Ultima giornata e ultime pellicole al Torino Film Festival, di cui sappiamo i vincitori di tutti i premi da poche ore. Mentre è stato presentato il film di chiusura, The Edge of Love di John Maybury con Keira Knightley nei panni di Vera Phillips, il pubblico e gli accreditati superstiti hanno potuto recuperare in replica qualche film passato nelle precedenti giornate.
Il sottoscritto è ben contento di essere riuscito a vedere l’ultimo film di Jia Zhang-ke, in concorso all’ultimo Festival di Cannes: perché 24 City è semplicemente un film bellissimo. E non solo perché dimostra che lo stile di Jia, dopo il bellissimo Still Life, continua a funzionare, ma soprattutto perché continua a smuovere gli animi, a commuovere. E va bene anche che il regista è tecnicamente preparato e ci offre un film ben confezionato, con qualche movimento di macchina utilizzato meravigliosamente ai fini della costruzione del film, ma ciò che colpisce sono soprattutto le testimonianze delle persone.
Spaccati di vite umilissime, di dolori, di ricordi, e una continua dicotomia della Cina divisa tra passato e futuro, tradizione e progresso: cosa scegliere? La vecchia fabbrica o il nuovo complesso residenziale 24 City? La risposta la si può non dare, tanto la fabbrica verrà smantellata e 24 City si farà: spazzando via i ricordi di tutti. Si dicevano che le testimonianze degli operai sono toccanti: ma è ancora più toccante la voglia di Jia di mischiare a queste interviste delle false testimozianze di grande forza. Non a caso le storie sono lasciate in mano a tre donne: Joan Chen (davvero bella la sua storia, oltre che originale nel richiamare un film dell’attrice), Tao Zhao (l’attrice feticcio di Jia) e Liping Lu. Tre donne che offrono una marcia in più ad un film già emozionante di per sé.
Uno si sveglia la mattina, lancia uno sguardo cisposo fuori dalla finestra e nota nuvole grigie e cariche di neve; quindi guarda meglio, tentando di riacquistare un po’ di lucidità post sonno, e nota che le nuvole stanno effettivamente scaricando tutto il fardello di neve che si portavano appresso. Neve sul TFF, quindi, e ringraziamo Nanni il gufo per aver montato dei previdentissimi e iellatissimi gazebo al di fuori del cinema Massimo.
Il Festival di Torino è agli sgoccioli e stasera, per l’appunto, verrà presentato l’ultimo film del Concorso ufficiale, il tedesco “Mein Freund Aus Faro” che si spera abbia la forza di rinvigorire la competizione dopo la spenta giornata di ieri, pasata in compagnia di drammoni famigliari e gemelli francesi in calore.
È di ieri mattina anche la riproposizione di una pellicola che la competizione ufficiale, invece, l’ha vissuta in maggio a Cannes. Stiamo parlando di 24 City, del giovane e leonino cinese Jia Zhang-Ke. A Cannes l’invito in concorso la scorsa primavere è sembrato un’operazione politica e capricciosa, tesa soprattutto a levare da sotto il naso il film a Marco Muller. I soliti dietrologi, si dirà. I soliti francesi, risponderemo. Fatto sta che Jia, dopo il sorprendente Leone d’Oro ottenuto con “Still Life” tre anni or sono, ha ottenuto la definitiva e insindacabile affermazione internazionale vivendo le gioie e i dolori della Croisette.
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Inizia a formarsi il programma del Torino Film Festival 26, che si è già accaparrato l’attesissimo W. di Oliver Stone come film d’apertura. Tra i primi ospiti annunciati, ci sono, oltre a Oliver Stone, anche Peter Del Monte, Giuseppe Bertolucci, Marco Tullio Giordana, Salvatore Piscicelli, Claudio Caligari, Paolo Virzì, Tonino De Bernardi, Luciano Emmer, Zeudi Araya, Kohei Oguri, Koji Wakamatsu, Bill Forsyth, Michael Radford, Pat O’Connor e Michael Palin.
Interessantissimo l’evento di sabato 22 novembre, che prevede un incontro con Roman Polanski, a cui è dedicata una delle tre belle retrospettive del festival. Con lui ci saranno la moglie Emmanuelle Seigner, Jerzy Skolimowski, e l’attrice Sydne Rome e il direttore della fotografia Marcello Gatti che hanno lavorato con lui in Che?. Verrà poi presentato il documentario Roman Polanski: Wanted and Desired di Marina Zenovich, visto a Cannes.
Andiamo poi ai primi titoli del cartellone, divisi per sezione. Fuori concorso vedremo 24 City di Jia Zhang Ke, applauditissimo a Cannes, The Edge of Love di John Maybury, Filth and Wisdom di Madonna, passato a Berlino, Katyn di Andrzej Wajda, candidato all’Oscar come miglior film straniero, e Wendy and Lucy di Kelly Reichardt.
