La storia di Hushpuppy, una bambina di sei anni che vive con il padre Wink nella comunità soprannominata Bathtub (vasca da bagno), su un delta del sud. Wink, severo ma affettuoso nei confronti della figlia, la prepara a vivere nell’universo, prima che lui non ci sia più a proteggerla. Ad un certo punto Wink prende una misteriosa malattia, le temperature si impennano, il ghiaccio si scioglie e viene scoperto un gruppo di creature preistoriche: gli uri, antenati estinti dei bovini. Le acque si alzano, gli uri arrivano, la salute di Wink sbiadisce: ed Hushpuppy parte quindi alla ricerca di sua madre, di cui ha perso le tracce…
Ci sono film che, sin dal prologo, o forse addirittura sin dalla primissima inquadratura, ti entrano dentro e difficilmente ti abbandonano più. Sarà sicuramente per un insieme di cose. Restando sul versamente puramente cinematografico, si tratta ovviamente di quello che viene inquadrato, del modo in cui lo si inquadra, e della musica. Beasts of the Southern Wild, nel suo prologo, è una letterale esplosione di fuochi di artificio, di vita, di brividi che ti scuotono le ossa. E si tratta di una pellicola ambientata in una zona dell’America che più povera non si può.
Di coming-of-age rurali nel cinema indipendente americano ce ne sono tanti, e spesso sono molto interessanti. Fanno quasi un sottogenere a sé, da quando il folgorante George Washington di David Gordon Green ha conquistato tutti nel 2000. L’anno scorso è stato il turno degli ottimi The Dynamiter e Jess + Moss, e quest’anno tocca all’opera prima del giovane Benh Zeitlin, consacrato dall’ultimo Sundance e ora “confermato” dalla sua presenza nell’Un Certain Regard cannense.
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È tra i giovani autori più interessanti, e anche più sottovalutati, del panorama cinematografico contemporaneo. Dopo Tony Manero e Post Mortem, il cileno Pablo Larraín è pronto a tornare con il suo nuovo lavoro, intitolato semplicemente No. E dopo aver narrato in modo glaciale e terribile l’11 settembre 1973, Larraín è pronto ad affrontare nuovamente la Storia del suo paese.
Con No infatti il regista, ispirandosi alla pièce Referendum di Antonio Skármeta, narrerà del referendum avvenuto in Cile nel 1988. Chi lo volle? Augusto Pinochet, per riconfermarsi nuovamente capo dello stato. Gael García Bernal interpreterà un pubblicitario deciso, in un modo tutto suo, a sconfiggere la campagna di Pinochet semplicemente mandando un messaggio di speranza per un futuro migliore. Una campagna talmente originale da funzionare e far cadere seriamente il dittatore cileno subentrato con il golpe ad Allende.
Con ancora in mente le cupissime immagini e le tremende emozioni di Post Mortem, ci viene un po’ difficile immaginare un film come No diretto da Pablo Larraín: si tratta infatti di una satira, di una commedia che riprende il modo di fare film negli anni 80, e in cui si sfidano, secondo lo stesso regista, Davide e Golia. Ovviamente diamo massima fiducia al grande regista e non vediamo l’ora di sapere qualcosa di più del progetto. Produce ovviamente Juan de Dios Larraín, fratello di Pablo, assieme alla Canana, casa di produzione e distribuzione di Bernal e Diego Luna. La sceneggiatura è firmata da Pedro Peirano, co-sceneggiatore di Affetti e dispetti (La Nana). Le riprese inizieranno all’inizio del mese prossimo: il cinema latino-americano è vivo e lotta insieme a noi.
Ancora una volta la Archibald distribuisce un film passato in concorso alla Mostra di Venezia e brucia sul tempo con molto coraggio il resto del mondo. L’anno scorso accadde con Perdona e dimentica di Solondz, quest’anno accade con lo straordinario Post Mortem del cileno Pablo Larrain, uno dei titoli di punta dell’intero cartellone veneziano e, per chi scrive, il film più bello in concorso.
