Quando il Concorso, il Fuori Concorso, le sezioni collaterali, le conferenze stampa, le retrospettive, il gossip, i problemi logistici e il freddo intenso per una sera non fanno più notizia e passano di gran lunga in secondo piano significa che qualcosa di grosso e di atteso sta per prepararsi. E la proiezione di ieri sera, in seconda serata, di Monty Python’s The Meaning of Life presentata da Micheal Palin è un’occasione più che plausibile per dimenticarsi di tutto il resto.
Un passo indietro. La giornata è trascorsa in maniera piuttosto silente, senza eccessivi picchi, eccezion fatta per l’ennesimo e incredibile tutto esaurito registrato da una proiezione del documentario Made in America di Stacy Peralta. Peralta è stato distribuito in Italia con solo un paio di film, entrambi documentari, “Dogtown and Z-Boy” e “Riding Giants”, rispettivamente a proposito della storia dello skateboarding e del surf.
Quando, un paio di giorni or sono, alla prima proiezione di questo nuovo documentario che parla della lotta fra gang nella downtown losangelina, un centinaio di persone sono rimaste fuori dalla sala con gran disdoro, un campanello è suonato e abbiamo provato a seguire gli sviluppi delle successive proiezioni.
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Inizia a formarsi il programma del Torino Film Festival 26, che si è già accaparrato l’attesissimo W. di Oliver Stone come film d’apertura. Tra i primi ospiti annunciati, ci sono, oltre a Oliver Stone, anche Peter Del Monte, Giuseppe Bertolucci, Marco Tullio Giordana, Salvatore Piscicelli, Claudio Caligari, Paolo Virzì, Tonino De Bernardi, Luciano Emmer, Zeudi Araya, Kohei Oguri, Koji Wakamatsu, Bill Forsyth, Michael Radford, Pat O’Connor e Michael Palin.
Interessantissimo l’evento di sabato 22 novembre, che prevede un incontro con Roman Polanski, a cui è dedicata una delle tre belle retrospettive del festival. Con lui ci saranno la moglie Emmanuelle Seigner, Jerzy Skolimowski, e l’attrice Sydne Rome e il direttore della fotografia Marcello Gatti che hanno lavorato con lui in Che?. Verrà poi presentato il documentario Roman Polanski: Wanted and Desired di Marina Zenovich, visto a Cannes.
Andiamo poi ai primi titoli del cartellone, divisi per sezione. Fuori concorso vedremo 24 City di Jia Zhang Ke, applauditissimo a Cannes, The Edge of Love di John Maybury, Filth and Wisdom di Madonna, passato a Berlino, Katyn di Andrzej Wajda, candidato all’Oscar come miglior film straniero, e Wendy and Lucy di Kelly Reichardt.
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Brian di Nazareth (Monty Phyton’s Life of Brian Inghilterra 1979) di Terry Jones con Graham Chapman, John Cleese, Eric Idle, Terry Gilliam, Terry Jones, Michael Palin.
È la notte di Natale. Il primo Natale per intenderci, l’originale, il giorno in cui Gesù Cristo è nato. A Betlemme arrivano i Re Magi, che seguendo la stella cadente recano i famosi doni per il futuro messia. Sfortunatamente sbagliano grotta, ed entrano a recare i loro omaggi nell’antro dove un altro bimbo ebreo, Brian, è appena nato, giusto accanto al luogo dove si celebra la nascita di Gesù. Si può ben affermare che comincino qui i guai per il povero Brian che ritroviamo, ormai 33enne, nella Giudea in fermento per le prediche di Gesù. Brian, che ha optato per una carriera diversa dal messia, sfoga il suo odio per i romani unendosi a un gruppo di cervellotici rivoluzionari per la Giudea libera.
Tra una peripezia e l’altra, la sua carriera di golpista non decolla, e Brian si trova costretto, per sfuggire alle truppe romane, a unirsi ai numerosi profeti di strada che postulano ognuno una diversa verità. Peccato per Brian che le sue parole, seppur sconclusionate, facciano breccia nella folla, che lo innalza al rango di messia. Il che, si sa, il più delle volte porta guai.
Per il loro terzo film (i primi due sono stati “E ora Qualcosa di Completamente Diverso” e “Monty Phyton e il Sacro Graal”) il gruppo comico inglese dei Monty Phyton sceglie di fare le cose per bene: coinvolgono nel finanziamento l’amico George Harrison, che per l’occasione fonda una casa di produzione (la Handmade Films), scelgono delle precise location in Tunisia e preparano degli accurati piani di produzione per evitare troppe sorprese. Sistemata la parte organizzativa i sei attori/autori posso ben sbizzarrirsi in tutta tranquillità. Il risultato sono simpatiche condanne di blasfemia un po’ in tutto il mondo, di cui parleremo più in là, ma soprattutto, e scusate se è poco, un capolavoro vero e proprio.
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