Venezia 65
Akires to Kame (Achilles and the Tortoise), di Takeshi Kitano
Achille e la tartaruga dovrebbe essere la terza e ultima parte della “trilogia del suicidio artistico” che Kitano ha iniziato nel 2005 con Takeshis’ e continuato nel 2007 con Glory to the Filmmaker!, entrambi visti a Venezia e per il sottoscritto i meno riusciti del regista.
C’era molta attesa, ma anche molta preoccupazione, per questa pellicola, ma via ogni dubbio: rubando una frase che qualcuno ha affisso nella zona Garden, Kitano è tornato a fare cinema. Il suo cinema. E, per quel che mi riguarda, Achille e la tartaruga ha poco o nulla da spartire con i precedenti due capitoli. Qui siamo in zona di assoluta e disarmante sincerità.
Kitano sembra affrontare finalmente in modo decisivo la sua figura, non con episodi e scenette come negli altri due film, ma con un’idea ben precisa e comunque non poco pericolosa: girare un film dai toni autobiografici che sia anche un po’ la summa del suo pensiero sul cinema, sull’arte e della sua filmografia.
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