
Mister in Clergyman è Marco Muller, direttore della Mostra Cinematografica di Venezia, come sappiamo: basta guardarlo se l’abito fa il monaco, Marco con giacche chiuse fino al collo e quasi sempre di colore nero fa il direttore dalle buone intenzioni. Cosa ha combinato in questi penultimissimi giorni della competizione e del glamour, entrambi sommessi?
Ad esempio ha avuto l’idea di mettere insieme, in una stessa giornata, il film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone, fuori concorso; e Cime tempestose, tratto liberamente dal romanzo della Bronte, di Andrea Arnold, in concorso. Sono lavori diversi, diversissimi, con tempi e modi di ripresa molto distanti tra loro. Ma il reverendo Muller che si barcamena fra le tante religioni con cui deve trattare (credo che sia anche un pizzico buddista) ha scelto la via di un ecumenismo indiretto.
Nel “Villaggio di cartone” ritroviamo un Olmi particolarmente meditativo, impegnato nel raccontare una storia fatta di storie dentro una chiesa in una landa non precisata ma vicina alla sua terra lombarda, leghista e non proprio tenera con gli immigrati. Non starò certo a specificare per dettaglio la trama. Mi basterà dire che in una chiesa dismessa resta con ostinazione il vecchio parroco che, una notte, aprirà si fa per dire la porta a un gruppo di immigrati africani (la porta l’avrebbero comunque forzata) che improvvisano un piccolo accampamento con tende che paiono ricordare la capanna di Betlemme.
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Tomas Alfredson è un noiosone ma con Tinker, Tailor, Soldier, Spy muove le acque profonde del cinema e della storia. Il titolo significa “Stagnaio, Sarto, Soldato, Spia” e in italiano sarà La talpa, come il libro di John Le Carrè, specialista di spie che vengono dal freddo e da sotto i tombini, da Londra, Mosca, Budapest, Parigi e anche se non si vede, in questo film, Washington.
E’ bello risciacquare i panni delle torpide acque del Tamigi e delle menti nei servizi segreti. Peccato che il noiosone Alfredson sia freddo di suo e solo a tratti e nel finale riesca a sollecitare l’attenzione in un ginepraio di nomi, risvolti, piccoli o piccolissimi colpi di scena, amori pochi e tante morti.
Il film è in concorso, e si vedrà cosa desidererà giuria, con i membri italiani sotto ricatto: devono fare vincere ad ogni un nostro film, dopo molti anni (“Così ridevano” di Amelio). Lo ha detto il ministro.

Non faccio lo snob. Ma l’unica vera scena valida che ricordo sul tema della immigrazione che ci riguarda è quella girata da Gianni Amelio per Lamerica: la gente è al porto di Valona e trepida per salire su una carretta del mare per raggiungere le coste italiane. Li vedremo, questi uomini e donne anonimi, aggrappati a tutto- alla speranza per prima- nella carretta; sono talmente tanti che il posto libero si crea quando uno lo buttano a mare perché è morto. Sul pontile di Valona la gente è felice, fa festa, la festa per un abbandono di un paese che li ha sfiancati e per il miraggio che vorrebbero fosse realtà. Gridano: “Italia Italia tu sei il mondo”.
Noi sappiamo che non è così. Sappiamo in realtà che siamo, agli occhi degli albanesi e dei delusi sulle coste del Mediterraneo, soprattutto ciò che essi vedono dalla nostre televisioni, piovre sulle loro teste. Luci, paillettes, nudi, balli, stilisti, calciatori. Quando arrivano, a stento, la mazzata è forte. Per questo, per la delusione forse, alcuni di loro ricorrono alle maniere forti. Del resto, gli italiani diventarono gangster sotto la Statua della Libertà.
Queste righe le scrivo dopo aver visto Terraferma di Emanuele Crialese, il regista di “Respiro” e di “Un mondo nuovo”. Credo di sapere perché questo autore italiano, emigrato a New York dove ha fatto il cameriere ed è riuscito a frequentare la Columbia University, insista sul tema delle emigrazioni.

Com’era bella l’Austria Felix dei tormenti del sesso. Bella bella. A Vienna personaggi come Freud, Jung, Schnitzler e tanti altri. Giornate di sole. Castelli dai giardini trapuntati come eleganti pullover. Specchi d’acqua stirati come redingote. Il maltempo con piogge discrete e silenzi immortali. Dalla vicina Germania altre bellezze di natura e di musica: Wagner che trasferisce tutto l’oro del mondo colto, il pensiero creativo, nelle anime che hanno bisogno di ristoro sublime. E poi: follie, vasche di contenzione, bagni ghiacciati, cinghie, studi solenni e sepolcrali, colpi di frusta su corpi semicoperti quindi più eccitanti, colpi che dal basso arrivano al cuore e soprattutto alla testa. Infine: biblioteche maestose, bacco, tabacco e veneri smunte dai desideri più intimi che vogliono gonfiarsi come le vele di una nave dei pirati negli oceani negati agli ordinary people.
