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Tutti gli articoli con tag Italo Moscati

Mediocrità che urlano: i festival?

pubblicato da Italo Moscati

berlinale_2012

Andiamo dal passato-presente al futuro. Futuro? Non so se possa chiamare così se si considera quel che sta capitando, in Italia più che altrove, ai festival, alle mostre, alle rassegna, ai mercati del cinema. Cosa sono? A cosa servono? Funzionano per il cinema e il pubblico, o sono solo luoghi di poltroni che amano sedersi in poltrone di comando e servire un aperitivo (un trailer) sapendo bene che seguiranno pochi o alcun film degno di vetrina?

Bella domanda, che mi faccio, e vi propongo, sulla base di quel che è accaduto, sta accadendo, accadrà per le poltrone del Roma Film Festival e la Mostra di Venezia. Dunque. Vediamo il calendario degli appuntamenti che è cominciato a Berlino, in febbraio, con una routine ormai consolidata, solida che non suscita scandali politici: prende con rigore quel che ritiene decente. Dopo un paio di mesi, maggio, toccherà a Cannes, che è una specie di nave da crociera di concordie internazionali su film, registi e red carpet, o poco più; sono lontani, assai lontani gli anni dei brividi, e comunque questo festivalone si fa rispettar.

A Pesaro, a giugno, ci sarà la Mostra del nuovo cinema che non sa sempre bene dove andare a cercare il nuovo e si “accontenta” (non è poco) di fare scelte meditate, e tentare aperture a un pubblico vasto, nella bella piazza centrale della città. Poi, ad agosto e subito dopo (quando?) ci sarà la tenzone Venezia- Roma le cui premesse sono apparse ai più scontate e persino ridicole per il chiasso e le inutili polemiche. Il problema purtroppo per ora è quello dei nomi dei direttori, superdirettori, presidenti, dei cda e dei potenti dello spettacolo che si rivelano impotenti di risolvere la questione di fondo, oltre al travaglio delle nomine: cosa sono queste due manifestazioni, qual è il bilancio delle singole esperienze e della concorrenza tra chiasso e gelosie, a cosa e a chi devono servire?

Le risposte latitano. I potenti si leccano le loro impotenze, e non sanno che nomine e pesci-pellicola pigliare. Di mezzo, stiamo sicuri, ci andranno il vecchio e caro cinema, e i vecchi giovani cari spettatori. Tra qualche tempo le verifiche. Con una osservazione conclusiva: i film sono pochi, quelli degni di una vetrina ancora meno, quelli essere modelli di qualità si contano sulle dite. La mediocrità delle chiacchiere sarà in grado di coprire il colore dei flop che si annunciano?

Foto: TMnews

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Federico Fellini: qual è il vostro film preferito? Votate!

pubblicato da Carla Cigognini

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Il Doodle di Google di oggi (lo vedete qui sopra), 20 gennaio 2012, celebra il grande Federico Fellini, nato appunto a Rimini il 20 gennaio del 1920. Oggi Cineblog gli dedica un post-sondaggio perché vogliamo sapere da voi quale suo film amate di più.

Curiosità: Federico Fellini si è portato a casa 4 premi Oscar: uno alla carriera (1993) e 3 per il miglior film straniero: La strada, Le notti di Cabiria e .

Per scoprire (o riscoprire) Fellini in libreria vi consiglio due libri: Federico Fellini - La dolce vita di Antonio Costa (edizioni Lindau) e Il secondo libro è Fellini & Fellini - Da Rimini a Roma, inquilino a Cinecittà di Italo Moscati (edizioni Rai-Eri).

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Leggete libri sul cinema?

pubblicato da Carla Cigognini

libri

Il cinema è anche viaggio. Ne sa qualcosa Italo Moscati che collabora con noi da tempo e che ci delizia con i suoi editoriali schietti e personali. Italo è anche scrittore e suo è il libro L’albero delle eresie che non è solo libro ma anche un viaggio nel mondo del cinema. Lascio a lui la parola:

