Il giorno prima di “su lo schermo”, al Festival di Roma 2009 si è aperta una mostra dedicata a Sergio Leone. C’erano tutte le autorità. Fischiavano le pallottole delle colt. Poi le autorità sono salite nelle auto blu e si sono sentiti nitriti di soddisfazione dei cavalli, anzi dei muli (come sapete il destriero di Per un pugno di dollari è appunto un bel mulo di gamba corta e di occhi pieni di malia).
Sono entrato nella mostra e ho scoperto che il promesso Spazio Espositivo dall’invito era un garage. Evviva, mi sono detto. Niente auto. L’ho detto a due Giuliani, Montaldo (Leone gli produsse “Il giocattolo” e non si fece mai vivo sul set, cosa graditissima, meglio lavorare da soli) e Gemma (amico del Leone con il quale progettava film come attore ma riuscirono soltanto ad andare in vacanza a Parigi); entrambi erano d’accordo ed erano come me colpiti da un particolarone non indifferente.
Quale? Il buio profondo della gran sala del garage. Un buio pesto, da pestarsi. Un buio da noir. E invece Leone è il re del western, anche nel paese degli hamburger, macchè spaghetti. Il western è il regno del sole secco e della polvere bagnata dal sudore dei killers e delle loro vittime, egualitarismo perfetto. Qui niente dardi dal cielo niente sudore, ma abiti da mezzasera, mocassini, lifting come d’obbligo in occasioni come questa, nella Roma per fortuna non Cafonal, o almeno non troppo Cafonal.
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Alla fine la sorpresa non c’è stata. Il tanto atteso annuncio di Nine alla 4° edizione del Festival Internazionale del film di Roma (Vincenzo Mollica al Tg1 lo dette per certo da Cannes) è rimasto un sogno, per un Festival che tira comunque fuori le unghie e digrigna i denti. 18 i film italiani nelle varie sezioni, 3 in concorso, Alza la Testa, Viola di Mare e L’uomo che Verrà, 2 fuori concorso, Oggi Sposi e Christine Cristina, esordio alla regia di Stefania Sandrelli, ed uno nella sezione Alice nella Città, Marpiccolo di Alessandro di Robilant. Un Festival che parlerà femminile, visto che ad aprirlo, il 15 ottobre prossimo, ci sarà Magherita Buy, in una giornata interamente dedicata al cinema italiano, mentre a chiuderlo arriverà la divina Meryl Streep, premiata con il Marc’Aurelio d’Oro e una rassegna, composta da 14 titoli, a lei interamente dedicata, con anteprima italiana di Julie & Julia.
14 i film in concorso, con Jason Raitman, atteso dopo il trionfo di Juno di 2 edizioni fa, con Up in the Air, film che porterà sul red carpet capitolino George Clooney. Sempre in concorso troveremo The Last Station di Michael Hoffman, con Helen Mirren, Christopher Plummer e James McAvoy, Vision di Margarethe Von Trotta, Brotherhood, film che statene certi darà vita ad un mare di polemiche, parlando di omosessualità e nazismo, lo spagnolo After, il cinese Quingian di Geng Jun, il francese Les Regrets di Cédric Kahn, i 3 titoli italiani prima enunciati e Triage del Premio Oscar Danis Tanovìc, con Colin Farrell protagonista, che aprirà ufficialmente il Festival.
8 invece i titoli fuori concorso/anteprima, quindi sempre nella selezione ufficiale, con A Seriuos Man dei fratelli Coen (che hanno detto no al concorso) su tutti, seguiti da il kolossal The Warrior And The Wolf di Lang Zai Ji, Io Don Govanni di Carlos Saura e The City of Your Final Destination, anteprima mondiale targata James Ivory, con Anthony Hopkins e Laura Linney protagonisti. Sempre sugli scudi la sezione Alice nella Città, che porterà sul red carpet romano un’anteprima di New Moon, Astro Boy e Hachiko: A Dog’s Story, con Richard Gere pronto ad incontrare il pubblico in uno degli incontri “a tu per tu” che ormai sono diventati un marchio di fabbrica della Festa del cinema di Roma. A dir poco imperdibile poi, l’omaggio che il Festival proporrà ad Heath Ledger, con l’anteprima nazionale di Parnassus, con Terry Gilliam nella capitale, e soprattutto la proiezione dei film inediti come regista dello stesso Ledger, mai proiettati prima d’ora.

Amarcord. Federico Fellini sulla sua Rimini. Sergio Leone sul western e sull’Italia degli anni Sessanta. La Mostra del cinema occupata di restauri, retrospettive, recuperi, questi fantasmi e anche altri, minuti di pellicola in ricordo di amici scomparsi vissuti “anche” per il cinema. Fellini, me lo ha fatto tornare in mente Baaria di Tornatore. Il regista riminese si ferma nel tempo, bloccato. Per lui il mondo finisce con la “Dolce vita e “La città delle donne”. Tornatore arriva appena a ieri. A grandi falcate.
