
Lo confesso: ammiro molto i produttori. Sembra un’ammissione banale. Non è così. C’ è stato un tempo in cui anche solo pronunciare la parola “produttore” voleva dire tirarsi addosso anatemi ideologici. Era l’Italia della contestazione globale e dell’anticapitalistico superficiale ma armato. Un’Italia che non è ancora scomparsa del tutto e anzi sotto sotto cerca le sue rivincite in questa Italia scassata in cui viviamo. Tra i produttori, il mio preferito era di gran lunga Dino De Laurentiis che adesso non c’è più e lascia un gran vuoto, incolmabile, ne sono assolutamente certo.
Dino mancherà al cinema italiano perché, pur residente negli Usa da molti anni, tornava spesso e cercava rapporti con autori e registi. Lo cercò anche con me all’inizio degli anni Novanta, mi voleva conoscere dopo che gli avevo inviato un mio libro sul cinema e perché sapevo che avevo collaborato alla sceneggiatura del “Portiere di notte”. L’incontro fu davvero significativo. Vedevo da vicino il tycoon, l’ultimo dei tycoon italiano, e sentivo le opinioni sagge e taglienti di chi aveva messo su pellicole famose in tutto il mondo, facendo il pendolare lungo l’Oceano Atlantico, andando a caccia di talenti, soggetti interessanti, personalità ragguardevoli, nonché di finanziamenti importanti.
De Laurentiis era un imprenditore ma soprattutto una persona di cinema. Pochi sanno, fra i giovani, che frequentò il Centro sperimentale con la speranza di fare l’attore; e lo fece brevemente. Capì che il suo pane, passione più affari, era la produzione. Del resto,aveva frequentato una scuola indiscussa in famiglia, in una fabbrica di pasta. Per la sua prima prova produttiva tornò nel paese vesuviano di origine e cominciò a bussare la porta di pastai e di altre aziende e trovò gente disposta concedergli fiducia.
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