Confermandosi uno dei nuovi registi da tenere obbligatoriamente d’occhio, Larrain dopo il precedente Tony Manero continua ad indagare sul golpe del 1973. Santiago del Cile; Mario (Alfredo Castro) ha cinquantacinque anni, vive solo, e come lavoro batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio. Si innamora di Nancy (Antonia Zegers), la vicina di casa che lavora in un cabaret. L’11 settembre la donna scompare, mentre per le strade scoppia il caos e la gente inizia a morire. I cadaveri continuano ad aumentare in ospedale, e Mario è deciso a ritrovare la sua amata…
Incredibilmente uscito a mani vuote dal Lido, Post Mortem si prepara ad uscire nei cinema italiani il 29 ottobre come vi avevamo già annunciato in anteprima. Qui potete trovare la nostra recensione da Venezia, mentre dopo il salto potete vedere la locandina in formato più grande rispetto a quella che vedete qui a fianco, e soprattutto il trailer italiano.
Continua a leggere: Post Mortem: la locandina e il trailer italiani del film di Pablo Larrain

Le vie della distribuzione italiana sono infitin(ament)e (assurde), e talvolta, tra le decine di titoli meritevoli di approdare in sala e poi mai più visti, ne esce fuori qualche bella e tempestiva sorpresa. Ad esempio: chi si sarebbe mai aspettato di poter vedere in Italia in così poco tempo un film come lo straordinario Post Mortem?
Il film di Pablo Larrain, regista di Tony Manero, era in concorso a Venezia 2010, è stato uno dei nostri titoli preferiti (personalmente, il migliore) e non si era portato a casa manco un premietto collaterale. Poco male, la Archibald era convinta delle sue qualità e l’ha subito acquistato, assieme ad un altro titolo di punta del concorso, Meek’s Cutoff - Il sentiero di Meek di Kelly Reichardt. Ed è proprio la casa di distribuzione di Vania Traxler a confermarci che Post Mortem dovrebbe uscire già questo 29 ottobre con tanto di titolo originale.
Santiago del Cile, 1973. Mario (Alfredo Castro) ha cinquantacinque anni, vive solo, e come lavoro batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio. Si innamora di Nancy (Antonia Zegers), la vicina di casa che lavora in un cabaret. L’11 settembre la donna scompare, mentre per le strade scoppia il caos e la gente inizia a morire. I cadaveri continuano ad aumentare in ospedale, e Mario è deciso a ritrovare la sua amata… Segnatevi l’appuntamento in agenda e, davvero, non perdete Post Mortem. Qui trovate la nostra recensione.

Post Mortem (Post Mortem - Cile, Messico, Germania 2010 - Drammatico) di Pablo Larrain con Alfredo Castro, Antonia Zegers.
Santiago del Cile, 1973. Mario ha cinquantacinque anni, vive solo, e come lavoro batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio. Si innamora di Nancy, la vicina di casa che lavora in un cabaret. L’11 settembre Nancy scompare, mentre per le strade scoppia il caos e la gente inizia a morire. Mentre i cadaveri continuano ad aumentare in ospedale, Mario è deciso a ritrovare la sua amata…
Erano molte le speranze e le attese riversate sul nuovo lavoro di Larraìn: storia all’apparenza potente ed importante, un film precedente notevole, un titolo da far venire i brividi. Presto detto: la Mostra del Cinema di Venezia ha trovato (per ora) il suo capolavoro, Reichardt permettendo, e la battaglia è molto serrata. Perché Post Mortem mantiene tutte le promesse, da quella di continuare un discorso coerente all’interno della giovanissima filmografia del suo già enorme regista, fino a quella di colpire lo stomaco in modo duro, durissimo.
Sono tanti i punti in comune con Tony Manero, il bellissimo film precedente di Larraìn, vincitore tra gli altri del Torino Film Festival. Ad iniziare dal periodo storico che racconta, una vera e propria fissa per l’autore, che tenta di scavare il più possibile nella Storia del suo paese. C’è poi una coerenza a livello artistico, con Alfredo Castro che ritorna nel ruolo del protagonista, ancora una volta un uomo fragile, debole, ingenuo e allo stesso tempo innocente e disgustoso, a suo modo condizionabile. Ed infine c’è una coerenza poetico-stilistica che sta diventando ormai un marchio di fabbrica e una sicurezza.