“Il libro nasce da diverse esperienze da me compiute come critico e giornalista che ha cercato di studiare lo spettacolo e i media; come scrittore e sceneggiatore, come docente nella facoltà di scienze della comunicazione all’università di Teramo; come frequentatore, collaboratore scientifico e direttore artistico di importanti festival (dalla Mostra di Venezia a Cannes, da Berlino a Los Angeles, da San Benedetto del Tronto a Viterbo), come responsabile del Centro d’arte contemporanea Pecci di Prato; infine, come regista di film documentari e tv movie. Ringrazio tutti coloro che mi hanno consentito di fare queste esperienze da cui ho molto imparato, e da cui ho tratto una profonda convinzione: non basta collegare teorie e tecniche, bisogna vivere ogni esperienza facendosi coinvolgere e voglia di capire. Nessuno può evitare quel che è accaduto tra il Novecento e il Duemila; e che accelera fra pregiudizi e paure la necessità di superare le tante facciate delle società in cui viviamo. Bisogna navigare nell’invisibile, potente computer che esisteva anche prima del computer elettronico, nei percorsi della vita che ci tocca ; nei casi migliori, riusciamo a ri-creare per tutto quel di cui abbiamo bisogno. Ecco, in questo senso posso ringraziare tutte le persone e tutte le occasioni di cui racconto nel libro. Molti dei personaggi, inseriti nel libro, li ho conosciuti di persona. Altri li ho cercati fra ciò che hanno scritto, filmato, fatti”.

Prendo spunto da questa uscita di un nostro collaboratore per farvi una domanda molto diretta: avete libri di cinema in casa? E cosa? Biografie? Libri fotografici? Raccolte di curiosità? Storie del cinema? Raccontateci cosa (e se) li leggete.

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Venezia 2011 - Leoni e Conigli: Vince la Rassegnazione

pubblicato da Italo Moscati

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Eccoli i verdetti della Mostra Venezia 68. Benvenuti. Mettiamoli in soffitta e non in cassonetto. Tanto per riprendere un titolo con cui avevano cominciati i nostri racconti dal Lido: la Mostra è consolidata. Andrà avanti così e i verdetti hanno rafforzato le vecchie fondamenta (mentre quelle del nuovo Palazzo del Cinema arriveranno nel prossimo Millennio). Il presidente Baratta e il direttore Muller resteranno in carica, sono persone perbene, e hanno dimostrato di saper fare il loro mestiere. Auguri.

E ora sotto con qualche opinione. Questi Leoni in fondo appartengono a una visione conigliesca del cinema. Poco coraggio, grande capacità distributiva secondo geopolitiche non sconvolgenti, anzi banali. Mi sia permesso di introdurre provando (!) a fare lo spiritoso a proposito della Coppa Volpi a Michael Fassbender. Bravo e bello, anzi bellissimo, presente nel film indicato dalla giuria Shame e anche in A Dangerous Method. In entrambi i lavori- nel secondo nei panni di Jung- l’attore già divo fa grande esibizione di talento e nello stesso tempo di potenza sessuale, generosamente mostrandosi nudissimo con ragguardevole pendente ( grossa concorrenza per Rocco Siffredi, il superdotato presente al Lido sul red carpet). Ottimo. Una domanda: perché i giurati hanno citato “Shame” (vergogna) e non “A Dangerous Method” (metodo pericoloso)? Hanno temuto per la psicanalisi?

Andiamo avanti. Il Leone a Aleksandr Sokurov per Faust è meritatissimo. Il suo film è uno di quelli che una giuria pavida accoglie con grande favore: rigoroso, dotto, sconvolgente e persino irritante, poi delicato, armonioso nell’arpeggiare nel destino fra diavolo, amore e morte. Perfetto. L’ideale per uscire da ogni altra tentazione che sarebbe stata rischiosa.

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Venezia 2011: Prontuario specifico di provocazioni in vista dei Leoni mogi, in nome di Killer Joe

pubblicato da Italo Moscati

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Tra poco sapremo chi avrà vinto alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia. A voi importa? A me poco, poco, pochissimo, e solo per un gusto calcistico: star dentro il gioco di chi vince e di chi perde per puro piacere, sfizio. Dirò le mie preferenze, anche sulla base di opinioni che mi sono fatto ascoltando e leggendo altre opinioni. Poi passerò a un tema che ci affascina e ci turba tutti, grazie ai commenti espressi nel nostro blog da Gio88 e Luporosso - a proposito di Killer Joe di Friedkin di cui ho scritto nel mio post dedicato al film- che molto mi stimolano.

Nelle indicazioni leonine e dintorni non entrerò nel merito delle categorie previste dalla Mostra. Lascio volentieri le grane alla giuria, in cui sono inclusi gli italiani Mario Martone e Alba Rohrwacher, i quali sono stati sollecitati da un ministro e dalla sua corte a premiare finalmente un film nazionale (siamo o non siamo ai 150 anni dell’Unità d’Italia?). Spero solo che Darren Aronofsky, il presidente faccia il “wrestler”, ovvero il lottatore pulp o non pulp, per impedire l’arte di arrangiarsi italiana. Ha fatto un film con Mickey Rourke, se ne ricordi: Mickey era suonato ma le palline ce le avevano (e non come voti al film).

