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Tutti gli articoli con tag mostra del cinema di venezia 2009

Venezia 2009: Di me cosa ne sai - il trailer italiano del documentario di Valerio Jalongo

pubblicato da Carla Cigognini


Fornito da Filmtrailer.com

Di me cosa ne sai è il titolo del documentario di Valerio Jalongo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2009.

La pellicola racconta l’evoluzione del cinema italiano, la sua ascesa, il declino, la crisi. E sono proprio gli addetti ai lavori che parlano. Nel trailer, qui sopra, sentiamo infatti le testimonianze di Peter Del Monte, Franco Bernini, Liliana Cavani, Daniele Cini e Vittorio De Seta.

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Giorno 7 a Venezia 2009: Napoli Napoli Napoli - Lo spazio bianco

pubblicato da Gabriele C.

abel ferrara napoli napoli napoli

La settima giornata a Venezia sembra avere due fili conduttori (visto che piace tanto cercarli, tentiamo di scovarli anche nel nostro piccolo): il ritratto di Napoli e l’eccentricità di cui è capace il cinema americano…

Napoli Napoli Napoli - di Abel Ferrara (Fuori concorso)
Non era presente in sala Ferrara per la prima del suo nuovo film, questo particolare docu-fiction su Napoli. Ha perso l’aereo, infatti, ma i più maligni già pensano che la cosa abbia a che fare con Herzog e il troppo peso che la Mostra gli ha dato in questi giorni (dopotutto, scherzo del destino, Herzog si ritrova in concorso due film, mentre Abel Ferrara è fuori competizione).

Ma andiamo oltre. Napoli Napoli Napoli è il ritratto di una città, una radiografia alla ricerca del suo dna, e quindi una ricerca che può risultare a suo modo anche inquietante. Ma Ferrara ha di certo più di un perché sul fatto di aver girato un film proprio sul capoluogo campano. Innanzitutto, non è certo un caso che per le vie di Napoli si possa respirare quasi una certa arietta che tira nel Bronx. E, secondo Ferrara, la pellicola avrebbe potuto intitolarsi senza problemi New York New York New York.

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Venezia 2009: Stone e Moore - Culo e Camicia, Camicia e Culo

pubblicato da Italo Moscati

oliver stone - michael moore

Una bella lezione di cinema libero, quella di Michael Moore (rimando a un mio precedente post) e di Oliver Stone. Libero nel senso che i due vivono in un regime capitalistico e ne utilizzano liberamente tutti le valenze, ogni interstizio, per lavorare e dire la loro. La prima cosa di cui entrambi si preoccupano, è di coprire le spese e di far guadagnare se stessi e soprattutto chi investe su di loro.

Se non ci capisce questo, non si capisce nulla del cinema americano. Se si continua a ragionare sulla base di quanto accade da noi, l’incomprensione aumenta e aumenterà. Da noi guadagni e investimenti rispondono ad esigenze diverse. I registi e gli autori devono guadagnare, altrimenti non possono campare e pensare a nuovi progetti. Ma si contano sulle dita, gli altri campicchiano o hanno la famiglia alle spalle che li aiuta.

I produttori si dividono in due categorie. Quelli che si pongono come obiettivo il guadagno (Alfredo De Laurentiis, tanto per fare un nome) e cercano di assicurarselo con un colpo al cerchio e uno alla botte: i “cinepanettoni” da una parte o comunque film capaci di stare nel mercato, tipo le proposte di Giovanni Veronesi; dall’altra, alcuni film distribuiti, per lo più americani, con cui andare più o meno sicuro.

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Giorno 5 a Venezia 2009: Between Two Worlds - Domaine

pubblicato da Gabriele C.

between two worlds fotoAhasin Wetei (Between Two Worlds) - di Vimukthi Jayasundara (Concorso)
Il tipico “film da festival”? Molto probabilmente, ma non privo di interesse e di fascino. Il secondo lungometraggio di Jayasundara, nato nello Sri Lanka nel 1977, è un film dai forti simbolismi, molto criptico e difficile, ma che riesce a mantenere comunque viva l’attenzione dello spettatore grazie alla sua realizzazione.

Movimenti di macchina dolci per una pellicola dall’ottima fotografia, che illustra in modo interessante le ambientazioni di città, campagna e montagna. Non tutto è chiaro, si diceva, e ci si potrebbe perdere tra metafore e storie nella storia, ma alcuni momenti anche abbastanza forti rendono Between Two Worlds una visione non troppo tortuosa.

