorta di prologo, in cui viene mostrato il passato dell’assassino, quando era un ragazzino, origine insomma di quella che poi diventerà la sua ossessione. Una parentesi che ci serve tutt’al più per capire secondo quale criterio scelga le proprie vittime, sebbene il tutto appaia decisamente raffazzonato per prenderci. Ed infatti L’uomo di neve non prende, mai, nemmeno quando si tratta di dare un volto a questo killer seriale in quel gioco che passa in rassegna più personaggi al fine di depistare.

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Se si pensa all’abilità con cui questa procedura si consuma ne La talpa, si resta ancora più perplessi rispetto a come Alfredson gestisce stavolta dinamiche analoghe. È tutto decisamente standard, perciò piatto, insipido, comprese le trame parallele dei vari protagonisti, situazioni in cui ci siamo trovati in svariate occasioni, quasi un pretesto per dare volume anziché consistenza. Glaciale come i suoi ambienti, L’uomo di neve non riesce a trovare la quadra nemmeno sul fronte che poi gli sarebbe proprio, ossia appunto quello atmosferico: la fotografia del solitamente notevole Dion Beebe non costruisce chissà quale geometria, limitandosi per lo più a seguire il dipanarsi di una trama che praticamente non decolla mai.

Tutto si mescola in questo insapore alternarsi della storia principale con le già citate sottotrame, che paiono sempre slegate, come se ciascuna di esse facesse parte di un mondo a sé: Harry è alle prese con una precedente relazione avuta con Rakel, la quale oramai vive col figlio e convive con un altro uomo. Dal canto suo la nuova arrivata Katrine (Rebecca Ferguson) ha le proprie, personali ragioni per andare a caccia dell’uomo di neve; eppure è tutto così distaccato, distante rispetto allo spettatore, che viene investito da quanto vede più come da una insieme di notizie che da un racconto nel quale entrare.

In una certa qual misura potrebbe avere influito la comprensibile prevedibilità, non soltanto a livello narrativo quanto proprio in relazione alla costruzione di un mondo così asfittico e privo di mordente da lasciarci per lo più indifferenti. E si prova a compensare con un cast notevole, cercando perciò di lavoricchiare pure su certi personaggi decisamente secondari che però passano di lì senza lasciare il segno, quantunque rispetto allo sviluppo della storia ricoprano ruoli non così accessori. Va ammesso che non aiuta la lingua inglese (per noi che l’abbiamo visto in originale) applicata ad uno scenario tipicamente scandinavo. Troppo patinato insomma per stare al passo con la scabrosa tematica evocata, troppo poco interessante per lasciarci qualcosa.

Voto di Antonio 4

Voto di Federico 5

L'uomo di neve (The Snowman, Regno Unito, 2017) di Tomas Alfredson. Con Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Chloë Sevigny, Val Kilmer, J.K. Simmons, James D'Arcy, Toby Jones, Jamie Clayton, Sofia Helin, David Dencik e Ronan Vibert. Nelle nostre sale da giovedì 12 ottobre 2017.

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