Dunque, la mia rosa dei film è in ordine di preferenze: Carnage di Polanski, A Dangerous Method di Cronenberg, Tinker, Tailor, Soldier, Spy di Alfredson, Killer Joe di Friedkin e Le Idi di Marzo di Clooney. Questi film hanno sceneggiature, attori, fotografia e montaggi di prima qualità, e non ci dovrebbero essere problemi per scegliere bene. Se poi qualcuno vorrà fare delle forzature, puntando su titoli e autori peregrini, faccia pure. Ci farà pensar male. Ci siamo abituati, ma ci dispiace. Pulp reality.

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Venezia 2011 - Cari Americani, col Pulp rischiate di rompere

pubblicato da Italo Moscati

KILLER_JOE_POSTER_FILMLe gloriose giornate del tricolore (Crialese, Comencini, Pacinotti) hanno tirato giù la bandiera e adesso si attende il verdetto della giuria. Guai se non vince un film italiano! Ordinano. Già altre volte i magoni sono andati giù e lo spritz o il prosecco non sono serviti a cancellare amarezza e delusione. Seguendo la filosofia del non aspettarsi mai troppo; promettendo domani un primo bilancio (i miei candidati ai premi maggiori), passerei oltre.

Comincerei con un lavoro americano del vecchio William Friedkin, quello di “French Connection” e “L’esorcista”, intitolato Killer Joe che ha chiaramente l’intenzione di conquistare il primato del pulp fiction che per ora spetta a Quentin Tarantino. Una storia trucida di polli umani e di polli arrosto veri. I primi sono i componenti di una sgangherata famiglia allargata. Sono raccolti sotto vari tetti a coltivare parvenze di affetto, e soprattutto vizi, gelosie, tradimenti, sete di denaro, possessioni. I secondi, i polli veri, quelli da spiedo o da rosticceria, hanno un ruolo fondamentale nel film, specie uno, ma non dirò come e perché.

Qui voglio solo premettere, alla vostra visione , le mie reazioni dopo 103’ di pellicola molto ben diretta. Ho retto con pazienza tutta la prima parte che ruota intorno a una assicurazione che fa gola a tutti costoro, ovvero ai polli umani e ad uno spiedo umano che fa alternativamente il poliziotto e il killer che si fa ben pagare. Poi, nell’ultima mezzora mi sono divertito come un bambino che pasticcia con la cioccolata.

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Venezia 2011: Quando la notte viene di giorno e rischia di farti male

pubblicato da Italo Moscati

poster-quando-la-notteCronaca di un mattino alla Mostra del cinema di Venezia 2011. Sono quasi le 11 al PalaDarsena. Sullo schermo passano le ultime immagini del film Quando la notte di Cristina Comencini che ha origine da un suo recente romanzo. Le immagini non sono finite neanche sul nero dei titoli di coda che un “urlo” soffocato, mormorato di dissenso si mescola ai pochi, centellinati applausi. Sto male, provo dolore. Non scherzo. Conosco da anni Cristina per avere lavorato con il padre, il grande Luigi Comencini, e sono affezionato a lei e alla famiglia, tutta cinematografica.

Avevo sperato fino all’ultimo, seguendo la pellicola, che tutto sarebbe finito al meglio. Invece i quindici-venti minuti finali mi aggrediscono alla testa e al cuore. La storia del film, e del romanzo, viene da una idea nuova e urticante. Cioè, dai patemi, dalla angoscia, dal dubbio, dalla rabbia e dalla depressione che possono cogliere alcune donne sensibili, sensibilissime, quando hanno un figlio. La scoperta può avvenire anche qualche tempo dopo il parto.

Nel film il piccolo Marco piange a dirotto, non dorme la notte, agita e toglie il respiro, oltre che libertà, alla madre Marina che decide di fare con lui una vacanza in montagna. Ma le cose non vanno secondo i suoi piani e i suoi desideri. Nella doppia fatica fisica e psicologica di Marina si inseriscono la vita e i comportamenti, come dire, non sereni di una guida alpina che ha affittato la casa per la vacanza, Manfred.

