American Gangster (American Gangster, Usa, 2007) di Ridley Scott; con Denzel Washington, Russell Crowe, Chiwetel Ejiofor, Cuba Gooding Jr., Josh Brolin, Ted Levine, Armand Assante, John Ortiz, John Hawkes, Ruby Dee.
Harlem, 1968.
Il gangster “buono” Bumpy Johnson muore d’infarto.
Il suo uomo di fiducia, Frank Lucas, è l’unico al suo fianco nel momento dell’addio alla vita.
Qui, quasi come fosse un passaggio di consegne, Frank intravede la propria strada, prendendo in mano le redini lasciate libere dall’ex boss, in una citta, una nazione, distrutta dalla guerra in Vietnam, dalla corruzione dilagante in tutti i propri strati sociali, dalla droga e dall’eroina, in una città che dal nulla finisce nelle mani di un nero del sud venuto dai bassifondi, diventando leggenda.
Solo un uomo, Richie Roberts, diventato celebre tra i propri colleghi per aver consegnato ai suoi superiori un milione di dollari ritrovato nel bagagliaio di un auto, si metterà sulle sue tracce, resistendo ad ogni tentazione possibile, pur di portare a compimento quel semplice obiettivo che dovrebbe essere l’unico comandamento per ogni buon poliziotto… il senso di giustizia!
Ridley Scott alla regia, Denzel Washington e Russel Crowe come assoluti protagonisti, Brian Grazer a produrre, Steven Zaillian a sceneggiare il tutto, basterebbero questi nomi, tutti premi Oscar, per capire immediatamente il peso di questa pellicola, capace di raccontare l’incredibile storia di un mito delle strade della Harlem degli anni 70, partito dal nulla e capace di arrivare a dominare un vero e proprio impero finanziario malavitoso.
Sono gli anni in cui l’America, e New York in particolare, è letteralmente sconvolta da un clamoroso caso di corruzione, che colpisce tutte le più alte sfere sociali.
Non esiste un poliziotto nella grande mela che non sia corruttibile, e quelle poche mosche bianche che resistono alle tentazioni vengono viste in malo modo, quasi derise, perchè colpevoli della possibile conclusione di una vita che finisce per accontentare tutti e “dare lavoro a migliaia di persone”.
Il Vietnam sta minando lo stato d’animo statunitense, non solo attraverso i morti, ma anche attraverso tutti quei soldati che riescono a tornare a casa, oramai eroinomani.
Con la complicità delle forze dell’ordine la mafia agisce liberamente in un mercato in totale espansione, dal profitto assicurato, vendendo migliaia di chili di droga a tutti quei tossicodipendenti alla disperata ricerca di una dose.
Tutti sanno, giudici, poliziotti, avvocati, ma la loro bocca viene chiusa da mazzette di dollari sonanti.
Fino all’arrivo di Frank Lucas!
Apprendista del superboss Bumpy Johnson, Frank, Denzel Washington, rinnova completamente il mercato della droga, tagliando gli intermedari, andando direttamente a Bangkok ad acquistare la droga, per poi rivenderla purissima sul suolo americano alla metà del prezzo della concorrenza, facendo suo l’intero mercato, arrivando a guadagnare un milione di dollari al giorno.
Lucas scalza tutte le organizzazioni criminali, diventando il vero padrone della droga newyorkese, senza nessun capo, ma con lui a capo di un’organizzazione costruita a livello familiare, come accadeva da sempre nella mafia siciliana, da lui conosciuta e frequentata negli anni passati.
Ma tutto questo potere, in mano ad un perfetto sconosciuto uomo di colore, comincia a dare fastidio.
Fino a quando sulle sue tracce non ci si mette Richie Roberts, capace di resistere ad ogni tentazione, in attesa del duello finale.
Ridley Scott ci regala un gangster movie “anomalo”.
Non c’è la violenza tipica di Scorsese, la storia si costruisce più lentamente, disegnando una vera e propria pagina di storia americana, attraverso una meticolosissima ricostruzione storica, che finisce per coprire un intero quinquennuio, e un cast corale di primissima scelta.
Washington vola verso l’ennesima nomination della propria carriera, con questo gangster dai modi gentili ed educati, elegante, con un solo valore in testa, quello della famiglia, assolutamente sacra e intoccabile, ma in realtà spietato come pochi, riuscendo a farcelo passare quasi come un “eroe”, un “buono” che in fin dei conti fa la cosa giusta, che tutte le domeniche accompagna la mamma in chiesa, quando in realtà contribuisce a far morire centinaia di persone, spacciando sul mercato migliaia di chili di eroina pura al 100%.
Crowe, alla seconda pazzesca interpretazione dell’anno dopo Quel treno per Yuma, è forse l’unico poliziotto incorruttibile di tutta New York, ma vive una vita sconfusionata, con un matrimonio distrutto, un figlio che non riesce a crescere, e una serie di donne che fanno a gara per entrare ed uscire dal proprio letto. E’ convinto di essere una persona “pulita”, quando in realtà è sporca come tutte le altre. Cattura Lukas per poi trasformarsi addirittura in suo avvocato, in un rapporto a specchio dal finale inatteso.
Scott mette in scena un’America lurida, dove tutti hanno i loro peccati da confessare, dove nessuno si può definire candido, una società allo sbando, violenta, violentata dal potere e dal vile denaro, una vera e propria Gangs of New York degli anni 70.
