Roma 2018, Thierry Frémaux tra Netflix e la rivalità con Venezia: 'spesso al Lido hanno vinto film da noi scartati' - il resoconto

Thierry Frémaux a briglie sciolte tra Netflix, concorrenza festivaliera e il futuro della fruizione cinematografica.

A poco più di un mese dal trionfo Netflix di Roma di Alfonso Cuaron, Leone d'Oro al Festival di Venezia, il potentissimo Thierry Frémaux, dal 2001 alla testa del Festival di Cannes prima come Direttore artistico e poi come Delegato Generale, è sbarcato alla 13esima Festa del Cinema di Roma per incontrare il pubblico e per presentare l’autobiografia “Sélection officielle”, pubblicata nel 2017 in Francia dall’editore Grasset.

Un incontro, quello moderato da Antonio Monda, che è diventato una ghiotta e interessantissima occasione per discutere l’attuale significato dei festival cinematografici e la loro possibile evoluzione, soprattutto dopo il 'niet' deciso dal consiglio di amministrazione di Cannes proprio nei confronti dei film Netflix.

Quello che sta cambiando non sono tanto i Festival bensì il cinema", ha immediatamente confessato Frémaux, che nel corso di un'ora e mezzo si è tolto più di qualche sassolino dalle scarpe, lanciando non poche bordate.

"Questa irruzione improvvisa delle piattaforme ha fatto sì che il cinema dovesse reinventarsi. E’ un periodo di crisi, per il cinema, ma anche di rinascita, di trasformazione. C’è stata una reazione, dinanzi a queste piattaforme, senza dimenticare quella che è l’essenza storica del cinema. Io vengo da Lione, dalla strada del primo storico film dei Lumiere, anche se gli americani protestano e affermano che sia stato Thomas Edison ad inventare il cinematografo. Ma Edison, che era un genio, inventò una macchina individuale, il cinemascopio, e non il cinematografo. I Lumiere videro questo apparecchio e pensarono ad un qualcosa di più collettivo, socializzante, che condividesse emozioni. All’epoca per farlo funzionare era necessario pagare, secondo la filosofia americana, Edison era sorpreso dai Lumiere, che facevano vedere i film in una sala, tutti insieme, perché quella era la fruizione necessaria. I Lumiere, in questa lotta con Edison, hanno vinto per 120 anni, ma oggi, probabilmente, con l’arrivo delle piattaforme alla Netflix e del consumo individuale, è Edison ad essersi vendicato. Questa vendetta non è una rivalità, ma la somma di due cose. Oggi possiamo andare al cinema e possiamo anche fruire del cinema con altre apparecchiature. Prima c’erano i dvd, ora le piattaforme. Assistiamo alla somma Lumiere+Edison. Rimangono comunque due cose diverse, ma oggi come oggi con le piattaforme si può vedere un film a casa, mentre prima bisognava andare in sala. Oggi ci alziamo, andiamo al bagno, mettiamo in pausa, andiamo in cucina. Sta cambiando quello che era ed è la definizione dell’opera cinematografica. Prima era ciò che si vedeva al cinema, poi sono arrivati i vhs e i dvd, mentre oggi le piattaforme producono opere. Sono comunque opere cinematografiche anche se non arriveranno in sala? Non so, non voglio rispondere a questa domanda".

Ma con il passare dei minuti, e dei quesiti, Thierry si è inevitabilmente sciolto, lasciando più che una porta aperta nei confronti di Netflix, per le prossime edizioni di Cannes.

