Uscirà in Italia il 30 ottobre distribuito da Mikado il nuovo documentario di Michael Moore, ovvero l’atteso Capitalism: A Love Story, presentato in concorso alla 66. Mostra del Cinema di Venezia dove però, nonostante il successo di critica, il film è stato snobbato dalla giuria.
Pensato inizialmente come un “semplice” ritratto sull’America nel suo passaggio da Bush a Obama, e quindi sorta di seguito ideale di Fahrenheit 9/11, Capitalism: A Love Story si è poi trasformato più che altro in un seguito di Roger & Me, il primo lavoro di Moore, proprio in seguito alla crisi finanziaria americana.
E così il regista decide di indagare ed analizzare il sistema capitalistico e i problemi che porta in sé. “Finale” scontato: capitalismo non fa rima con democrazia. Ma ovviamente, quel che conta sta nel mezzo. In attesa della nostra recensione in anteprima, dopo il salto potete guardare il trailer ialiano della pellicola.
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Festival del cinema di Venezia 2009: Il Leoncino d’Oro Agiscuola per il Cinema è stato conferito al film Capitalism: A Love Story di Michael Moore con la seguente motivazione:
“Non accade spesso che un film riesca ad accumunare le opinioni di una giuria così giovane, così numerosa e con gusti cinematografici così vari; quest’anno è successo. Il pregio di questo film è stato quello di affrontare in maniera coraggiosa e diretta problemi attuali, riuscendo a strappare, nonostante gli argomenti trattati, più di una risata al pubblico. Dissacrante, pungente ma al tempo stesso impegnato, il film mette lo spettatore di fronte alla gravissima situazione in cui versa la società moderna, sollecitando una concreta presa di coscienza”.
La Segnalazione Cinema for UNICEF va invece al film Women without men di Shirin Neshat con la motivazione:
“Attraverso la narrazione di quattro storie private, rappresentate con grande poesia e sottile raffinatezza, il film racconta il dramma dell’essere umano privato dei propri diritti fondamentali. L’artista dipinge uno spaccato sociale, geograficamente e storicamente determinato, che assume il valore di una parabola universale. Esaltando il coraggio di sfidare le regole per riconquistare la propria libertà, il film dona una scintilla per un’auspicata presa di coscienza”.

Una bella lezione di cinema libero, quella di Michael Moore (rimando a un mio precedente post) e di Oliver Stone. Libero nel senso che i due vivono in un regime capitalistico e ne utilizzano liberamente tutti le valenze, ogni interstizio, per lavorare e dire la loro. La prima cosa di cui entrambi si preoccupano, è di coprire le spese e di far guadagnare se stessi e soprattutto chi investe su di loro.
Se non ci capisce questo, non si capisce nulla del cinema americano. Se si continua a ragionare sulla base di quanto accade da noi, l’incomprensione aumenta e aumenterà. Da noi guadagni e investimenti rispondono ad esigenze diverse. I registi e gli autori devono guadagnare, altrimenti non possono campare e pensare a nuovi progetti. Ma si contano sulle dita, gli altri campicchiano o hanno la famiglia alle spalle che li aiuta.
I produttori si dividono in due categorie. Quelli che si pongono come obiettivo il guadagno (Alfredo De Laurentiis, tanto per fare un nome) e cercano di assicurarselo con un colpo al cerchio e uno alla botte: i “cinepanettoni” da una parte o comunque film capaci di stare nel mercato, tipo le proposte di Giovanni Veronesi; dall’altra, alcuni film distribuiti, per lo più americani, con cui andare più o meno sicuro.
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Capitalism: A Love Story - di Michael Moore (Concorso)
E’ in gran forma Michael Moore con il suo nuovo film, a due anni di distanza dall’acclamato Sicko. E questa sembra la conclusione perfetta di un percorso che ha voluto narrare le contraddizioni del sistema di un paese che, dichiarandosi democratico, ha però spesso dimostrato tutto il contrario.
A 20 anni di distanza dal suo primo bellissimo documentario, Roger & Me, Moore ritorna in campo finanziario per illustrare quelli che secondo il suo modo di vedere sono i problemi del sistema capitalistico, e perché si possa senza peli sulla lingua definirlo il Male. E per fare questo prova a far vedere come capitalismo strida con democrazia, e anche con i valori cristiani di cui gli States vanno fieri.
In mezzo c’è modo di ripercorrere tappe fondamentali della Storia americana, da Roosvelt all’edonismo reaganiano, dal passaggio da Bush a Obama, a cui Moore dedica una parte del film molto commovente. Capitalism: A Love Story è un film particolarmente arrabbiato, in cui Moore sembra mettersi un po’ più da parte rispetto ai lavori precedenti per lasciare che parlino testimoni e immagini. Da dire sul tema ce n’è tantissimo. E si resta spesso a bocca aperta. (Qui il trailer).
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Michael Moore non è Ken Loach. Sono due duri e puri, ma Michael è meno puro e Ken è più duro. Al Festival è arrivato, molto atteso, Michael che è un regista di documentari che si è costruito una fama indiscussa. Da “Roge& Me” a Bowling for Colombine”, “Farhreneit 9/11”, “Sicko”, “Slecher Uprising/ Captain Mike Across America”, questo pingue e tenace uomo del Michigan ha avuto premi, guadagnato in abbondanza (il capitalismo paga se i film anche doc incassano), creato un modello di giornalismo d’intervento che piace a tutti, in special modo ai più giovani e ai più anziani.
I giovanissimi e i più anziani, per diverse ragioni, sono coloro che tra il pubblico s’incazzano di più. I primi perché vedono il mondo della globalizzazione come una fregatura piuttosto che una opportunità (ovunque precarietà o sfruttamento senza tante possibilità intermedie).I secondi, in pensione, fuori dal giro del lavoro e delle opportunità, si sentono fregati dal loro presente e dal loro piccolo futuro,e non sanno con chi prendersela. Con baldanza, aggressività, sarcasmo e fermezza il puntiglioso Michael si mette al servizio di entrambi con la sua macchina a mano e col montaggio.
In Capitalism: A Love Story, (qui il trailer) il regista procede nel suo cammino dopo il bersaglio grosso del doc a carico George W. Bush (che gli ha consentito di riscuotere il maggior successo) e ha individuato un bersaglio grosso, forse ancora più grosso: il Capitalismo.