Sgranata, dai colori grigi e sfocati la fotografia, splendida la colonna sonora, capace di passare dall’R&b all’Hip Hop, dal Soul al Blues, praticamente impeccabile la sceneggiatura, diversi i virtuosismi registici, con tanto di macchina in spalla pronta a cogliere l’attimo, come sempre perfette le scene di massa, in un numero incredibile di set, coreografate e scenografate splendidamente dallo stesso Scott, per 158 minuti di pellicola che tracciano un nuovo modo nel fare un gangster movie.
Dopo diversi tentativi andati a vuoto Ridley può iniziare a spolverare il comodino, per far posto ad una statuetta tanto attesa quanto in questo caso meritata.
Differente da The Departed di Scorsese, e dal suo tipico stile, questo American Gangster arriva dritto dritto all’interesse dello spettatore, grazie ad un ritmo comunque incalzante e ad una storia, assolutamente vera, a dir poco avvincente.
Se poi lo spettatore è americano non possiamo certamente star qui a stupirci di fronte ad un ipotetico trionfo al botteghino e alla notte degli Oscar dove, statene certi, questo film farà sicuramente la voce grossa, visto che qui si parla di loro, della loro storia, di una pagina tanto triste quanto ancora incredibilmente recente, di una storia americana, fatta di violenza, di corruzione, di paura, di droga, fatta di semplici e spietati gangster, americani fino al midollo!
Uscita in sala: 18 gennaio
Voto Federico: 7,5
Voto Agata: 7,5
Voto Gabriele: 6
monte
09 nov 2007 - 13:36 - #1ottima impressione… :D ma forse l’avete postata un po’ troppo presto, le recensioni si leggono in procinto di vedere i film :D non 2 mesi prima! :DDD cmq ottimo lavoro!
Dr.Apocalypse
09 nov 2007 - 14:02 - #2e vabbè era fresca fresca come cosa… negli Usa poi è attualissimo come film, l’ho visto ieri, non potevo aspettare 2mesi!:p
franklin
09 nov 2007 - 14:13 - #3non vedo l’ora di vederlo!!!
monte
09 nov 2007 - 15:15 - #4Stai negli States apocalypse?? vabbe si dai.. magari lo si riprende verso la befana! :D
Dr.Apocalypse
09 nov 2007 - 17:25 - #5macchè sto a Roma:p
hanno fatto una proiezione ieri quella della Universal…
giordano
09 nov 2007 - 18:47 - #6oyyima recensione per un film che spero di andare a vedere il prima possibile (magari domani, dopo questa recensione:-)
giordano
09 nov 2007 - 18:48 - #7*ottima*
The big boss
09 nov 2007 - 22:30 - #8dopo questa recensione mi sà proprio che andrò a vederlo !!!
I figli di Russell Crowe e i film del papà
10 nov 2007 - 21:01 - #9[…] Ah ah ah!!!! Ce li vedo i figli di Crowe che schifano i film del papà… ah gladiator dei miei stivali, prrrrr!!! Povero Russell… Lo vedremo presto con Denzel Washington in American Gangster, almeno noi stiamogli vicino…
cineblog
13 nov 2007 - 09:39 - #10[…] […]
Mark Jacobson: American Gangster
19 nov 2007 - 09:43 - #11[…] In USA sbanca il nuovo film di Ridley Scott “American Gangster”, che Cineblog.it ha recensito in anteprima. Sbanca però anche il libro da cui è tratta la pellicola, “American Gangster - And other tales of New York” di Mark Jacobson. […]
Mauro Lanari
04 ago 2008 - 19:46 - #12A CIVIL ACTION
Forse il miglior sceneggiatore U.S.A. è Steven Zaillian, MA SOLO quando è lui stesso a dirigere il film come appunto nel caso di “A Civil Action” (1998). Qui, allora, egli evidenzia il suo tentativo di ridurre al minimo l’apporto finzionale lavorando invece su un biopic o docudrama, tanto per dimostrare ANCORA UNA VOLTA che la realtà è narrativamente più ricca d’ogni invenzione immaginativa. Inoltre Zaillian, almeno in questa specifica occasione, opta per l’epica del quotidiano, per il donchisciottismo vero e perdente. Quando viceversa alza il tiro e quindi anche il budget, deve ricorrere a una sedicente “firma autoriale di garanzia”, come negli esempi multipli con Scott senior e l’ultimo “American Gangster”. I “legal thriller” ricavati dai bestseller di John Grisham, e firmati da Pollack, Pakula, Schumacher, Foley, Coppola, o il Mann di “Insider – Dietro la verità”, che eppure è tratto da una vicenda reale, puntano invariabilmente sull’enfasi retorica, che in quanto tale sortisce l’effetto estetico ed emotivo opposto. Ma lo scontro morale che avviene di fatto nella banalità d’ogni giorno ha il basso, bassissimo, infimo profilo che sa inscenare soltanto Zaillian: Duvall tenta Travolta con una banconota, cerca di corromperlo, e nel momento della scelta etica il protagonista non può che trovarsi infinitamente isolato con la propria coscienza, ripreso in campo largo, inquadrato appartato in fondo al corridoio del tribunale come se fosse stato gettato lontanissimo rispetto al cosmo intero. Per il Mereghetti è “meccanica l’evoluzione di Travolta da avvocato egocentrico e vanesio a francescano paladino della giustizia”. Ha del tutto dimenticato che si tratta d’un caso di CONVERSIONE, per quanto comunque laica, e che Zaillian la mostra con la supercar di Travolta che si ferma sul PONTE dove egli si blocca, scende, pensa e decide di ribaltare le sue priorità esistenziali.