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La Palma d’Oro di quest’anno avrà un peso politico: parola del Presidente della Giuria Sean Penn. Non avevamo dubbi. Il fatto è che la maggior parte dei film in concorso quest’anno a Cannes sono pellicole ancorate disperatamente alla realtà; molte raccontano digrazie, corruzione e verità della propria terra, oppure si indaga su miti che pesano nella Storia, o si scava su drammi più esistenziali connessi all’attualità.
Una Palma d’Oro difficile da stabilire in anticipo, quindi, anche per chi a Cannes c’era. Facendo una scrematura veloce, sarebbero una dozzina i film che aspirerebbero o alla Palma d’Oro o ad un premio. Tra Eastwood e Salles, anche i due italiani e due francesi, oltre ai Dardenne. In una edizione che ha fatto scattare molti applausi per una cerchia “ristretta” di film e anche qualche silenzio (se non fischi…) per altri, cerchiamo di delineare le possibilità che ciascun film ha di vincere.
Noi cercheremo di darvi tutti i premi il più velocemente possibile, “possibilità” permettendo. Intanto facciamo il nostro Toto-Palma.
24 City - Jia Zhang Ke: ha fatto parlare di sè, e ha persino commosso. Dopo il Leone d’Oro per Still Life, potrebbe essere Palma d’Oro per Jia.
Adoration - Atom Egoyan: ha diviso la critica, e nessuno lo segnala né tra i peggiori film del festival né tra i migliori. Non dovrebbe essere un “pericolo” per altri film in gara.
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Il cinema di Jia Zhang-Ke è un cinema personalissimo, e come ogni cinema di registi personali non può avere presa su tutti. Se il grande pubblico ovviamente non può conoscerlo, è proprio sui cinefili che il regista fa presa in modo alterno. Consacrato nel tempo grazie alle costanti presenze al Festival di Venezia, dove nel 2006 vinse con il bellissimo Still Life (dove più che far arrabbiare gli accreditati, la sua vittoria passò abbastanza inosservata: infatti ingiustamente non se lo filò nessuno), Jia ha presentato all’ultima mostra il documentario Useless, vincendo nella categoria Orizzonti.
Quest’anno ha deciso di concedersi a Cannes, dove ha già presentato in concorso 24 City, a metà strada tra documentario e fiction. Per chi conosce almeno Still Life, non sarà di certo una novità; ma 24 City sembra anche più radicale nella scelta dell’uso di entrambi i registri. Certo, il Leone d’Oro del 2006 era reso magico dalla fusione perfetta di realtà e finzione, e chissà che nel nuovo film questo sguardo unico venga meno: noi non ce lo auguriamo. Il percorso di Jia Zhang-Ke è una riflessione continua sulla Cina, costantemente in bilico tra veloce progresso e smantellamento di lunghe tradizioni (lo era anche in Useless, bella riflessione sulla moda).
Siamo a Chengdu: una fabbrica adibita alla costruzione di pezzi per aerei sta per essere distrutta; al suo posto verrà costruito un quartiere pieno di moderni edifici, chiamato appunto 24 City. Tra vere interviste e monologhi di finzione narrati da tre donne (tra cui Joan Chen), il regista ripercorre la “vita” della e nella fabbrica, attraverso tre diverse generazioni. Quasi un corollario, non a caso, di Still Life: che qualche pia casa di distrubuzione ce lo faccia vedere, please.

Questa mattina, subito dopo la conferenza stampa, vi abbiamo dato un assaggio del programmone della 61a edizione del Festival di Cannes. Commento a caldo: grandi nomi. Commento a freddo: leggendo attentamente il programma, c’è da scommettere sul serio sulla grandezza di questa edizione, anche dopo quella ottima dell’anno scorso. Con questo post ci concentreremo sui film in concorso, per dedicarci successivamente al resto del programma.
I titoli sono 19, ma potrebbero anche essere 20: infatti ce n’è uno che vale doppio. Si tratta di Che di Steven Soderbergh, che ritorna in concorso sulla Croisette dopo la Palma d’Oro conquistata con Sesso, bugie e videotapes e la partecipazione nel 1993 con Piccolo grande Aaron. Che è la “fusione” di The Argentine e Guerrila, i due film che l’autore americano ha diretto sulla figura del comandante Che Guevara, interpretato da Benicio Del Toro. Il montaggio di più di 4 ore sarà quindi presentato a Cannes, ma si presume che in sala lo si vedrà spezzato, così come lo aveva pensato Soderbergh.
Secondo e ultimo nome americano è quello di Clint Eastwood con Changeling, mentre l’Italia sarà ottimamente rappresentata dagli attesi Il divo di Paolo Sorrentino e Gomorra di Matteo Garrone. Torna Walter Salles, che dopo il successo de I diari della motocicletta (sulla gioventù del Che) è per la seconda volta in concorso, mentre Jia Zhang Ke “tradisce” la lunga collaborazione con Venezia e torna a Cannes dopo sei anni d’assenza in competizione. Da non sottovalutare poi la presenza di Charlie Kaufman col suo primo lungometraggio. Altri nomi? Trovate tutti i titoli dopo il salto.