Il responsabile delle risorse umane (The Human Resources Manager) Regia di Eran Riklis, con Mark Ivanir, Guri Alfi, Noah Silver, Rozina Cambos, Julian Negulesco.
L’ennesimo attentato scuote il centro di Gerusalemme. Tra i cadaveri c’è quello di una donna senza documenti. I suoi resti giacciono per oltre una settimana nell’obitorio senza che nessuno chieda di lei. Della sua vita si sa solo che si chiamava Yulia, che era arrivata da poco in città e che lavorava in una fabbrica. Non potendo accusare altri, la stampa israeliana si lancia in un linciaggio mediatico nei confronti dell’azienda per la quale lavorava, rea di non essersi interessata dell’assenza della sua assenza. Per dimostrare che i suoi datori di lavoro non hanno avuto una crudele mancanza di umanità, il responsabile delle risorse umane deve rimediare al danno. Il suo compito sarà quello di riportare il corpo della ragazza al suo paese di origine in un viaggio che lo costringe a confrontarsi con il lato più profondo del suo animo per trovare lo stimolo per continuare a vivere.
In un periodo di crisi strutturale, il tema del lavoro diventa fondamentale anche nelle narrazioni cinematografiche. Se poi la crisi non è solo economica, ma come in Israele abbraccia anche la politica e la religione, allora diventa un tema cruciale con cui sembra necessario confrontarsi per riflettere sulla realtà contemporanea. Il mestiere del responsabile delle risorse umane di un’azienda ha paradossalmente un ruolo fondamentale, poiché da lui dipende la costruzione di uno staff funzionale al buon andamento di un’azienda, ma al contempo ha in mano il futuro delle persone che da essa sono dipendenti. Per adempiere a questo ruolo però è necessario un certo distacco, altrimenti il coinvolgimento rischia di minarne l’equilibrio. Il responsabile delle risorse umane, di cui non conosciamo il nome (Mark Ivanir) si è però costruito una scorza troppo dura che rischia di non essere più in grado di valutare la prospettiva dei propri dipendenti. Il viaggio verso il paese natale della ragazza, un villaggio sperduto nella Russia innevata, sarà un’occasione per ritrovare se stesso.
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Il giardino di limoni (Etz Limon, Israele / Germania / Francia, 2008) di Eran Riklis; con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon.
Salma è una vedova palestinese che vive da sola nella sua vecchia casa, proprio sul confine tra Cisgiordania e Israele. Il suo nuovo vicino di casa è niente di meno che il Ministro della Difesa israeliano che, per motivi di sicurezza, vuole abbattare il giardino di limoni della donna.
Il nuovo film dell’israeliano Eran Riklis, che ritorna al cinema dopo il fortunato La sposa siriana, racconta quindi di una battaglia, ovvero quella che Salma intraprende contro lo sradicamento del suo unico sostentamento e delle sue origini, e dei suoi ricordi familiari (il giardino l’aveva sempre curato assieme al padre).
Ma ovviamente Il giardino di limoni (Etz Limon, conosciuto anche col titolo internazionale Lemon Tree) è metafora di una battaglia ben più grande e drammatica, e la scelta di porre la casa della protagonista proprio sul confine tra Cisgiordania e Israele è decisamente indicativa. Con una storia piccola e semplice Riklis torna sul conflitto Israele-Palestina e costruisce un film schematico ma non privo di forza.
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La chiusura del Torino Film Festival si sta avvicinando, e i film in concorso iniziano a terminare. Qui abbiamo sempre parlato di un concorso di buon livello; continua ad esserlo, pur con qualche riserva in questa nuova giornata. Iniziamo da quello che forse è il risultato più riuscito, ossia The New Year Parade, piccolo film americano diretto da Tom Quinn, storia del disfacimento di una famiglia e delle reazioni dei suoi componenti dopo la separazione dei genitori.
Mentre i figli vivono la situazione a modo loro, il padre tenta di portare il suo complesso d’archi alla vittoria alla parata di fine d’anno di Filadelfia. Quinn, con un ritmo blando ma abbastanza intrigante, riesce a raccontare dolori e ansie dei suoi protagonisti, con un occhio sui vari componenti in grado di non abbandonarli e scordarli mai. Il rapporto tra genitori e figli è trattato in modo sincero e realistico, e non cede mai in sentimentalismi. Bellissima la colonna sonora.
Non male neanche Donne-moi la main, che comunque soffre di qualche difetto di “presunzione da opera prima”. La storia è quella di Antoine e Quentin, due gemelli che decidono di partire all’insaputa del padre verso la Spagna per assistere al funerale della madre, che non hanno mai conosciuto. I due sono molto diversi l’uno dall’altro: uno più loquace, l’altro più introverso, chiuso nei suoi disegni a mo’ di manga. Tra i vari incontri e le prime esperienze, uno dei due ragazzi si scoprirà gay…
Uscirà nelle nostre sale il 12 dicembre Il Giardino di Limoni - Lemon Tree di Eran Riklis con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon. Il film nasce da un sinergia produttiva tra Israele, Francia e Germania.
Un film di impegno sociale, per una storia davvero commovente. Ci troviamo al confine tra Cisgiordania e Israele, dove vive Salma, palestinese, nella sua dignitosa casa il cui tratto distintivo è un bel giardino di alberi di limone. Il suo nuovo vicino però sembra non gradire la presenza degli alberi. Il vicino è il Ministro della Difesa Israeliano, che considera il giardino un potenziale pericolo. E intima alla donna di abbattere i limoni. Inizia così un faccia a faccia tra l’arroganza del potere e la volontà di una donna che vuole salvaguardare i propri diritti e quel giardino cui è legata anche affettivamente (lo curava insieme al padre quando questi era in vita).
Il film, di cui trovate il trailer dopo il salto, verrà presentato fuori concorso al Torino Film Festival, ed è risultato inoltre vincitore del premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino. Un film che propone una riflessione sulla difficile situazione che si vive quotidianamente in quell’area martoriata da un odio che spesso trascende la politica e si riflette nelle piccole cose della vita.