Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon, Francia /USA, 2007) di Julian Schnabel; con .
Se non l’avete visto, o se non l’avete mai sentito, fatevi un regalo e andatevi a vedere Lo scafandro e la farfalla. Che non sarà magari, almeno per la campagna di marketing e per il tipo di cinema che rappresenta, un film per le grandi masse, ma metterei la mano sul fuoco che alla fine potrebbe conquistare un po’ chiunque, anche i più scettici.
Certo, all’inizio può spaventare: si apre con una lunga sequenza in soggettiva. Lo spettatore si trova a guardare ciò che vede il protagonista Jean-Dominique Bauby, direttore di Elle, che si risveglia dopo tre settimane di coma dovuto ad un improvviso ictus. Il primo passo dopo il coma è lungo, e lo spettatore si trova a vedere tutto offuscato, ombre di persone, suoni appena accennati.
E’ l’inizio, meraviglioso, di un meraviglioso film. Che sfida le regole del cinema e riesce a raggiungere lo spettatore fin sotto la pelle e a restarci per molto tempo. E’ un progetto rischioso, che può sembrare anche furbo per chi il cinema lo guarda con la malizia e con l’occhio puramente tecnico. E così facendo, si potrà riscontrare un’assoluta perfezione delle immagini e dei suoni: ma c’è chi potrà pensare che il tutto sia fin troppo calcolato.
Julian Schnabel è invece un abile autore, che sa regalare la tecnica alle sue profondissime idee: hai detto poco. Lo scafandro e la farfalla non è solo la trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico di Bauby, che scrisse e “dettò” (poteva comunicare solo col battito della palpebra sinistra) la sua biografia ad una redattrice lettera per lettera e morì tredici giorni dopo averlo pubblicato.
Il film di Schabel è un intelligente viaggio interiore all’interno di uno scafandro (il corpo paralizzato) in cui lo spettatore può immedesimarsi totalmente nel pensiero, grazie ad una voce-off che non diventa mai superflua ma spesso è capace di grande intensità e di notevole ironia, del protagonista e così vivere una vera e propria esperienza, di delicatezza ed umanità rare, e trovare così una farfalla.
Non la malattia, non il dolore, non la famiglia (che anche in questo film è divisa, con una bellissima moglie da cui si è separati e figli che non si vorrebbe vedere solo per non farli soffrire). O almeno non solo questo: Lo scafandro e la farfalla è un film sulla sfida, sulla pazienza, sulla persistenza. E poi, giustamente, un film sul cinema e sulla visione: non è un caso che il montaggio spesso coincida col battere delle palpebre di Bauby.
Standing ovation per Mathieu Amalric, che sotto una smorfia raggelata dagli eventi dimostra finalmente a chi ancora non l’ha capito cosa voglia dire recitare sul serio con gli occhi. E applausi a scena aperta alla fotografia, ai flash-back non inopportuni, ai personaggi di contorno che non sembrano mai superflui, alla ricca colonna sonora, che si apre e si chiude con la sempreverde La mer di Trenet. E applausi per Schnabel: che c’ha creduto, che c’ha provato, che c’è riuscito e ci ha fatto scorrere sincere lacrime.
Voto Gabriele: 8
Voto Simona: 8
giumig81
23 feb 2008 - 09:03 - #1Concordo in pieno. Un bellissimo film, uno di quei pochi film che ti lascia qualcosa dentro, per sempre.
Phyr0
23 feb 2008 - 10:32 - #2Non vedo l’ora di vederlo, ora faccio una domanda scontata, ma è gia uscito nelle sale o è in prossima programmazione?
PEnso che sarà un film che mi lascerà una traccia profonda….
vero
24 feb 2008 - 02:09 - #3A brescia è uscito in un cinema del centro, e come cineforum in una multisala…prova a cercarlo, dovrebbe gia essere in programmazione!
J.J. Drugo
24 feb 2008 - 02:20 - #4E’ già uscito da 8 giorni.
E’ veramente bello perchè purtroppo ci scordiamo che la vita di chiunque può valere la pena di essere vissuta … è un film sulla resistenza della vita. Una vera sfida cinematografica vinta
@go
25 feb 2008 - 12:01 - #5Cavolo bella recenzione, io di solito non guardo questi film perchè mi rattristano, però mi hai fatto venire boglia di vederlo.
il correttore di bizze
24 mar 2008 - 14:50 - #6per @go: dovrebbe verti “boglia” anche di un coso di grammatica, così che la prossima “recenzione” sia migliore, però, cavolo, virgola.
Mauro Lanari
12 gen 2009 - 19:49 - #71) A parte che ne “Lo scafandro e la farfalla” non c’è nulla della farfalla bensì, semmai, della crisalide (incompiuta, perennemente incompiuta). 2) Comunque sia, questa pellicola costituisce, insieme a “Giove e oltre l’infinito”, alla “cura Lodovico” e forse a “Un Chien andalou”, la principale rappresentazione cinematografica della metafisica schopenhaueriana e quindi la maggior novità rispetto alla consueta filosofia dello sguardo: dal voyeurismo attivo e funesto di opere come “Film” (Beckett/Keaton), “L’occhio che uccide” e “Manhunter”/”Red Dragon” all’esibizionismo attoriale e alla spettatorialità coatti d’una Voluntas che agisce da regista impersonale, occulto e maligno, predeterminandoci nel modo d’una “vis a tergo” pantragista. 3) La dispotica cecità di tale Voluntas neobuddhista rimanda sincretisticamente al millenarismo dell’era del cosiddetto Spirito, ossia al Regno d’una forza arbitraria che “soffia dove vuole […], ma non sai di dove viene e dove va” (Giovanni 3, 8). 4) “E gridarono a gran voce: «Fino a quando […]?» Allora fu detto […] loro di pazientare […] finché fosse completo il numero dei […] loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro” (Apocalisse 6, 10-11). Che tipo di “numero” dev’essere mai completato, “numero” come cifra aritmetica e/o “numero” come “atroce esibizione” (cf. i Joy Division)? 5) Il transito dalla centralità del voyeurismo a quella dell’esibizionismo e infine alla condizione vittimaria d’entrambi i ruoli, succubi pariteticamente d’un regista dominatore, prevaricatore e aguzzino, equivale all’hegelismo: lo spirito oggettivo della messa in scena storica e lo spirito soggettivo della coscienza del fruitore soggiogati da uno spirito “assoluto” che ci sburattina a suo piacimento e come in un mattatoio (“Schlachtbank”). Manco in Hegel risulta che tale spirito abbia connotazioni personali, però la parola “spirito” resta lecita se rinvia al tramonto del materialismo ingenuo e alla fisica ch’è giunta a ipotizzare un concetto d’energia al di là del distinguo tra materia e onda immateriale.