Cannes 2018, Under the Silver Lake: recensione del film di David Robert Mitchell

Festival di Cannes 2018: l’ultima fatica di David Robert Mitchell è un fiume in piena di suggestioni ispirate a tutto ciò che più gli sta a cuore, con alla base un mistero da risolvere

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Sam (Andrew Garfield), ha da non molto superato i 30 e vive a Los Angeles. Trascorre le sue giornate trascinandosi, una condizione che però non soffre particolarmente, anzi, accetta con serena rassegnazione: già nella prima inquadratura lo vediamo con lo sguardo assorto a contemplare una signorina che sta pulendo una vetrata. Manterrà lo stesso sguardo per tutto il film, su di giri, quasi fatto, ma è per lo più un tipo di stupore che gli viene naturale. Sam appartiene a quella generazione che sente di avere tanto da dire, da fare, da costruire, ma che per un motivo o per un altro vive avvertendo barriere dovunque. Prima degli intraprendenti millennial, quelli cresciuti con l’Internet e la favola della crescita esponenziale, per intenderci.

Una delle cose che colpisce lungo questo girovagare è ciò che attira l’attenzione di Sam: cose apparentemente insignificanti, che invece lui non di rado cataloga, cercando di darvi senso in un quadro generale. Ma da cosa è propiziata questa ricerca? Sam è affacciato al balcone mentre fuma una sigaretta, l’altra mano al binocolo per guardare la vicina che potrebbe venirle madre ma, sapete com’è, cammina senza maglietta e reggiseno, con quell’aria vagamente hippie, insomma, non si può mica resisterle. All’improvviso però spunta lei, Sarah (Riley Keough), ragazza enigmatica, con quel suo cappello largo che le copre il bellissimo viso ma risalta l’elegante costume da bagno. I due si conoscono, guardano insieme Come sposare un milionario, sono sul punto di concludere, tra un cracker e un succo d’arancia (accoppiata da provare almeno una volta nella vita secondo Sarah), finché non avviene qualcosa; di primo acchito verrebbe da credere che quel qualcosa sia l’arrivo dei coinquilini della ragazza, che infatti cambia volto, atteggiamento. Sta di fatto che i due si separano per darsi appuntamento l’indomani; quando Sam suonerà il campanello della casa di Sarah, però, trova l’appartamento vuoto.

Under the Silver Lake è un po’ la versione contemporanea, dunque per forza di cose pop, del romanzo picaresco, filtrato da un alone onirico che stordisce ma al tempo stesso risulta accattivante. Cos’è infatti quest’ultimo lavoro di Mitchell se non un lungo sogno, perciò frammentato, goffo, inevitabilmente incoerente in alcune sue parti? Eppure quanto amore, quanto cinema! Il regista di It Follows gira in pratica la sua Grande Bellezza, ambientandolo nella città degli angeli, di cui, appunto, ci offre una visione parziale, densa ma non esaustiva, ma di una libertà alla quale è difficile non perdonare le sue tante stravaganze.

Sam allora si mette alla ricerca di Sarah, non importa che non abbia la più pallida idea di dove cominciare, ché strada facendo qualcosa verrà fuori. Ed infatti il ragazzo gradualmente s’inoltra in questo bizzarro sottobosco fatto di personaggi inusuali, verrebbe da dire strani, senonché quello strano è proprio Sam in un contesto del genere. Tutto ciò diventa occasione per passare in rassegna tante di quelle cose che se ne perde pure il conto: da Zelda e Mario per NES a certi brani rimasti nell’immaginario di un’epoca, con Mitchell che, come altri, ha già colto l’imminente cambio di paradigma, perciò comincia a guardare ai ‘90 come fino a ieri si è fatto per gli ‘80. Under the Silver Lake è anche questo, ossia una girandola di citazioni però non fine a sé stessa, dato che, non si sa come, Mitchell le ha integrate ad una trama dando loro motivo di esserci, non come mera celebrazione, per quanto, è evidente, questo tripudio di pop culture è lì per esaltarlo il fenomeno.

Opera torrenziale, dalla cui visione se ne esce ubriacati, contrassegnata da grandi intuizioni e qualche piccola caduta, quantunque il bilancio generale ha da essere positivo, perché di opere così ordinate nel loro caos se ne vorrebbero di più. Under the Silver Lake, infatti, non è un film scomposto, anzi, procede con una placidità da art-house consumato, senza colpi di testa estemporanei. Con un lavoro encomiabile sul sonoro, queste musiche di sottofondo che accompagnano le peripezie di Sam dall’inizio alla fine eppure non distolgono l’attenzione, non sviano, non si sovrappongono, suggerendo semmai quell’atmosfera trasognante di cui è intrisa l’intera vicenda.

Muovendo da premesse, per così dire, tradizionali, da film classico, Mitchell spazia tanto, allargando il proprio raggio d’azione il più possibile, quasi al limite dello strappo, che però non avviene. Tanto che prende una cosa, magari fissandocisi per un po’, salvo poi lasciarla andare senza pensarci su due volte, quasi ad evocare la voracità di una generazione abbeveratasi alla foce di una cultura enciclopedica ma per sua natura disorganica, priva di nessi, che mescola tutto e il contrario di tutto. Under the Silver Lake funziona perciò anche come saggio che ha come soggetto una cultura sempre più dominante, se non altro perché abbracciata da sempre più persone e con sempre maggiore risolutezza. Unico nel suo genere, il lavoro di Mitchell ingurgita probabilmente più di quello che può digerire, il che non può stupire, perché ciò che mette sotto i denti e davvero tanto. Eppure non ne viene sopraffatto, e noi non si fa indigestione, tutt’al più ci si sente un attimo appesantiti. Appesantiti ma soddisfatti.

Voto di Antonio 8

Under the Silver Lake (USA, 2018) di David Robert Mitchell. Con Andrew Garfield, Jimmi Simpson, Summer Bishil, Riley Keough, Topher Grace, Zosia Mamet, Riki Lindhome, Callie Hernandez, Patrick Fischler, Laura-Leigh Claire e Sydney Sweeney. In Concorso.

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