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Hostel: Parte II è difendibile

pubblicato da Gabriele C.

Credo che non sia difficile nè parlare male nè parlare bene di Hostel: Parte II; credo anche che non sia impossibile parlare malissimo nel film, ma dubito fortemente si possa urlare al miracolo. Basta guardarsi intorno: più facilmente si riesce a disprezzare il film in questione che a idolatrarlo. Ma si può provare a discuterne e a vedere i vari punti di vista.
Il nostro dottore ci ha offerto il suo punto di vista, in quel caso negativo, sul nuovo film di Eli Roth con un’ampia recensione in anteprima. Premettendo che il sottoscritto ha apprezzato il film, ma vorrebbe in ogni caso rivederselo per confermare o meno le sue posizioni a riguardo, vorrei provare a spiegare perchè un film come il secondo capitolo di Hostel può essere apprezzato.

E’ stato un insuccesso in patria, e aspettiamo di sapere i dati italiani (ma a dir la verità non c’è da aspettare troppo: nel cinema dove sono andato a vedermi il film mi hanno chiesto i documenti per verificare se avevo più di 18 anni. Detto tutto.). Tuttavia non voglio tornare sul perchè la pellicola non abbia riscosso successo, e neanche sul fatto che Roth abbia criticato tutti meno se stesso. Girava una copia pirata prima della distribuzione del film nelle sale, i critici hanno recensito quella e bla bla: alla fine adesso poco ci interessa.

Iniziamo col dire che Eli Roth è figlio di Quentin Tarantino. Una novità? No di certo. Che sia un “buon figlio”, è da verificare. Non è certo però che lo sia solo perchè appare una “semplice” scritta sulle locandine e ad inizio film, e neanche perchè Quentin è il produttore esecutivo (e si fa citare, ancora come nel primo capitolo, quando nell’ostello degli orrori in tv trasmettono Pulp Fiction). Roth è accomunato col regista di Kill Bill per il suo amore cinefilo, che guarda soprattutto al mito italiano degli anni ‘70, ma non solo. Roth ricorda con amore anche gli horror seriali degli anni ‘80: non è un caso che Hostel 2 inizi quasi esattamente come L’assassino ti siede accanto, il secondo capitolo dei Venerdì 13, con gli incubi notturni (che fungono da riepilogo) del precedente protagonista, Paxton, l’unico sopravvissuto al primo massacro, che ben presto passerà il timone ad un altro gruppetto di carne-fresca-da-macello. Cita Craven e il suo Il serpente e l’arcobaleno (la castrazione, questa volta davvero ben visibile e completa), e fa fare ai miti seventies italiani ciò per cui sono diventati celebri: la Fenech è una professoressa, Merenda un investigatore, Deodato… un cannibale, in una scena che se la ride dell’Inquisizione. E si autocita quando fa entrare Liliya Malkina, la truccatrice matta, che era la prima vittima dell’assassino di Thanksgiving, che qui fischietta pure come nell’inizio del fake-trailer. Va bene, Roth è narcisista: lo è pure Tarantino, e allora?

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Turistas: anche la tensione va in vacanza

pubblicato da Gabriele C.

Turistas (Turistas, USA, 2006) di John Stockwell; con Josh Duhamel, Melissa George, Olivia Wilde, Beau Garrett, Desmond Askew.

Alla fine, Turistas non è neanche uno dei peggiori horror usciti negli ultimi anni. Anche perchè segue uno schema fisso senza inventarsi cose assurde o imbarazzanti: presentazione dei protagonisti (sempre antipaticissimi ragazzi in vacanza all’estero) per un bel po’ e poi il macello. Purtroppo l’horror parte dopo cinquanta minuti, forse un po’ troppi, nonostante qualche piccola scena (notevole il paletto conficcato nell’occhio di un uomo). Passata la prima oretta di stanca, restano una quarantina di minuti con un po’ di gore (la versione unrated presenta un’operazione di espianto d’organi decisamente carina: ma non aspettatevi un tripudio di sangue, anzi) e il solito gioco tra il gatto e il topo. Questa volta, però, fra i boschi e persino sott’acqua, tra le caverne sottomarine, in una delle poche sequenze valide della pellicola.

John Stockwell (eh sì, il protagonista del carpenteriano Christine) è fissato proprio con l’acqua, vedi i precedenti Blue Crush e Trappola in fondo al mare, e sarà per questo che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore proprio nella già descritta sequenza subacquea. Però c’è da dire che non c’è un vero momento di paura, e soprattutto non c’è tensione. Che se ne sia andata in vacanza anche lei come i bellissimi protagonisti di Turistas? Ma soprattutto, confrontato ad altri horror vacanzieri recenti, il film di Stockwell non è crudo e violento come Le colline hanno gli occhi, non è politico come Hostel e non è teso come Wolf Creek.

Un pochetto di sangue e una sola sequenza che può shockare qualche novellino (quella dell’espianto, appunto), un discorso che sembra intraprendere la strada dell’horror politico abbandonato subito, e il tutto non acquista mai vero interesse. Non si capisce come qualcuno l’abbia accolto a braccia aperte. Più che brutto, un horror abbastanza inutile, e per niente coraggioso.

Voto Gabriele: 5
Voto Carla: 5

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