Ci aveva già pensato Andy Warhol che con il suo Kiss aveva messo insieme un intero film montando i baci più famosi della storia del cinema.
Questo montaggio non ha pretese artistiche, ma vuole essere un omaggio di un appassionato proprio ai sentimenti che il cinema è in grado di raccontare e comunicare. Un bell’augurio per San Valentino!
E voi quale aggiungereste?
Sono pochi i prodi che possono dire di aver visto in sala cinematografica la versione integrale di alcuni film fiume come le tre saghe di Heimat. In confronto però l’opera di Edgar Reitz pare un cortometraggio rispetto alle quasi 150 ore di durata di Cinematon, una maratona di cinema a cui hanno partecipato negli anni grandi del mondo della pellicola, da Jean-Luc Godard a Roberto Benigni.
Brevi ritratti senza parole, le prime riprese furono effettuate oltre trent’anni fa e a oggi il progetto non è ancora concluso. L’idea è di Gerard Courant che ha ripercorso il pensiero di Andy Warhol dando vita a un complesso mastodontico.
Cinematon, ne da notizia il sito Repubblica.it, sarà proiettato questo mese ad Avignone e a gennaio a Parigi. Una sfida anche per un cinefilo degno di Enrico Ghezzi!
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Cosa c’è di meglio per festeggiare San Valentino che una compliation di oltre 50 minuti di baci?
Ma credo che in molti conosceranno questo film di montaggio, che è un piccolo cult. Si chiama Kiss ed è un’opera di Andy Warhol datata 1963.

regia di Paul Morrissey e Antonio Margheriti (Anthony Dawson).
Con Dalila Di Lazzaro, Joe Dallessandro, Udo Kier, Arno Jverging, Monique Van Vooren, Fiorella Masselli, Liù Bosisio, Rosita Torosh, Cristina Gaioni, Nicoletta Elmi. Prodotto da Carlo Ponti e Andy Warhol. Genere: Horror, 94 min, ITA-FRA 1974. In TV stasera su Cinema mania alle 2:35.
La trama: Il Barone Frankenstein vuole creare una razza perfetta combinando parti umane di cadaveri diversi. Il tentativo non andrà molto bene…
Da poco più di 3 settimane la leggendaria icona della factory di Andy Warhol nonchè “musa” di Paul Morrissey ha compiuto 60 anni. Stiamo parlando di Joe Dallesandro, l’attore newyorkese di origine italiana protagonista della trilogia Flesh-Trash-Meat di Paul Morrissey, nonchè di b-movie italiani degli anni 70-80′, di film con Jacques Rivette (Merry go-round), Serge Gainsbourg (Je t’aime moin non plus) e Cotton Club con Coppola.
Con lui nel film, Dalila Di Lazzaro, un’attrice splendida: qui è assolutamente una donna oggetto nelle mani sadiche e perverse del barone Frankenstein (ruolo ricoperto da un Udo Kier che sembra in trance e particolarmente esaltato).
Factory Girl (Factory girl - U.S.A. 2006) di George Hickenlooper con Guy Pearce, Sienna Miller, Hayden Christensen, Jimmy Fallon, Mena Suvari.
La giovanissima Edie Sedgwick (Sienna Miller), ricca ereditiera con gravi problemi familiari alle spalle ed un passato in una casa di cura, arriva a New York piena di sogni e di speranze. Qui incontra Andy Warhol (Guy Pearce) ed è all’istante perfetta sintonia. I due iniziano a collaborare insieme, Edie diventa la musa di Andy e gira con lui alcuni film rivoluzionando tutta la Factory e lo star system dell’epoca.
Ma la fama dura poco (giusto quei famosi 15 minuti) poichè un giorno Edie incontra una rockstar (Hayden Christensen) e si innamora perdutamente rompendo quel fragile equilibrio che si era instaurato con Warhol. Vulnerabile e fragile, Edie si ritrova sola lasciata anche dal suo nuovo amore, senza un soldo e tossicodipendente…
Prima di tutto: la rockstar nel film viene chiamata Billy ma si tratta palesemente di Bob Dylan e questo ha portato a rimostranze da parte del cantante, naturalmente non si sa dove stia la verità tanto che in certi punti Factory Girl sfiora l’agiografia e Edie viene descritta spesso come la vittima di turno.

Sienna Miller si è concessa ai fans in un servizio fotografico (e copertina annessa) della rivista inglese Pop con alcuni scatti dei celebri Mert Alas e Marcus Piggott.
L’attrice è sulla cresta dell’onda per l’interpretazione di Edie Sedgwick, musa di Andy Warhol ed icona della cultura pop Usa, nel film Factory Girl, da noi in uscita il 23 novembre.
Nell’attesa del film godiamoci la foto gallery di Sienna.
Fonte: Fashionising.com
Sienna Miller fotografata per la rivista Pop da Mert Alas & Marcus Piggott


