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Avatar: i commenti della critica

pubblicato da Carla Cigognini

avatar titanic

La redazione di Cineblog è divisa per Avatar: c’è chi è andato in visibilio e c’è chi l’ha criticato aspramente. Noi oggi vi regaliamo le recensioni dei critici della carta stampata italiana. Da che parte state?

Alessio Guzzano - City: Su Pandora la Natura è sovrana e gli uomini sono alti/alti/alti, blu dipinti di blu, occhi da saggi felini alieni. L’Energia Madre scorre in ogni creatura: penetrazione (!) da chioma a orecchio, da braccia a radici. Benedicono l’animale cacciato e il drago predestinato camminando su muschi fluorescenti. Per l’avida megaditta terreste e il suo braccio armato «sono tutte ecostronzate » da estirpare. Infiltrano un marine che ha perso l’uso delle gambe, ma recupererà quello del cuore: Sam Worthington entra nel corpo indigeno grazie alla scienziata Sigourney Weaver e nella spiritualità grazie alla figlia del capo. Frecce velenose contro gas e Valchirie (ricorda niente?), ma la battaglia tra tutti-buoni e molto-kattivi andrà come deve. James Cameron inventa solo la lingua dei Na’vi, il resto ha eterni echi lontani: flora, fauna e serenità più figlie di Alice e Fantasia che di Jurassic Park, tecno/idee mai rottamabili (Terminator), morale ecopacifista con picchi buddisti e sbandate new age. Usa il 3D per approfondire la Meraviglia, non per scagliarla in platea. Non è il Futuro, ma un antico filmone aggiornato agli effetti speciali: generatori di stupore, come il cinema delle origini. Ottima avventura titanica che affonda i kolossal catastrofici di Emmerich, finte c(or)azzate a picco nel ridicolo.

Paola Casella - Europa: «Gli effetti speciali sono fantastici». Di solito, quando una recensione esordisce così, l’implicazione che tutto il resto non sia all’altezza, e in parte è vero: Cameron e compagni potevano lavorare di più sulla sceneggiatura, rinnovare le tecniche di regia, chiedere più realismo agli attori. Ma Avatar è così grande e generoso nell’elargire immagini magiche e scene d’azione mirabolanti, e contemporaneamente così naif nel trattare temi “politici” come l’imperialismo americano o l’inquinamento atmosferico, che non si può non volergli bene: ed è strano provare questa forma di affetto verso un kolossal che sprizza Hollywood da tutti i pori nella confezione, perché ha dentro una visione anarchicamente infantile della vita e dell’amore, una visione da selvaggio Venerdì, altro che la semplicità degli indigeni Na’vi. Se si riesce a vedere il film come un ottovolante su cui salire senza cercare grandi significati ci si diverte davvero: altrimenti il rischio noia incombe, così come l’imbarazzo davanti a certe ingenuità narrative. Ma già: produce sempre Cameron. Sarà questo il problema?

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