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Giorno 5 a Venezia 2009: Capitalism a Love Story - White Material

pubblicato da Gabriele C.

michael moore capitalism a love story logo

Capitalism: A Love Story - di Michael Moore (Concorso)
E’ in gran forma Michael Moore con il suo nuovo film, a due anni di distanza dall’acclamato Sicko. E questa sembra la conclusione perfetta di un percorso che ha voluto narrare le contraddizioni del sistema di un paese che, dichiarandosi democratico, ha però spesso dimostrato tutto il contrario.

A 20 anni di distanza dal suo primo bellissimo documentario, Roger & Me, Moore ritorna in campo finanziario per illustrare quelli che secondo il suo modo di vedere sono i problemi del sistema capitalistico, e perché si possa senza peli sulla lingua definirlo il Male. E per fare questo prova a far vedere come capitalismo strida con democrazia, e anche con i valori cristiani di cui gli States vanno fieri.

In mezzo c’è modo di ripercorrere tappe fondamentali della Storia americana, da Roosvelt all’edonismo reaganiano, dal passaggio da Bush a Obama, a cui Moore dedica una parte del film molto commovente. Capitalism: A Love Story è un film particolarmente arrabbiato, in cui Moore sembra mettersi un po’ più da parte rispetto ai lavori precedenti per lasciare che parlino testimoni e immagini. Da dire sul tema ce n’è tantissimo. E si resta spesso a bocca aperta. (Qui il trailer).

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Festival di Venezia 2009: la globalizzazione e la macchina a mano di Michael Moore

pubblicato da Italo Moscati

capitalism a love story - cinema logo-

Michael Moore non è Ken Loach. Sono due duri e puri, ma Michael è meno puro e Ken è più duro. Al Festival è arrivato, molto atteso, Michael che è un regista di documentari che si è costruito una fama indiscussa. Da “Roge& Me” a Bowling for Colombine”, “Farhreneit 9/11”, “Sicko”, “Slecher Uprising/ Captain Mike Across America”, questo pingue e tenace uomo del Michigan ha avuto premi, guadagnato in abbondanza (il capitalismo paga se i film anche doc incassano), creato un modello di giornalismo d’intervento che piace a tutti, in special modo ai più giovani e ai più anziani.

I giovanissimi e i più anziani, per diverse ragioni, sono coloro che tra il pubblico s’incazzano di più. I primi perché vedono il mondo della globalizzazione come una fregatura piuttosto che una opportunità (ovunque precarietà o sfruttamento senza tante possibilità intermedie).I secondi, in pensione, fuori dal giro del lavoro e delle opportunità, si sentono fregati dal loro presente e dal loro piccolo futuro,e non sanno con chi prendersela. Con baldanza, aggressività, sarcasmo e fermezza il puntiglioso Michael si mette al servizio di entrambi con la sua macchina a mano e col montaggio.

In Capitalism: A Love Story, (qui il trailer) il regista procede nel suo cammino dopo il bersaglio grosso del doc a carico George W. Bush (che gli ha consentito di riscuotere il maggior successo) e ha individuato un bersaglio grosso, forse ancora più grosso: il Capitalismo.

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Giorno 4 a Venezia 2009: Pepperminta - Io sono l'amore

pubblicato da Gabriele C.

Pepperminta foto film2

Pepperminta - di Pipilotti Rist (Orizzonti)
Nonostante un fuggi-fuggi dalla sala non indifferente, un lungo applauso alla fine della proiezione c’è stato. Sarà per la presenza del cast? Può darsi, ma i battiti di mani sembravano sinceri. Non ci si può credere, scusate la franchezza.

L’irritante storia (?) del film della Rist si basa su un sacco di siocchi appuntini da mettere assieme, colorando un mondo di trovate che per alcuni saranno anche simpatiche, ma che per 80 minuti non riescono a strappare neanche mezza risata. Colpa di una regia che vuole essere libera come la sua trama ma casca nella trappola dell’inutilità e della noia.

Certe immagini fanno accapponare la pelle (vi diciamo solo che ci sono in ballo mestruazioni: la Breillat potrebbe essere invidiosa), e tutto funziona nel verso sbagliato. Scusate ancora la troppa franchezza, ma crediamo che la Mostra di Venezia, che con Orizzonti dovrebbe segnare le nuove tendenze del cinema contemporaneo, non dovrebbe scegliere un quasi amatoriale corto allungato all’infinito, sperimentale ma già vecchio. Qui foto e (delirante) trailer.

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Giorno 4 a Venezia 2009: Yi ngoi (Accident) - Persécution

pubblicato da Gabriele C.

Yi ngoi accident foto film

Yi ngoi (Accident) - di Soi Cheang (Concorso)
E’ un bel thriller quello di Soi Cheang, che potrebbe con questa nuova opera riscattarsi agli occhi dei fan che erano rimasti un po’ delusi dal precedente Shamo. Non sarà il suo film migliore, ma il regista di Dog Bite Dog sa quel che fa e come lo fa.