Continua a leggere: Venezia 2010: Post Mortem - La Recensione e il Trailer

Venezia- Le mattine si combinano con le notti. Ma, in questi secondi giorni della Mostra, il luogo degli incontri sono sale che si trasformano in soffitte. Si è visto un forte film cileno, Post mortem, di Pablo Larrain, il regista di “Tony Manero”, un successo a Cannes nel 2008. Lo scelgo per l’ apertura, tra gli altri film in e fuori concorso, una slavina dopo l’altra.
A mio parere di “Post mortem” si parlerà ancora, nell’imminenza delle premiazioni, tra quattro-cinque giorni. E’un esempio di come si possa andare nella soffitta della storia di un paese con una idea narrativa di grande presa. Il periodo considerato è quello del golpe dei militari, Pinochet in testa, e dell’assassinio del presidente legittimo Allende, 1973.
Con un colore stinto, voluto dal regista, si racconta di un funzionario dell’obitorio di Santiago che matte a macchina i referti delle autopsie. Ma non è questo il fulcro. Lo è invece una vicenda d’amore che lega il funzionario, neanche troppo giovane, a una signorina di una certa età, ballerina e cantante, licenziata dal suo impresario. Larrain, all’epoca non era nato, non teme di presentare la sua versione, la sua metafora: l’ideale del funzionario “conquistare l’amore impossibile di una donna, è anche l’ideale di una nazione che prova a conquistare un modello politico nobile ma irraggiungibile (il socialismo)”.
Continua a leggere: Venezia 2010: topi e palombari Post Mortem

Si è concluso da pochi giorni il 60° Festival di Berlino, ma è già tempo di previsioni per Cannes, che si terrà dal 12 al 23 maggio 2010. I nomi in ballo sono davvero tanti, e noi vi proponiamo una selezioni di film papabili (o meno: i festival sorprendono anche per quei titoli che nessuno si sarebbe mai sognato avrebbero potuto accaparrarsi) per la selezione. Ribadiamo, o meglio ribadisco: è una selezione personale e non si tratta di titoli sicuri per il concorso o altre categorie!
Stati Uniti
Ovviamente i titoli in ballo sono davvero molti, anche se l’anno scorso in concorso ci finirono solo due titoli (Tarantino e Ang Lee con Motel Woodstock). L’America potrebbe ruggire sin da subito con Robin Hood di Ridley Scott, in uscita negli Usa il 14 maggio, e quindi vicino alla data d’apertura del festival: papabile film d’apertura? Gli eleventi speciali potrebbero essere tanti: per maggio saranno già pronti Shrek e vissero felici e contenti di Mike Mitchell (21 maggio), Prince of Persia: Le sabbie del tempo di Mike Newell (28 maggio, ma in Francia dal 19) e Sex and the City 2 di Michael Patrick King (28 maggio), di cui però il primo capitolo alla fine non fu selezionato per l’edizione di due anni fa.
Attenzione poi a Toy Story 3 di Lee Unkrich (18 giugno), ricordando la scorsa apertura che fu data ad Up, The Twilight Saga: Eclipse di David Slade (30 giugno) che attirerebbe orde di giovani fan, e Predators di Nimród Antal (7 luglio) prodotto da Robert Rodriguez. Per il concorso si vola altissimo con Inception di Christopher Nolan (16 luglio), di cui però un’anteprima di due mesi rispetto alla data d’uscita svelerebbe forse troppi misteri sul progetto. Papabile anche The Expendables di e con Sylvester Stallone (13 agosto) con un gruppo di guerriglieri da panico (Jason Statham, Jet Li, Dolph Lundgren, Mickey Rourke, Bruce Willis, Arnold Schwarzenegger, Danny Trejo…).
Il canto di Paloma (La teta asustada, Spagna / Peru, 2008) di Claudia Llosa; con Magaly Solier, Susi Sánchez, Efraín Solís, Marino Ballón, Antolín Prieto.
Il canto di Paloma ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino in un’edizione che ha visto trionfare l’America Latina. Sembrava aver messo tutti d’accordo, e invece qualche voce fuori dal coro c’è, anche perché il secondo film della peruviana Claudia Llosa abbraccia un tema di denuncia con uno stile a tratti decisamente lirico.