"Non ho mai preso una posizione dura nei confronti delle piattaforme. Due anni fa portammo due film Netflix, quest’anno invece il consiglio di amministrazione mi ha chiesto che non mettessi film in concorso che non uscissero in sala. E’ normale, perché in quel consiglio ci sono anche esercenti cinematografici che hanno protestato contro questa tendenza. Ma nel 2019, chissà, magari li vedremo. Stiamo vivendo un periodo complesso, quindi inevitabilmente la soluzione che troveremo sarà complessa. Non sono pro o anti Netflix. Il mio lavoro è mostrare quello che è lo stato del Cinema oggi. Sarà un processo lungo, quello che ci aspetta. Barbera ha presentato diversi film di Netflix a Venezia e gli esercenti hanno protestato, ma nel suo caso l’hanno fatto dopo. Nel mio caso l’hanno fatto prima. Ma credo che le loro proteste siano normali, sono normali. Non so cosa accadrà l’anno prossimo. I dirigenti Netflix sono ottimi amici, sono venuti a Cannes a trovarci e hanno voglia di tornarci, ma non hanno accettato di presentare i loro film in una sezione che non fosse il Concorso. Sono situazioni nuove e la Francia necessita di tempo per elaborarlo. I festival sono storicamente un laboratorio, e c’è bisogno di tempo. Se oggi non fossi d’accordo con queste nuove discussioni in seno al board di Cannes potrei andarmene, ma non ci penso proprio, perché siamo qui proprio per inventarci un futuro, per inventare nuove fruizioni per il cinema. Gli esercenti, che sono importanti nel board di Cannes, erano furiosi con me, ma oggi è cambiato tutto. Ho un figlio che guarda film sull’iPad, pochi giorni fa l'ho trovato che se ne stava sdraiato sul letto, non si è neanche dovuto alzare per prendere un dvd, inserirlo nel lettore, premere il bottone. Gli ho chiesto come mai non vedesse i blu-ray, e mi ha detto ‘capirai, ho speso solo 3 euro’. Una volta i cinefili parigini andavano in Belgio per vedere un film in 35mm alla cineteca reale di Bruxelles e ora mio figlio guarda un film spaparanzato sul letto. E’ la civiltà che sta cambiando. Oggi esiste una nuova generazione di spettatori che fa le cose in modo diverso da come si facevano una volta. Ovvio che la fruizione cinematografica sia diversa. A Lione ho comprato tre sale per salvarle, ma sono anche convinto che oggi come oggi c’è un nuovo modo, diverso, di vedere il cinema, e bisogna provare a combinare queste due fruizioni. Dobbiamo chiederci come mai uno Scorsese, un Cuaron, si rivolgono a Netflix. Perché il processo di produzione non è più quello di una volta, perché gli studios non accettano più di produrre un film in bianco e nero e in cinemascope come Roma. Ma ci sono anche film diversi e la soluzione migliore per loro, probabilmente, è quella di affidarsi alle piattaforme e a internet, perché gli spettatori in sala sono sempre meno. Il problema delle piattaforme è esattamente quello che nacque negli anni ’50 con l’avvento della televisione. Bisogna capire chi non è più capace di andare in sala, senza dimenticare quelli che geograficamente si trovano lontani dalla sala, bisogna capire che il desiderio di cinema esiste e internet è un modo per soddisfare questo desiderio. Truffaut raccontava che quando era critico andava a vedere i film insieme al pubblico, solo dopo iniziarono a fare proiezioni con la stampa, che smise quindi di vedere le pellicole con il pubblico. Poi sono arrivati i dvd per i giornalisti, poi i link internet per i giornalisti, che hanno così iniziato a vedere i film sul computer, in poltrona. Anche i giornalisti devono tornare nelle sale, pagare il biglietto, devono ritrovare il desiderio del Cinema".

Frémaux ha poi confermato che Roma di Cuaron, prima che venisse acquistato da Netflix, era stato selezionato proprio per Cannes.

"Cuaron la scorsa settimana, a Lione, mi ha raccontato che il suo film è nato in un momento in cui eravamo insieme ed entrambi ubriachi. Eravamo ad un Festival e gli dissi, ‘torna a casa, fai un film messicano dopo Gravity e Harry Potter, è importante che tu faccia un film personale’. E dopo quell’incontro ha scritto e girato Roma. Ho visto Roma a novembre del 2017, non era completato, mancavano le musiche e il mixaggio, e mi è piaciuto molto. Eravamo in un ristorante italiano a Parigi e l’invitai a Cannes. Alfonso Cuaron, che aveva prodotto il film, mi ha poi rivelato che era stato acquistato da Netflix e io capì subito che sarebbe sorto un problema. Tra le altre cose a Venezia, mentre stavo andando a vedere Roma, ho incrociato Cate Blanchett, nostra ultima Presidente di Giuria. Le ho chiesto cosa stesse facendo e mi ha risposto, ‘sto andando a vedere il 22esimo film di Cannes 2018".

Rimanendo in zona 'Lido', Thierry ha provato anche a spiegare la 'differenza', a suo dire, tra la Mostra del Cinema di Venezia e il Festival di Cannes.

"Concepisco il mio lavoro pensando ad un’adattabilità di determinati film per Cannes. Non sono un critico, quindi procedo film per film e faccio scelte spesso dolorose, perché magari non selezione un film medio di un ottimo regista. A volte rifiuti un film per Cannes e a Venezia vince. E’ successo spesso. Ma a Cannes non avrebbe vinto. Perché a Cannes la stampa è più esigente, più critica, più violenta, a Cannes bisogna far vedere due capolavori al giorno, e siccome ci sono film che amo penso a proteggerli perché credo che potrebbero essere stroncati, se selezionati. Nel mio libro appena uscito in Italia spiego alcune cose tipiche di Cannes. Autori, star, stampa e il mercato. Pilastri che devono conservare un equilibrio, per reggere. A Cannes anche la stampa più intellettuale vuole il tappeto rosso, e questo lo trovi soprattutto in film commerciali".