E in meno di un’ora e mezza, conciso e teso (anche se forse qualche momento sembra allungare il minutaggio), riesce a partire raccontando una trama che prende spunto da una sola accattivamente intuizione, per arrivare ad illustrarci una storia di paranoia che si avvicina alla follia, forse un po’ il tema dominante - se se ne vuole trovare uno - di Venezia 66.

Alcune scene tengono bene l’ansia e sono costruite con una geometria di cui il produttore Johnnie To andrà senz’altro fiero, mentre la seconda parte presenta, in una scena decisamente poetica e dolorosa, un colpo di scena di sicuro effetto. Promosso un po’ da tutti. Qui potete vedere il trailer.

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Giorno 3 a Venezia 2009: Tetsuo the Bullet Man - Prince of Tears

pubblicato da Gabriele C.

tetsuo_the_bullet_man

Non c’è stato solo Werner Herzog nel terzo giorno della Mostra di Venezia. In concorso sono passati i primi due film orientali, che sembrano non aver però catturato il pubblico…

Tetsuo the Bullet Man - di Shinya Tsukamoto (Concorso)
Anthony è un uomo in carriera, ha una moglie, Yuriko, e un figlio, Tom. Un giorno Tom viene investato senza pietà da uno sconosciuto. La moglie pretende giustizia, ma Anthony sembra quasi freddo e distaccato. Inizia per lui una serie di scoperte sul passato di suo padre e di sua madre, morta di cancro, che lo convolgono direttamente. E inizia la sua trasformazione…

Dopo i due Nightmare Detective, Tsukamoto riprende Tetsuo per dirigerne il terzo capitolo, il primo in lingua inglese e realizzato con mezzi più moderni. Già Tetsuo II sembrava un film realizzato più per il fan che per un pubblico più vasto, con la novità comunque di voler raccontare qualcosa di più sul perché della trasformazione del protagonista, e quindi con la voglia di aggiungere qualcosa di nuovo rispetto al primo, strepitoso ed indimenticabile capitolo originale.

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Festival di Venezia 2009: Strane le vie dell’amarcord, si moltiplicano come cavallette

pubblicato da Italo Moscati

amarcord federico fellini poster

Amarcord. Federico Fellini sulla sua Rimini. Sergio Leone sul western e sull’Italia degli anni Sessanta. La Mostra del cinema occupata di restauri, retrospettive, recuperi, questi fantasmi e anche altri, minuti di pellicola in ricordo di amici scomparsi vissuti “anche” per il cinema. Fellini, me lo ha fatto tornare in mente Baaria di Tornatore. Il regista riminese si ferma nel tempo, bloccato. Per lui il mondo finisce con la “Dolce vita e “La città delle donne”. Tornatore arriva appena a ieri. A grandi falcate.

In Sicilia non sembra neanche esistita la ben nota contestazione giovanile. Solo roba del nord? E’ una domanda. Anche Michele Placido, col suo Il grande sogno, qui in concorso, si volta al passato: propone la contestazione, il Sessantotto. La testa girata, e speriamo bene. Forse prima o poi, però bisognerà pregare i registi di non usare la parola “Sogno” quando parlano del Sessantotto, troppo abusata., troppo vaga, troppo insapore. Ricordate ad esempio, “Dreamers- I sognatori”, di Bernando Bertolucci?

Anche Francesco Citto Maselli con Le ombre rosse propone un amarcord, sogni, utopia: eccoli i suoi assurdi e un po’ ridicoli, ma ben intenzionati, intellettuali di gauche, Citto li fa assomigliare a quelli di un film di trenta anni fa e passa: “Lettera aperta a un giornale della sera”, intellettuali che vogliono formare una colonna di combattenti italiani e andare a fare la guerra del Vietnam. Domanda di uno sprovveduto (io) che però la risposte ce l’ha: possibile che questi intellettuali di oggi siano con testa e piedi nell’amarcord, e non se ne accorgano? Torni e ritorni. Corsi e ricorsi. A proposito.

Werner Herzog, che ha diretto un forte Il cattivo tenente con Nicolas Cage, in concorso alla Mostra, scrive sul catalogo: “Hanno scritto ancora prima che uscisse che il mio film sia un remake (del film di Abel Ferrara dallo stesso titolo, ndr). Ma non lo è. Ad ogni modo questo genere di congetture sopravvive alla realtà del fatti. E così sia”. Appunto. Anche l’amarcord italiano, che ci parla al cuore del nostro amato paese, sopravvive di congetture sovrapposte alla realtà dei fatti, cioè ci aiuta poco a capire dove sta andando questo amato paese. E così sia.

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