Se quest’anno Pablo Larrain ci ha narrato nel bellissimo Tony Manero il colonialismo culturale americano sul Cile e la sua perdita d’identità nel periodo della dittatura di Pinochet, la Llosa racconta l’eredità che il Perù deve raccogliere dallo stesso periodo. Ancora una volta infatti torna in gioco il periodo attorno agli anni ‘80: la madre di Fausta, mentre era incinta, fu stuprata durante la dittatura.
Oggi poco più che ventenne, Fausta ha ereditato la malattia del “latte della paura”, trasmesso da madre a figlia attraverso l’allattamento. Per poter prevenire qualsiasi forma di violenza, la ragazza ha infilato nella vagina una patata. Il peso che Fausta si porta addosso è doppio: la paura non se ne va, ed anzi è stata rafforzata e cammina a fianco a lei perennemente, mentre il tubero dentro di lei cresce, germoglia e continua a non farla star bene.
Continua a leggere: Il canto di Paloma - di Claudia Llosa: la recensione
Tony Manero (Tony Manero, Cile / Brasile, 2008) di Pablo Larrain; con Alfredo Castro, Amparo Noguera, Elsa Poblete, Paola Lattus.
Santiago del Chile, 1978. Raúl è un uomo di mezza età che sogna di ballare in grandi spettacoli e in tv. Mentre intorno a lui dilaga la violenta dittatura di Pinochet, lui sarà disposto a tutto pur di incoronare il suo sogno dorato: quello di diventare il “nuovo” Tony Manero…
A discapito di quello che si potrebbe pensare, in Tony Manero c’è ben poco da ridere, e ancora meno da sorridere sotto i baffi. Al suo secondo film, il cileno Pablo Larrain (il film è co-prodotto col Brasile) riesce nella difficile impresa di dipingere con uno stile asciutto un periodo, un’idea di cultura e un personaggio significativo.
Partiamo dal periodo. Come si diceva, siamo sotto la dittatura di Pinochet. Dopo il colpo di stato ai danni di Allende, la Storia si fa complessa e inquietante: che ruolo hanno giocato gli USA, all’epoca di Nixon, nel golpe o comunque nel periodo della dittatura di Pinochet?
Continua a leggere: Tony Manero - di Pablo Larrain: recensione in anteprima

In attesa di parlare degli ultimi film visti al Torino Film Festival, diamo spazio ai premi assegnati in questa 26a edizione. Vince il premio come Miglior film il bellissimo Tony Manero del cileno Pablo Larrain. Ambientato durante la dittatura di Pinochet, il film narra le vicende di un uomo di mezza età convinto di poter sfondare nel mondo dello spettacolo come sosia del protagonista de La febbre del sabato sera, film che ama e che guarda costantemente al cinema. E per raggiungere il suo obiettivo è disposto anche ad uccidere.
Il Premio della Giuria è andato allo statunitense Prince of Broadway, diretto da Sean Baker. Un film piccolo, costato 40000 euro, basato sull’improvvisazione e sulla povertà dei mezzi, che diventano strumenti per raccontare in modo sincero la storia di un immigrato clandestino alle prese con un figlioletto che non sapeva di avere nel Fashion District di New York. Alla brava Emmanuele Devos va il premio per la Miglior interpretazione femminile per il modesto e ripetitivo film belga Non-Dit di Fien Troch: va bene così, ma qui si tifava in realtà per Irene Azuela di Quemar las naves o per Anjorka Strechel di Mein freund aus Faro.
Alfredo Castro regala poi un secondo premio a Tony Manero: la sua grande interpretazione gli è valsa il Premio per la Miglior interpretazione maschile. E la critica internazionale assegna il Premio Fipresci proprio al film cileno: Tony Manero ha vinto tutto quello che poteva vincere. Miglior documentario italiano è risultato Napoli Piazza Municipio di Bruno Olivero; il Premio Speciale lo ha vinto invece Rata nece biti (Non ci sarà la guerra) di Daniele Gaglianone. Ecco infine i corti premiati: Miglior Corto a A chi è già morto a chi sta per morire di Fulvio Pepe, Premio Speciale a Ottana di Pietro Mele e Menzione Speciale a La nonna di Massimo Alìm Mohammad.
Si conclude così questa edizione del TFF: ma continuate a seguirci, perché sono in arrivo un ultimo resoconto di altri film visti al festival e soprattutto un bilancio finale, con analisi e voti.