Continua a leggere: Sienna Miller by Mert Alas & Marcus Piggott su Pop
Incasso record per Hugh Grant. L’altra sera a New York, infatti, nel corso di un’asta il ritratto intitolato Early colored Liz, che apparteneva all’attore inglese è stato venduto per 23,7 milioni di dollari (circa 16,1 milioni di euro) a un anonimo collezionista, dopo una gara al rialzo tra un paio di acquirenti.
In meno di sei anni, Hugh Grant ha guadagnato quasi 8 milioni di dollari vendendo la tela che comprò ad un’asta nel 2001. Il ritratto di Liz Taylor è stato dipinto da Andy Warhol nel 1963.
Fa parte di una serie di 13 ritratti della grande attrice che l’artista realizzò, con colori acrilici, in poche settimane mentre Liz Taylor era ricoverata in una clinica privata.
Il tg1 riferisce inoltre che Grant ha smentito le voci che affermavano di una vendita nata dalla necessità di pagare alcuni suoi debiti. L’attore avrebbe infatti intenzione di investire il denaro guadagnato in opere di giovani artisti.
Fonte: adnkronos
Quanto ha fatto discutere questo film di Gus Van Sant? Alla sua uscità, ha scaldato gli animi, e i puristi gli si sono scagliati contro. Rifare il capolavoro assoluto di sir. Hitchcock? Lesa maestà. Ma quanta fretta nel giudizio. Qualcuno può dire, leggendo questo Cineblog consiglia, che ci contraddiciamo: ieri restavamo di sasso alla notizia del remake de L’esorcista, oggi addirittura consigliamo il rifacimento di uno dei più bei film della storia del cinema. Partendo dal fatto che si può discutere sull’inutilità o meno di un’operazione ad alto rischio come quella di rifare Psycho (ma non sulla sua difficoltà!), il film di Van Sant è un gran film.
C’è chi ha paragonato Psycho alle serigrafie di Andy Warhol. Non solo per l’idea di riproduzione ed identicità, ma anche per i colori, saturi e fortissimi, quasi delle campiture: non a caso Van Sant è definito un regista pop. Ma allargando il discorso, la pellicola sembra inserirsi prepotentemente dentro il discorso artistico, e diventa cinema concettuale. Tra l’altro, di altissimo livello. Siamo in pieno campo cinematografico: e col senno di poi, in un periodo in cui i remake spuntano come funghi, il discorso è ancora più attuale. Va bene l’omaggio affettuoso di un bravo regista ad un maestro indiscusso, va bene la voglia di provocare e va bene la voglia di soldi. Ma davvero il discorso finisce qui o è questo?
Quando si guarda la pellicola, non si può non pensare al perchè di una simile operazione. Ci si pensa ad ogni sequenza, si cercano particolari diversi rispetto all’originale che (quasi) non arrivano mai, si può restare sbalorditi da tanta minuziosa ricerca e messa in scena o irritati dal tutto. Ma perchè Psycho è un film da amare? Forse la risposta va cercata in quei piccoli frammenti inseriti dentro le scene di omicidio, in quei piccoli cambiamenti di sceneggiatura (il più palese: Norman che si masturba spiando Marion), in quei colori, in quelle prove attoriali in bilico tra recitazione e copia, nella scena della doccia che si tinge di rosso. E nel fatto che il regista non pone sul tavolo il confronto con l’originale: copiandolo, lo rispetta e non vuole neanche provare a sorpassarlo, perchè sarebbe impossibile. Cosa che oggi non accade con nessun remake. Alla fine, Psycho è un film unico e originale!
Stasera, 23.25, Rete 4

Permettetemi di ripescare un cofanetto uscito già da un bel po’ ma che personalmente amo molto, e che quindi vi invito a recuperare. Si tratta dello strepitoso e utilissimo, per chi ama il cinema underground e indipendente, cofanetto della trilogia di Paul Morrissey con Joe Dallesandro edito da RaroVideo e curato da Silvia Baraldini e Mario Zonta. 4 dvd presentati alla perfezione e ricchi di materiale con cui poter riscoprire le pellicole in questione, studiarle e capirle.
Paul Morrissey dirige tra il ‘68 e il ‘72 questa trilogia, i cui “episodi” escono a due anni di distanza l’uno dall’altro, con l’ultima icona warholiana, Joe Dallesandro, decisamente conscio di essere un’icona erotica tanto da autodefinirsi sex symbol (”Tutti i grandi sex symbols hanno un nome che finisce con “o”: Garbo, Harlow, Monroe, Brando, Dallesandro”). Ordinato e calcolatore, quasi un “manager” rispetto allo sperimentale genio Andy Warhol, Morrissey inizia a lavorare con l’esponente della Pop Art nel terzo periodo della sua produzione cinematografica, non a caso quella più narrativa e curata per quanto riguarda la tecnica. Se nel capolavoro assoluto Chelsea Girls c’è il suo zampino, si dice che già nel superbo My Hustler (del secondo periodo) ci sia l’impronta di Morrissey: non a caso i movimenti di macchina e l’uso dello zoom sono una novità per lo statico Warhol.
Dopo l’attentato della Solanas a Warhol il 3 giugno del ‘68 e dopo il “battesimo” di Dallesandro nel divertentissimo Lonesome Cowboys (dove partecipa anche Viva, amatissima da Morrissey, che però verrà da lei accusato di snaturare il cinema sperimentale di Warhol in favore dell’ordine e del calcolato), il regista prende con sè Joe e dirige Flesh, preceduto però dalla scritta Andy Warhol’s: e così anche i due capitoli successivi.
Continua a leggere: La trilogia di Morrissey edita da RaroVideo