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Venezia 2010: le recensioni di Barney's Version (La versione di Barney) e Road to Nowhere

pubblicato da Gabriele C.

la versione di barney

Barney’s Version (Concorso) di Richard J. Lewis con Dustin Hoffman, Paul Giamatti, Rosamund Pike, Minnie Driver, Rachelle Lefevre, Bruce Greenwood, Scott Speedman

La storia di Barney Panoksy, canadese, ebreo e ricco produttore televisivo. Superati i sessan’anni Barney decide di scrivere la propria autobiografia, che servirà soprattutto per mettere le cose in chiaro sulla morte dell’amico Boogie, che tutti credono sia stato ucciso proprio da lui. Ma ritornando indietro nel tempo Barney ripercorre i suoi tre amori e tutta l’ultima parte della sua vita…

Barney’s Version è stato uno dei film più attesi della 67. Mostra del Cinema di Venezia per almeno due motivi. Il primo è l’appeal del prodotto, una produzione canadese e italiana (complice la Fandango, che trasferisce la parte del libro ambientata a Parigi a Roma), con grandi attori - anche se Dustin Hoffman ha dato forfait e non si è presentato al Lido -; il secondo è il romanzo da cui il film è tratto, l’amatissimo La versione di Barney di Mordecai Richler.

Quella di Barney è all’inizio la normale vita di un uomo qualunque, ma sin dal primo matrimonio si capisce che ci sono eventi straordinari da raccontare. In realtà il racconto si focalizza soprattutto sulle tre storie d’amore di Barney: oltre a Clara la seconda moglie, e soprattutto Miriam, il grande amore incontrato il giorno del secondo matrimonio.

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Venezia 2010: Domani si chiude, intanto un altro best seller

pubblicato da Italo Moscati

la versione di barney1

Venezia. I critici, i giornalisti? Tanti Ponzio Pilato. Hanno inventato i giudizi a colpi di palle: da uno a cinque. La palla più frequentata è: “si può vedere”. In questa pilatesca formula magica si può chiudere il bilancio della Mostra: domani nel tardo pomeriggio si saprà com’è andata la lotteria dei premi. In coda a tutti i film lo stratteso Barney’s Version di Richard J. Lewis, tratto dal best seller di Mordechai Richler; e Road to Nowhere di Monte Hellman. Penso che anche in questo caso venga voglia di usare la formula che mette al riparo di chi scrive ogni responsabilità. E’ la minima scommessa che si può fare, in nome delle sorti belle e non dei film morti, in nome del cinema che ci piace tanto difendere.

Quindi, mi adatto al ponziopilatismo imperante avvertendo che si tratta, per quanto concerne i miei gusti, una soluzione quanto mai adeguata alla qualità delle due pellicole: la prima di produzione canadese e italiana; la seconda americana a cura dello stesso regista. Se andate, e poi vi incazzate o arrabbiate, prendetevela con gli autori.

Cominciamo da “Barney’s Version” per il quale è indispensabile un breve antefatto. Il bel libro di Richler in Italia è stato pubblicato da Adelphi ma deve molto, se non tutto, del suo record di vendite e di echi pubblicistici, alla grande campagna a favore che fece “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Azzeccatissima, al punto da creare, quasi, un fenomeno di costume. La voglia della coproduzione, penso, si debba anche a questa vicenda molto insolita nel campo della stampa ancella di libri e di film da promuovere col piedo giusto. Ma la vera risorsa della intera vicenda di Barney e della sua versione della vita, sta proprio nel racconto e nel protagonista del romanzo che sono affascinanti.

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