Queste parole mi affiorano dalle dita per il film di David Cronenberg, A Dangerous Method, al quale i media (le tv sono più educande) hanno dedicato tanto spazio per via del groppo di rivelazioni ed emozioni suscitato dal trio psicosomatico Freud, il suo allievo (poi tralignante) Jung e la paziente Sabina che è stata la sua amante. Storia con sfumature che ha generato un romanzo e un’opera teatrale, e adesso un film di grande qualità formale, con attori perfettamente a posto. Mi vengono in mente, al riguardo, due precedenti: Il portiere di notte e Al di là del bene e del male diretti da Liliana Cavani. Temi non dissimili, stile elegante e severo, ottimi interpreti. Sono felice di averli sceneggiati con la regista.
Si tratta di film che fanno “sognare” epoche in cui si preparavano la prima o la seconda guerra mondiale (per “Il portiere di notte” invece il secondo dopoguerra), per via delle suggestioni che offrono: non solo visive ma culturali, artistiche e di costume. Epoche “sognate” e angosciose. Forse stanno tornando di moda, o se non di moda sono al centro dell’attenzione di produttori internazionali con molti soldi, e del pubblico. “Sogni” di perfezione intimamente corrotti da inquietudini chiuse in un mondo senza altre realtà. Intorno ad esse non c’è nulla che assomigli a un muro cadente o sporcato dai fumi di un camino. Tutto sembra perfetto, e non lo è e non lo sarà più.
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Madonna è una donna o un uomo, o un adrogino? Non so, o meglio lo so ma non anticipo. Sicuramente Polanski è un uomo e, con il suo nuovo film, Carnage, scopre che i suoi simili, i maschi, sono delle bestie e non sanno però come fare per arginare le loro donne (mogli).
Ha una sensibilità femminile anche se lo hanno condannato in America per un brutta storia (abuso di una minorenne), lo hanno messo in carcere in Svizzera dopo anni e lo hanno tenuto lì a lungo. Mentre Strauss- Khan è stato rispedito libero a Parigi, senza approfondire troppo la situazione (violenza reale o presunta a spese di una cameriera). Uno è un regista, l’altro è un banchiere potente, potente politico, potente maschilista. Così va il mondo.
“Carnage”, tratto da una commedia di Yasmina Reza rappresentata anche in Italia, è un film bello, divertente, tonico, modificato nei dialoghi rispetto al testo, girato per intero in un appartamento. Come il vecchio “Nodo alla gola” di Hitchcock, che era un horror filosofico. Questo film invece lascia alle spalle senza complicarsi la vita i temi più scoperti, e cioè le paradossali contorsioni di una piccola-media borghesia per tenersi su nella nostra epoca senza pace e molta stupidità. Il grande Polanski, di cui sono ammiratore fin dai tempi del “Coltello nell’acqua”, amministra situazioni e personaggi.
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Frederick Wiseman è un regista americano presente alle Giornate degli Autori con il film documento Crazy Horse. Di cosa parla è evidente fin dal titolo: nome del locale che da anni tiene alta a Parigi, soprattutto per turisti, la bandiera del tempio del nudo. Ieri scandalizzava, oggi è entrata in un uso tranquillo, con pochi o senza brividi.
Wiseman nella sua lunga carriera, cominciata nel 1966, ha trattato temi scottanti, prendendo di mira i più vari aspetti del suo Paese. Ricordo uno dei suoi film, Titicut Folies, dedicato ad uno ospedale psichiatrico in cui i “pazienti”, così li chiamavano, mettono un loro strabiliante spettacolo. Bellissimo, duro, poetico, indimenticabile.
Ma il film che mi è tornato alla mente è “Meat” sul mattatoio per ovini e bovini. Carne uccisa e seviziata. Non ci pensiamo mai, si sa, ma il regista ne prende spunto per una terribile metafora, denunciando la violenza e il cinismo. Erano gli anni della guerra del Vietnam e Wiseman si occupò anche di questo, in vari film, in uno dei quali racconta la vita dei giovani soldati in un centro di addestramento.
Premetto che sono un estimatore di George Clooney. Il suo film Good night and good luck mi piacque molto. Una bella storia civile, una bella regia in finto bianco e nero sull’America delle libertà (la vicenda di un giornalista tv incappato nella censura). Lo ammiro e lo invidio. Molto. Va e viene dall’Italia. Ha (o aveva, non sono aggiornato) una casa meravigliosa sul Lago di Como. Ha lasciato la Canalis, sempre nuda, sempre imbronciata, sempre ambiziosa, senza consapevolezza dei propri limiti; a caccia di marito. George ha detto no e la ex valletta, delusa, è andata negli Usa per partecipare a uno show di ballo; sai che viaggio: noi abbiamo Milly Carlucci. Adesso il grande George è tornato al Lido per The Ides of March, suo nuovo film anche in questo caso su temi civili. Lo vedremo.