Paolo Mereghetti, critico del Corriere della Sera, si è invece soffermato sul rischio 'gigantismo', che spesso coinvolge i Festival, sempre più lunghi, con più sezioni e film in cartellone. A scapito della qualità. Questa la replica di Frémaux.

"E’ vero, ma noi a Cannes facciamo molta attenzione, abbiamo sempre lo stesso numero di film. 50/60. Ma questo gigantismo viene anche imposto dallo spirito dell’epoca che pretende di avere sempre di più. In Francia ci si chiede se non stiamo producendo troppi film l'anno. Anni fa c’erano più film in Concorso, a Cannes, rispetto ad oggi. Quest’anno è invece esplosa la questione del cinema americano, perché si è detto che sulla Croisette c’erano pochi film americani, a differenza di Venezia. Mi chiedo cosa sia questa ossessione per il cinema americano. Però il mio amico Barbera non aveva Hirokazu Kore'eda. Il principio di un Festival è l’universalità. Un Festival deve mostrare il cinema del mondo. Credo che Venezia faccia il suo gioco, ha ragione a mostrare i film Netflix da noi rifiutati e tanti film hollywoodiani, perché la stampa è ossessionata dagli Oscar. Per loro conta di più una serata a marzo ad Hollywood che sei mesi di cinema da luglio a dicembre. Adoro gli Oscar, vado tutti gli anni, ma come selezionatore voglio fare una fotografia del cinema mondiale a maggio. Se poi si vuole che Cannes diventi un Festival americano spostiamolo a settembre, così potremmo presentare i film da Oscar. Mi chiedo perché mai la stampa voglia sincronizzare i propri orologi sul cinema americano".

Peccato che fino a pochi anni fa questa 'sincronizzazione' riguardasse proprio Cannes, da un lustro a questa parte superata da Venezia, ma all'epoca, ovviamente, Frémaux non se n'è certamente mai lamentato. Eppure parlare di 'guerra' tra Festival, oggi come oggi, è sbagliato.

"Il cinema è importante e al tempo stesso fragile, non possiamo farci la guerra. Tra i direttori di Festival esiste una vera amicizia, ci conosciamo tutti e i nostri Festival si susseguono in base alle stagioni. E’ ovvio che si collabori, è inevitabile che ci sia concorrenza ma è del tutto normale. Se Venezia fa una bellissima edizione sono contento, non sono certamente geloso di Alberto Barbera, così lui con il mio Festival. C’è concorrenza, ci sono segreti, ma è qualcosa di normale".

Inevitabile anche un lungo passaggio nei confronti della stampa, ancora oggi centrale all'interno di un Festival, ma nell'ultima edizione di Cannes 'frenata' da un cambio di programmazione negli orari in sala, onde evitare spoiler sui social.

"Cannes è un festival di professionisti, la stampa è molto importante, è stata fondamentale per la storia di Cannes, ma ci sono due tipi di proiezioni. Per la stampa e la première di gala, ma nessuna deve essere predominante sull’altra. Abbiamo cercato di riequilibrare le cose con una proiezione simultanea pubblico-critica, per avere reazioni sincere, prive di influenza. E’ capitato con un film francese che ha ricevuto un’ottima accoglienza nella sala della première, mentre dalla stampa è stato accolto in modo tiepido. E noi siamo stati contenti, perché abbiamo avuto due reazioni spontanee, anche se contrarie. L’immagine di un Festival, l’immagine di Cannes, è fatta dalla stampa, non dagli artisti. Dall’eco, dal riflesso che la stampa dà del Festival. Ci sono due proiezioni al giorno per la stampa e ci sono gli stessi fotografi, che sia un film hollywoodiano o come l’ultima Palma d’Oro. Tutto dipende sempre da cosa si voglia dire. Se il punto di vista è quello del cinema si parla di cinema, se si vuole parlare di glamour si parla d’altro. E’ come la questione delle donne, al cinema, argomento che è diventato centrale. A volte ci sono giornalisti che mi dicono, ‘dovresti lasciare il tuo posto a una donna’, ma a chiedermelo sono sempre uomini. E quelli che mi parlano dei film fatti da donne, spesso non sanno assolutamente niente della storia delle registe donne viste a Cannes, donne che hanno fatto la storia del cinema. Ora è di moda e se ne parla, come 10 anni fa si metteva Cannes in discussione rispetto al cinema africano".

Un Frémaux a briglie sciolte, tra concorrenza, nuove fruizioni cinematografiche e un futuro festivaliero, almeno per la sua Cannes, che parrebbe farsi più roseo nei confronti di Netflix. Perché Thierry ha fatto chiaramente intendere che le porte della Croisette, nei confronti delle piattaforme in streaming, dovranno per forza di cose riaprirsi. Come, lo scopriremo solo vivendo.

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