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Venezia 64: quinto giorno di Gabriele

pubblicato da Gabriele C.

La rivolta al Lido è verde. E la causa ha un solo nome: l’accredito cinema. Grandi lamentele per il fatto che i posti liberi nelle sale occupate dagli accrediti press e industry (in parole povere: i più fortunati) non vengano riempiti con gente col pass verde, e lamentele per orari e proiezioni di film interessanti quanto meno bislacchi. Che senso ha fare una proiezione del film italiano Non pensarci in Sala Volpi, che ha “ben” 160 posti a sedere e gli accrediti sono circa… ehm, quanto mi hanno detto? 8000! Siamo qui per informarvi anche di questo, ma purtroppo non scopriamo l’acqua calda.

Veniamo ai film di ieri, una domenica full of people in cui era impossibile anche trovare posto ai tavoli. Le pluie des prunes di Frédéric Fisbach (nella sezione Giornate degli autori) è un film decisamente garbato e dolce sul rapporto tra un commediografo che deve adattare un suo testo teatrale per il Giappone, dove si trasferisce per un periodo, e sua nonna, che ha avuto un ictus e non parla più. Fisbach casca un po’ nel tranello di “rifare la Coppola” e il suo Lost in Translation, soprattutto nella difficoltà di comunicare con una lingua diversa e nel capire una civiltà diversa. Per fortuna che il rapporto tra i due protagonisti è descritto in modo sincero e delicato, con una scena finale davvero tenera e soddisfacente.

Small Gods del belga Dimitri Karakatsanis (nella sezione Settimana della critica) narra la storia di un viaggio di tre persone (due ragazze e un ragazzo) che non si conoscono e imparano a farlo lungo il viaggio. Capiremo perchè viaggiano assieme e la loro psicologia grazie al racconto di una delle due ragazze, che si confida con uno psicologo, raccontando tutto ciò che le è successo, iniziando da un incidente in macchina che è costato la vita al figlioletto. Ecco un film decisamente “drogato”. Drogato nel ritmo, tranquillo e quasi sotto l’effetto di marjuana, ma comunque interessante; drogato nelle inquadrature e nel montaggio; drogato nella fotografia (un po’ furbetta, ma fa il suo effetto). Fra alti e bassi, lungo la pellicola, in più di un’occasione ci si chiede però se il regista ci è o ci fa: inserisce qualche simil-gag comica che però lascia un po’ l’amaro, anche perchè potevano non starci, e rischia il ridicolo in una scena. Ma il finale, decisamente triste, rimette tutto a posto.

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