Intanto, i tamburi hanno rullato. Tutti aspettano George, il tombeur des femmes e des hommes, a braccia aperte. Lui ci accontenta e arriva col sorriso smagliante alla Virna Lisi del divo vincente forever, accompagnato da un’altra compagna che forse ha imparato la lezione e non cerca un marito. Gli basta sapere di essere accanto al presidente del club.
Quale club? Ma quello della Mostra. Composto dai frequentatori, quattro gatti, mondani e no; i dirigenti della Mostra; i critici collaboratori di Muller; i fans che vedono solo qualità e nessun difetto, qualunque boiata filmata o gaffe venga proposta (Greggio e il suo 3D dei poveri); gli osti e i baristi del Lido; le pantegane che emergono ilari dai canali e campielli , da sotto i palazzi dove ci saranno feste mirabolanti per qualche vecchietta in maschera e molti stilisti senza modelli e fatturato.
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Una delle tradizionali “forze” della vecchia e cara Mostra, non ancora cadente, è da sempre la donna, l’attrice e nel migliore dei casi (mondani) la diva. Quest’anno ce ne saranno due, Virna Lisi e Madonna, che hanno storie interessanti, davvero molto particolari.
Virna- che ho rivisto di recente in tv nella riproposta di “Sapore di mare”, ormai un classico sull’Italia com’era- sarà al Lido per ricevere il Premio Pietro Bianchi (un grande critico dell’altro ieri) attribuitole dal sindacato dei giornalisti cinematografici. Madonna avrà, fuori concorso, la possibilità di mostrare il suo nuovo film W.E., molto ambizioso.
Virna Lisi rappresenta una delle più belle storie del cinema italiano. Cominciò giovanissima- è di Ancona, poi romana- in un cinema che non apriva facilmente le sue parti per le esordienti. Erano gli anni Cinquanta e andavano di moda i film ispirati alle canzoni e alle sceneggiate napoletane; qualche titolo: E Napoli canta, Ripudiata, Desiderio ‘e sole. Poi fece i film adolescenziali: Le diciottenni, Vendicata!. Quindi i film con i grandi comici: Totò, Peppino e la fanatiche. Mi fermo qui. L’elenco sarebbe lungo.
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Ho raccolto un po’ di informazioni sulla situazione del Nuovo (inesistente) Palazzo del cinema. Facile: si trovano in gran parte su internet. Ma, in esse, si parla assai poco della beffa che si sta consumando. Secondo le promesse, il Palazzaccio del cinema -oggi una grossa buca, tagliatrice di alberi al Lido, assassina del buon gusto e delle speranze degli appassionati- avrebbe dovuto essere pronto e inaugurato in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Che cosa è successo per impedirlo? Una bomba leghista? Un attacco degli ambientali che non amavano l’ecomostro che stava venendo su? Un sabotaggio da parte dei cinefili che alle megastrutture preferiscono le timide sale di proiezione sul ricordo di gloriosi film studio? Si potrebbe continuare…
La situazione è questa. Dal 1995 quando si cominciò per l’ennesima volta a promettere il Nuovo Palazzacci affossato nel Nulla sono cominciati tocchi e ritocchi al Vecchio Dignitoso Palazzo (riverniciato per il 2011, mica no), gli spazi sono stati integrati con il PalaGalileo e con il PalaBNL. Poi stop. I dirigenti della Mostra facevano la danza della pioggia per invocare progetti e denari. E invece ci hanno pensato politici, amministratori pubblici, teste impensanti, portafogli vuoti, demagoghi per tradizione a creare il Grande Blocco, cioè il Grande Bluff.

Andiamo. La stampa (la tv dorme) dedica alla 68esima Mostra cinematografica di Venezia un’attenzione come sempre molto assidua. Sono giorni che escono notizie, interviste, indiscrezioni, polemiche (suggerite o addirittura invocate). La stampa non può fare a meno del Lido e lo difende anche quando l’attacca. Due tendenze, leggendo, mi sono parse quelle che sono state indicate, come cornice, prima dell’inaugurazione.
1) La Mostra “toccante”, cioè commoventi, tenera, nostalgica dei tempi che furono.
2) La Mostra che cerca tra gossip e brividi di sesso, e di orrore.
La prima tendenza mi è parsa chiara in un paio di occasioni. Nella notizia del Leone d’oro alla carriera dedicato a Marco Bellocchio, Leone che verrà consegnato da Bernardo Bertolucci. Mi sono dovuto frenare. Qualche goccia di lacrime si è affacciata al mio ciglio. Da anni sono amico ed estimatore di entrambi - pur non rinunciando alla libertà di giudizio sui loro film. Anzi, penso che sia giusto dire l’indicibile: voglio loro molto bene.
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