
Venezia mi ricorda i miei primi amori giovanilissimi: il cinema di Ingmar Bergman. Ma, a distanza di anni, dopo varie esperienze, quando mi hanno chiesto di insegnare sceneggiatura all’università, mi sono detto: che faccio con i ragazzi, comincio a farli scrivere, provando e riprovando, partendo dai copioni di Bergman? Ci ho pensato un po’ e mi sono risposto: no. Bergman è un arrivo non una partenza. E allora, come modello di impostazione delle scene e del modo di raccontare una storia, ho scelto di studiare insieme ai ragazzi i copioni di certi film di Totò, il massimo dello spettacolo, un capolavoro in questo senso “Totò, fifa e arena”.
Scoprimmo quanto erano bravi qui e in altri testi i già bravi Age & Scarpelli- i maghi della commedia all’italiana- nel condurre e nell’ “usare” il grande attore (non solo comico), il principe Antonio De Curtis. Ricordo questi fatti stimolato da una speranza che mi nasce dentro in un Festival veneziano che vive un periodo in cui accadono cose curiose, su cui fare un pensierino. Tutti i giornali insistono sui film e sui doc, sui temi e sugli autori impegnati al Lido. Impegnatissimi. Fateci caso.
Ciò viene da un passato tipicamente italiano, sui non mi soffermo adesso, mentre viviamo in una situazione cambiata, tutta da capire. Un esempio? Venezia si apre ai cartoni animati premiando con il Leone d’oro alla carriera il mago della Disney-Pixar. Finalmente. Un altro passo in avanti, a mio parere. Ma c’è di più. I contagi non dovranno mancare.
Un sondaggio su internet ha stabilito che il pubblico decreta anche a distanza di anni il trionfo – da mandare ai posteri- di film “Il signore degli anelli”, “Guerre Stellari”, “Matrix”, e così via. Cosa succede? Succede che il mondo sogna di giocare e gioca volentieri con il cinema spettacolare. Ci voleva internet a scoprirlo? Chissà che il cinema, quello troppo e impegnato senza fantasia, impari la lezione senza fare lezione, e torni al piacere del racconto e dell’intrattenimento. Arrivano in questi giorni al Lido i film di Michele Placido, Francesca Comencini, Citto Maselli. Facciano il piacere, direbbe Totò, di piacere; o almeno provare a piacere. Siamo pronti all’esperimento.
Un programma al di sopra delle aspettative. Chiariamolo fin da subito, a scanso di equivoci: il cartellone della 66. Mostra Internazionale del Cinema di Venezia sulla carta promette un’edizione molto buona. Concentriamoci per ora sui film in concorso, e più tardi parleremo delle altre sezioni. Non preoccupatevi se vedete qualche nome mancante: è probabile che il film che cercate sia fuori concorso, ma qui le sorprese non mancano.
Confermati innanzitutto i rumors delle ultime settimane sugli italiani: ancora una volta, come l’anno scorso, i titoli nostrani del concorso ufficiale sono quattro. Si tratta ovviamente del film d’apertura Baaria di Giuseppe Tornatore, de Il Grande Sogno di Michele Placido, con Scamarcio, Trinca, Argentero, Orlando e Morante, La doppia ora, opera prima di Giuseppe Capotondi con Filippo Timi e Ksenia Rappoport, e, unico film Rai contro tre Medusa, Lo spazio bianco di Francesca Comencini, con Margherita Buy.
Sorprendente la sestina americana: dopo gli ormai sbandieratissimi Moore, Herzog, l’esordio di Tom Ford con A single man, fa piacere anche vedere confermato il nuovo Todd Solondz, The Road di Hillcoat e soprattutto -in concorso!- Survival of the Dead di zio Romero. Nella triade orientale, spunta la sopresona Tsukamoto con il suo nuovo capitolo di Tetsuo. Ottima la selezione francese, con Denis, Rivette, Chéreau confermati e la “new entry” Mr. Nobody di Jaco Van Dormael. Due lavori tedeschi (ma ovviamente Akin ha origini turche e Shirin Neshat iraniane), uno austriaco, e poi ancora Sri Lanka, Egitto e Israele. E manca ancora il film a sorpresa, per un totale di 24 film in corsa per il Leone d’Oro.
Dopo il salto, tutti i titoli del concorso ufficiale di Venezia 66.
Non solo Tornatore e Placido, rispettivamente con Baaria e Il Grande Sogno. La cerchia dei papabili per il concorso della 66a Mostra del Cinema di Venezia si stringe e fa affiorare un’interessante rosa di titoli. In lista troviamo innanzitutto Lo spazio bianco, nuova fatica di Francesca Comencini dal romanzo di Valeria Parrella, con Margherita Buy.
Come si dice ormai da diverso tempo, in pole position anche L’uomo che verrà, opera seconda di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto. “New entries” nei rumor: Vivo di Alessandro Angelini con Sergio Castellitto, storia di un padre alla ricerca dell’uomo a cui è stato trapiantato il cuore del figlio; Good morning, Aman di Claudio Noce, con Valerio Mastandrea; La doppia ora di Giuseppe Capotondi.
Nuove voci di corridoio anche per gli americani al Lido: i titoli in concorso potrebbero essere 4 (ma l’altr’anno, quando si parlava della crisi della presenza statunitense ai festival per lo sciopero degli sceneggiatori, i film americani erano 5…), e tra questi, oltre al quasi confermato The Informant di Soderbergh e al chiacchierato Fantastic Mr. Fox di Anderson, salta fuori il film sulla crisi finanziaria di Michael Moore, ovvero Capitalism: a Love Story. Probabile film di chiusura del festival potrebbe essere invece la prima pellicola di fantascienza della Repubblica Popolare Cinese, diretta a quattro mani da Fruit Chan e Jian Cui, considerato il padre del rock cinese.
Margherita Buy si trova in questi giorni sul set napoletano di Lo Spazio Bianco, nuovo film diretto da Francesca Comencini (sorella di Cristina) e tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Valeria Parrella, le cui riprese sono iniziate lunedì.
Protagonista assoluta della vicenda è Maria, un’insegnante quarantenne e single che dà alla luce Irene, bimba nata prematura al sesto mese di gravidanza. Maria vive i successivi tre mesi sospesa in una sorta di limbo emotivo o “spazio bianco”, in attesa che gli eventi seguano il proprio corso e nella speranza che sua figlia possa presto uscire dalla terapia intensiva.
Il film, sceneggiato dalla stessa Francesca Comencini insieme a Federica Pontremoli e prodotto da Domenico Procacci per Fandango in collaborazione con Rai Cinema, sarà girato nello spazio di otto settimane tra Napoli e Roma.
Fonte: CinecittàNews