L’attrice Kim Novak ha lasciato le sue impronte davanti al Grauman’s Chinese Theatre di Los Angeles. La cerimonia, di cui vi mostriamo alcune foto, ha celebrato la bravissima Kim, ancora in splendida forma e bellissima (ha 79 anni!). Il collega Robert Osborne l’ha elogiata così:
“Sono felice di essere qui per onorare una persona che ammiro molto. L’abbiamo tutti amata in film come Picnic, L’uomo dal braccio d’oro e naturalmente in La donna che visse due volte. E’ una bella signora”.
Kim Novak ha anche dichiarato commossa di soffrire di disturbo bipolare e di essersi rammaricata della sua decisione di lasciare Hollywood alla fine del 1960, al culmine della sua fama. L’attrice soffre anche della Sindrome di Morris, una malattia rara determinata da un diverso percorso nella differenziazione sessuale.
Ma vi lascio alle foto… non la trovate ancora splendida?
Fonte foto: TMNews
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“I want to report a rape” (”voglio denunciare uno stupro”): inizia con questa frase la pagina di Variety scritta da Kim Novak, straordinaria protagonista di Vertigo, ovvero La donna che visse due volte, che si è scagliata contro la colonna sonora di The Artist. L’attrice ha comprato un’intera pagina della celebre rivista per denunciare quello che per lei è un atto comparabile ad uno “stupro”, ossia una violazione del suo lavoro (il gioco di parole in inglese è tra “body” e “body of work”, tra corpo e il suo curriculum lavorativo).
La Novak denuncia infatti la presenza nel film di Michel Hazanavicius, fresco di tre Golden Globe (tra cui quello per la colonna sonora), della Love Suite scritta da Bernard Herrmann per Vertigo di Alfred Hitchcock. Anche se il nome del compositore compare nei titoli di coda (chi scrive, tra l’altro, conferma), all’attrice è parso come se il regista stesse imbrogliando il pubblico, usando direttamente le emozioni del film di Hitchcock per costruire il climax del film verso il finale.
La prima a rispondere alla Novak è stata Lynn Blanco, direttrice del Rape Crisis Center di San Antonio, Texas: il vocabolo “stupro” all’interno di questo contesto le è parso davvero estremo e fuori luogo. Questa invece è stata la risposta di Hazanavicius:
The Artist è stato fatto come una lettera d’amore al cinema, e nasce dalla mia [e del mio cast e della mia troupe] ammirazione e rispetto per i film di tutta la storia del cinema. È ispirato ai lavori di Hitchcock, Lang, Ford, Lubitsch, Murnau e Wilder. Amo Bernard Herrmann e la sua musica è stata usata in molti film, e sono contento di averla nel mio. Rispetto moltissimo Kim Novak, e mi dispiace sentire che non è d’accordo.
Fonte: Daily Mail
Personalmente adoro Alfred Hitchcock: credo che ogni cinefilo che si rispetti dovrebbe vedere tutti i suoi film almeno una volta all’anno. Per questo sono felice di segnalare l’uscita del libro Hitchcock - Il laboratorio del brivido (edizioni Ediesse- Eri), scritto da Italo Moscati. Oggi vi regaliamo parte del primo capitolo.
“Alfred Hithcock, in là con gli anni, ad un certo punto della sua vita, decise di celebrare un funerale a se stesso, anzitempo. Perché no? Più o meno a tutti, specie fra la gente dello spettacolo, capita d’ immaginare il momento del trapasso: affacciarsi dalla bara per vedere che effetto che fa. Si tratta di un gioco, ma soprattutto di una faccenda seria. Il colpo di coda di un artista che , in nome di un imprescindibile narcisismo, sente il bisogno di mettere in scena, o almeno di fantasticare sulla dipartita e soprattutto sui momenti del congedo definitivo, per prepararsi e per verificare lo show definitivo. Un modo di spiare, con il pretesto del funerale, le reazioni degli spettatori.
Nel racconto di quel giorno di pompe funebri non è detto che, provando la cerimonia, Alfred abbia resistito alla tentazioni di stendersi vestito nella bara foderata e di avere chiuso, sempre a titolo di prova, gli occhi e persino di aver incrociato le mani sul petto. Si sa invece che la cura posta nella cerimonia, da parte del regista, fu notevole e commossa, come se le esequie fossero dedicate ad un caro amico, se stesso, al quale destinare il massimo dell’impegno. Un gioco, il gioco del “doppio”, molto caro al regista.
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La donna che visse due volte (Vertigo, USA, 1958) di Alfred Hitchcock; con James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Henry Jones.
Oggi, 15.30, Rete 4
Per far capirere la grandezza di Hitchcock a qualcuno che voglia avvicinarsi al cinema o alla filmografia del maestro, ci vogliono innanzitutto due o tre primi titoli da prendere obbligatoriamente ad esempio. Pochi dubbi sul fatto che La donna che visse due volte (titolo italiano di Vertigo) sia uno di quelli.
Storia di un poliziotto, figura classica razionale per eccellenza, che si ritrova a fare a meno della sua razionalità per una storia d’amore impossibile ed intricata, dove si ritrovano assieme e si scontrano passione, amore, morte e fantasmi, il film di Hitchcock è un mèlo che rivoluziona genere e tecnica.
Non solo l’uso incredibile dell’”effetto vertigine”, risultato di un carrello all’indietro e di uno zoom in avanti, ma anche l’uso del colore, la capacità di mimetizzare un discorso freudiano nella tesissima e appassionante trama (provate ad interpretare chi dei personaggi è Ego, Super-Ego e Id), e anche la capacità di fondere incertezze inquietanti lungo tutto il percorso nello spettatore. Che ritroverà all’interno del film uno dei baci cinematografici più belli di sempre, e anche una delle esperienze più esaltanti della storia del cinema, sia dal punto di vista formale, sia dal punto di vista purante emozionale.