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Quanto bell'Oriente c'è a Venezia?

pubblicato da Gabriele C.



L’altr’anno il cinema orientale si è difeso bene al Festival di Venezia, pur raccimolando un “voto complessivo” non più che discreto nell’insieme. C’era tanto Giappone, sia in concorso (Paprika di Kon, Mushishi di Ôtomo), sia fuori concorso (ad esempio Miyazaki jr. e K. Kurosawa) che in Orizzonti (come Oshii e Aoyama). Non sono mancati altri grandi nomi (Weerasethakul, Tsai Ming-liang, Johnny To) e qualche sorpresa (personalmente, il folgorante Jakpae del coreano Ryoo Seung-wan). Quest’anno l’Oriente potrebbe dare ancora prova di essere forse la cinematografia più viva e variegata, o almeno quella con più sorprese e assi nella manica.

Ad iniziare dalla competizione vera e propria, che vede nel suo bel programma due maestri: il cinese (per l’occasione tornato in patria come nelle prime commedie) Ang Lee, Leone d’Oro nel 2005 per Brokeback Mountain, e il giapponese Takashi Miike, per la prima volta in concorso. Il primo ambienta il suo thriller Lust, caution a Shanghai durante la Seconda Guerra Mondiale, con Tony Leung nella parte di un funzionario coinvolto suo malgrado in un omicidio e Joan Chen; il secondo conferma la sua vena anarchica e folle tirando fuori dal cappello il nippo-western Sukiyaki Western Django, girato in inglese e incentrato su due gang rivali, con Tarantino nella parte di un “mistery man” di nome Ringo.

E poi ci sono Jiang Wen, attore in The Missing Gun e I Guerrieri del cielo e della terra, alla sua terza regia con Taiyang zhaochang shenqi (The Sun Also Rises), un film corale ambientato in differenti luoghi e in tempi diversi (un villaggio Yunnan, un campus universitario, il deserto del Gobi…), e l’attore feticcio di Tsai Ming-liang, ossia Lee Kang-sheng, alla sua seconda opera. Il titolo è tutto un programma: Bangbang wo aishen (Help Me Eros).

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