
In occasione dell’apertura della prima edizione del Festival di Animazione d’Autore, A-tube, a Varese, abbiamo incontrato il maestro dell’animazione italiana Bruno Bozzetto e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui sul suo lavoro e sul mondo del cinema d’animazione.
Fin da Tapum, il primo cortometraggio c’era un forte messaggio antimilitarista, tema che ritorna un po’ per tutta la sua carriera.
Ho realizzato Tapum che frequentavo ancora il liceo e studiando la Storia mi colpiva l’innumerevole numero di guerre combattute dagli uomini e, nel campo delle invenzioni, che quasi tutta tecnologia dipenda dallo studio di nuove armi. Mi ha colpito l’idea che l’uomo sembra che viva per combattere. Poi ho scoperto un libro bellissimo di Robert Ardrey che si intitola L’istinto di uccidere dove si dimostra come l’uomo, un piccolo essere nudo senza denti e senza artigli, ha sconfitto ed eliminato tutti gli animali più feroci e più grossi di noi. L’istinto della guerra è quindi il più forte che abbiamo, l’uomo è arrivato a essere quello che è grazie, o per colpa, di questo fatto. Mi ha colpito molto questa tesi provocatoria, ma non è del tutto assurda perché l’uomo ha questa capacità di uccidere e la sa usare meglio di tutti. Il risultato è che siamo sempre in guerra. A mio modo ho voluto riflettere, attraverso i disegni animati, su questo aspetto dell’umanità con l’ironia. Uno stimolo in più è giunto da un film di Walt Disney, La storia della musica, un film di 40 minuti con uno stile moderno, simile al mio, quindi ho associato questo modo di fare animazione e l’ho unita con questa idea. Cavallette, anni dopo, ha ripreso grosso modo lo stesso concetto, ma lì l’idea era che l’uomo così avrebbe provocato la sua stessa estinzione, ma gli insetti sarebbero sopravvissuti.
Il suo rapporto con il mondo dell’animazione, dalla Disney al Giappone. Spesso hanno confrontato il suo capolavoro Allegro non troppo con Fantasia…
Disney mi ha costruito. Sono cresciuto leggendo i fumetti e ho imparato a conoscere l’America tramite Disney. Contemporaneamente mi mandava lontano, perché non era possibile fare cinema con il suo stile, quindi era un rapporto che mi attraeva ma mi allontanava pure. Il cinema europeo è in realtà quello che mi ha spingo a realizzare i miei primi progetti. Da bambino ho visto Fantasia, pagando ogni volta il biglietto, per ben undici volte quindi lo sapevo a memoria, mi è rimasto nel cuore e ho anche imparato ad amare la musica classica da Fantasia. Quindi quando dopo tanti anni ho avuto l’idea di fare un brano sul Bolero di Ravel, l’idea è piaciuta a tutti i miei collaboratori che mi hanno stimolato a realizzare una sorta di risposta di Fantasia alla mia maniera. Allegro non troppo è nato così. Questo è stato lo spunto, in realtà il film ha preso una piega molto differente.