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Venezia 2011: l'uomo in Clergyman vuole aiutarci a pensare e a pentirsi

pubblicato da Italo Moscati

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Mister in Clergyman è Marco Muller, direttore della Mostra Cinematografica di Venezia, come sappiamo: basta guardarlo se l’abito fa il monaco, Marco con giacche chiuse fino al collo e quasi sempre di colore nero fa il direttore dalle buone intenzioni. Cosa ha combinato in questi penultimissimi giorni della competizione e del glamour, entrambi sommessi?

Ad esempio ha avuto l’idea di mettere insieme, in una stessa giornata, il film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone, fuori concorso; e Cime tempestose, tratto liberamente dal romanzo della Bronte, di Andrea Arnold, in concorso. Sono lavori diversi, diversissimi, con tempi e modi di ripresa molto distanti tra loro. Ma il reverendo Muller che si barcamena fra le tante religioni con cui deve trattare (credo che sia anche un pizzico buddista) ha scelto la via di un ecumenismo indiretto.

Nel “Villaggio di cartone” ritroviamo un Olmi particolarmente meditativo, impegnato nel raccontare una storia fatta di storie dentro una chiesa in una landa non precisata ma vicina alla sua terra lombarda, leghista e non proprio tenera con gli immigrati. Non starò certo a specificare per dettaglio la trama. Mi basterà dire che in una chiesa dismessa resta con ostinazione il vecchio parroco che, una notte, aprirà si fa per dire la porta a un gruppo di immigrati africani (la porta l’avrebbero comunque forzata) che improvvisano un piccolo accampamento con tende che paiono ricordare la capanna di Betlemme.

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Venezia 2011: La Talpa è un film che vive sottoterra e ricorda gli scheletri dell'Europa

pubblicato da Italo Moscati

La_TALPA_GARY_OLDMAN_POSTERTomas Alfredson è un noiosone ma con Tinker, Tailor, Soldier, Spy muove le acque profonde del cinema e della storia. Il titolo significa “Stagnaio, Sarto, Soldato, Spia” e in italiano sarà La talpa, come il libro di John Le Carrè, specialista di spie che vengono dal freddo e da sotto i tombini, da Londra, Mosca, Budapest, Parigi e anche se non si vede, in questo film, Washington.

E’ bello risciacquare i panni delle torpide acque del Tamigi e delle menti nei servizi segreti. Peccato che il noiosone Alfredson sia freddo di suo e solo a tratti e nel finale riesca a sollecitare l’attenzione in un ginepraio di nomi, risvolti, piccoli o piccolissimi colpi di scena, amori pochi e tante morti.

Il film è in concorso, e si vedrà cosa desidererà giuria, con i membri italiani sotto ricatto: devono fare vincere ad ogni un nostro film, dopo molti anni (“Così ridevano” di Amelio). Lo ha detto il ministro.

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Venezia 2011: a terra ferma, purtroppo, è il cinema italiano, quello americano si castra

pubblicato da Italo Moscati

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Non faccio lo snob. Ma l’unica vera scena valida che ricordo sul tema della immigrazione che ci riguarda è quella girata da Gianni Amelio per Lamerica: la gente è al porto di Valona e trepida per salire su una carretta del mare per raggiungere le coste italiane. Li vedremo, questi uomini e donne anonimi, aggrappati a tutto- alla speranza per prima- nella carretta; sono talmente tanti che il posto libero si crea quando uno lo buttano a mare perché è morto. Sul pontile di Valona la gente è felice, fa festa, la festa per un abbandono di un paese che li ha sfiancati e per il miraggio che vorrebbero fosse realtà. Gridano: “Italia Italia tu sei il mondo”.

Noi sappiamo che non è così. Sappiamo in realtà che siamo, agli occhi degli albanesi e dei delusi sulle coste del Mediterraneo, soprattutto ciò che essi vedono dalla nostre televisioni, piovre sulle loro teste. Luci, paillettes, nudi, balli, stilisti, calciatori. Quando arrivano, a stento, la mazzata è forte. Per questo, per la delusione forse, alcuni di loro ricorrono alle maniere forti. Del resto, gli italiani diventarono gangster sotto la Statua della Libertà.

Queste righe le scrivo dopo aver visto Terraferma di Emanuele Crialese, il regista di “Respiro” e di “Un mondo nuovo”. Credo di sapere perché questo autore italiano, emigrato a New York dove ha fatto il cameriere ed è riuscito a frequentare la Columbia University, insista sul tema delle emigrazioni.

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