Ghost Stories: recensione in anteprima dell'horror con Martin Freeman

Il lavoro di Andy Nyman e Jeremy Dyson è un horror grottesco che si fa spettacolo, di quelli che si bevono tutto d'un fiato e non deludono. Un plauso da rivolgere anche all'impeccabile cast

C’è qualcosa in cui e per cui il cinema britannico, ancor più se declinato nei generi (ed ancora più se questi generi sono l’horror o la fantascienza) ha una marcia in più rispetto a quello americano. Prendete Ghost Stories. Nato come opera teatrale, e già questo può fare tutta la differenza del mondo, trasposto in sala apporta quel briciolo di novità che a dire il vero sa più di variante che di vera e propria innovazione. Anzi, non di rado si è soliti guardare con sospetto a certi film, verso la cui presunta o reale «teatralità» ci si scaglia con furore quasi religioso. Eppure qui di cinema ce n’è, specie nel sapersi barcamenare con una scrittura che rende tutto decisamente alla portata, quanto basta per non demolire la struttura attraverso alcun eccesso di semplificazione.

Phillip Goodman (Andy Nyman) è un professore che ha trascorso la propria esistenza sabotando ciarlatani, ossia persone che fanno leva sulla credulità di tanti rispetto ai cosiddetti fenomeni paranormali. Un giorno uno dei suoi mentori gli fa avere un plico con all’interno tre casi irrisolti, in pratica sfidandolo a scovare la truffa anche qui. Ed allora prof Goodman accetta la sfida, anche perché incalzato dagli insulti apparentemente gratuiti, che puntano il dito verso il suo inscalfibile scetticismo. Con non meno riserve, dunque, il nostro si reca presso ciascuno dei testimoni, convinto di riuscire anche stavolta a smascherare l’ennesima bufala.

Ciò che colpisce, ed è innegabile, è che i quasi cento minuti passino senza quasi accorgersene. Si è da subito stranamente risucchiati da queste vicende slegate l’un l’altra, il cui unico filo logico sta appunto nell’essere storie di fantasmi. E funzionano di per sé, non perché in qualche modo assistendovi si abbia l’impressione che conducano da qualche altra parte, che è poi una delle componenti chiave, oserei dire costitutiva, del racconto di paura, il quale mira più all’esperienza in sé che all’intreccio, puntando perciò sul ritorno immediato, senza promesse o necessariamente nodi da sciogliere. Nodi che, sia chiaro, qui ci sono eccome; Dyson e Nyman risolvono infatti l’intera questione praticamente negli ultimi centottanta secondi di film, liquidando in buona sostanza qualsivoglia premessa – se poi fossero più di tre minuti, beh, mi sorprenderebbe ma al contempo rafforzerebbe l’idea che tutto vada così liscio da farci perdere la reale cognizione del tempo.

Non è tuttavia solo la tematica ad accomunare le tre storie, che poi in realtà sono quattro: a fare la differenza è difatti il tono, un tenore che costituisce il valore aggiunto di Ghost Stories, la cui resa sta anzitutto lì, in quello humor di fondo. E qui interviene di forza l’abilità nel sapersi destreggiare tra il testo teatrale e quello per il grande schermo, in virtù appunto di un umorismo sottile, tanto british (ma va?!), che non viene relegato ad un momento preciso del film, anzi, viene mescolato con sapienza tra le pieghe di questi racconti che sì, possiamo dirlo, un po’ di paura sinceramente fanno. In alcuni punti la fanno eccome.

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Approntare insomma un discorso serio, per quanto trito e ritrito, senza però dare l’idea di voler avere l’ultima parola, con un sano gusto per l’intrattenimento, sempre piacevole nella misura in cui non diventa soverchiante. Perché sì, il potenziale di Ghost Stories in tal senso è anch’esso innegabile: il twist finale, che rimette tutto in discussione, è il colpo di scena che tutti possono non soltanto cogliere ma di cui possiamo addirittura godere, senza sentirsi presi in giro o troppo stupidi per afferrarne la portata. In fondo questo lavoro del duo dietro la macchina da presa è esattamente questo, ossia spettacolo, di quelli che a brevi tratti tende persino a ricordare certi exploit alla Terry Gilliam. Mantenendo peraltro quelle venature dark tipiche del genere, sapientemente orchestrate.

Il resto lo fanno degli attori oltremodo indovinati, ottimi compagni d’avventura, che rendono ancora più gradevole questo breve viaggio, nemmeno troppo intenso, eppure gratificante. In Martin Freeman, poi, Dyson e Nyman trovano forse l’interprete ideale per questo genere di cose, in forza del suo essere in parte sia che debba muoversi nell’ambito del dramma, sia che gli tocchi assecondare esigenze di altro tipo, per esempio comiche. Come accennato, una simpatica variazione sul tema, oltre che una delle più interessanti nell’ultimo periodo.

Voto di Antonio 7.5

Ghost Stories (Regno Unito, 2017) di Andy Nyman e Jeremy Dyson. Con Andy Nyman, Paul Whitehouse, Alex Lawther, Martin Freeman, Jake Davies, Kobna Holdbrook-Smith, Nicholas Burns, Ryan Oliva, Amy Doyle, Daniel Hill, Oliver Woollford, Samuel Bottomley e Paul Warren. Nelle nostre sale da giovedì 19 aprile 2018.

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