
Baseball. Chi scrive non ci ha mai capito una mazza, per fare una battuta vecchia come l’universo. Peggio ancora: personalmente, non me n’è mai fregato nulla. Un film come L’arte di vincere può fare quindi paura, se non si ha alcun minimo interesse verso lo sport americano per eccellenza: eppure l’opera seconda di Bennett Miller è un bel film. Sarà perché riesce a rendere avvincente questo sport per molti “ufo”, sarà che la sceneggiatura di Sorkin riesce a partire da un’idea per approdare su lidi per fortuna molto umani (come succedeva in The Social Network, del resto), sarà che il finale resta in testa… Chissà. Questa settimana esce anche Mission: Impossible - Protocollo Fantasma, quarto capitolo della saga, questa volta diretto da Brad Bird, autore di bellissimi film d’animazione come Il gigante di ferro, Gli Incredibili, Ratatouille: ed è stato ben accolto da critica e pubblico. Per tornare in terra di Oscar, dovè L’arte di vincere s’è portato a casa 6 nomination, esce pure The Iron Lady, che ha regalato a Meryl Streep la sua 17a nomination: per ora, è la front-runner nella sua categoria.
Il general manager della squadra di baseball degli Oakland Athletics, Billy Beane, è costretto a far fronte alla situazione critica in cui versa il team dopo che i giocatori migliori se ne sono andati attirati da contratti più vantaggiosi. Durante un incontro con i Cleveland Indians, conosce Peter Brand, un giovane laureato in economia a Yale che ha idee innovative su come valutare la qualità dei giocatori. Nonostante le opposizioni, le teorie di Peter, appoggiate da Billy, portano a risultati insperati rivoluzionando le vite di tutti…
Esordire alla regia con un film “importante” ed essere subito nominato agli Oscar. Era il 2005 quando Bennett Miller portava sul grande schermo il primo biopic su Truman Capote, bruciando sul tempo il successivo Infamous di Douglas McGrath, guadagnandosi 5 nomination e regalando il primo Oscar a Philip Seymour Hoffman. Con un pedigree del genere la carriera di Miller avrebbe dovuto essere subito lanciata, eppure il regista c’ha messo un bel po’ per tornare dietro la macchina da presa.
C’è da dire che a suo modo, almeno all’inizio, sembrava che salire al timone di Moneyball non fosse una scelta poi tanto “sicura” per il regista. Il progetto, infatti, risale almeno a sette anni fa ed è andato incontro a tanti cambiamenti. Scritto prima da Stan Chervin, poi da Steve Zaillian, e passato prima dalle mani di David Frankel e poi di Steven Soderbergh, il progetto è finito poi nelle mani di Miller con una sceneggiatura (ri)scritta da Aaron Sorkin, intanto premiatissimo ed acclamato per The Social Network.