In Sicilia non sembra neanche esistita la ben nota contestazione giovanile. Solo roba del nord? E’ una domanda. Anche Michele Placido, col suo Il grande sogno, qui in concorso, si volta al passato: propone la contestazione, il Sessantotto. La testa girata, e speriamo bene. Forse prima o poi, però bisognerà pregare i registi di non usare la parola “Sogno” quando parlano del Sessantotto, troppo abusata., troppo vaga, troppo insapore. Ricordate ad esempio, “Dreamers- I sognatori”, di Bernando Bertolucci?
Anche Francesco Citto Maselli con Le ombre rosse propone un amarcord, sogni, utopia: eccoli i suoi assurdi e un po’ ridicoli, ma ben intenzionati, intellettuali di gauche, Citto li fa assomigliare a quelli di un film di trenta anni fa e passa: “Lettera aperta a un giornale della sera”, intellettuali che vogliono formare una colonna di combattenti italiani e andare a fare la guerra del Vietnam. Domanda di uno sprovveduto (io) che però la risposte ce l’ha: possibile che questi intellettuali di oggi siano con testa e piedi nell’amarcord, e non se ne accorgano? Torni e ritorni. Corsi e ricorsi. A proposito.
Werner Herzog, che ha diretto un forte Il cattivo tenente con Nicolas Cage, in concorso alla Mostra, scrive sul catalogo: “Hanno scritto ancora prima che uscisse che il mio film sia un remake (del film di Abel Ferrara dallo stesso titolo, ndr). Ma non lo è. Ad ogni modo questo genere di congetture sopravvive alla realtà del fatti. E così sia”. Appunto. Anche l’amarcord italiano, che ci parla al cuore del nostro amato paese, sopravvive di congetture sovrapposte alla realtà dei fatti, cioè ci aiuta poco a capire dove sta andando questo amato paese. E così sia.
Sarà presentato a Venezia il saggio Sergio Leone. L’America, la nostalgia e il mito scritto da Roberto Donati. Interverranno l’autore, Roberto Lasagna (editore Falsopiano), il critico cinematografico Sergio Di Lino, il regista e scrittore Italo Moscati, l’artista Luca Zampetti.
L’universo cinematografico di Sergio Leone è impregnato di America ed è impregnato di nostalgia. Ecco come l’una si compenetra nell’altra, completandola, e viceversa. Quando la grande nazione a stelle e strisce avanza e si fa strada a suon di bigliettoni, i cowboy o i gangster come loro hanno qualcosa a che fare con la morte e nessun John Ford li canta più. C’era una volta il West in America; e, ormai venti anni fa, c’era una volta Sergio Leone a raccontarlo e a raccontarla. Il Far West nato a Roma recupera gli spolverini e si tinge di sugo all’amatriciana: mai così lontano, mai così vicino.
Con prefazione di Carlo Lizzani, postfazione di Italo Moscati, illustrazioni di Luca Zampetti. 15 euro. Per chi si trovasse a Venezia vi consiglio di memorizzare luogo e data della presentazione: 5 settembre ore 18.00 allo Spazio Eventi (Area Garden-Casinò).
Anche la terzultima giornata dell’undicesimo Far East Film Festival di Udine è passata in giudicato. Una giornata arricchita dalla grande presenza di ospiti: la giovane indonesiana Mouly Surya (classe 1980), il cinese Cao Baoping e il coreano Kim Jee-won erano presenti a dare man forte alle rispettive pellicole e a ricevere i forti applausi del pubblico.
L’evento portante della giornata è stato la proiezione dell’atteso blockbuster coreano The Good, The Bad, The Weird di Kim Jee-won, regista di A Bittersweet Life, film che ha avuto il suo momento di gloria nelle sale italiane nel periodo di apice distributivo del cinema orientale, raggiunto pochi anni or sono è ormai quasi dimenticato. Il film, presentato a Cannes nel 2008, campione di incassi in patria e candidato a svariati Asian Pacific Screen Awards, è un dichiarato omaggio al cinema di Sergio Leone e nello specifico a Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo. Udine e i suoi direttori artistici hanno preso la palla al balzo, programmando il western coreano nella giornata in cui si è commemorato il ventesimo anniversario della morte di Leone.
Siamo negli anni ’30 in Manciuria, e tutti sembrano cercare una mappa in possesso di un ufficiale giapponese. Il più lesto ad appropriarsene è un ladruncolo di bassa lega, che improvvisamente si trova alle calcagna uno spietato assassino, un silenzioso e letale cacciatore di taglie, l’esercito giapponese e i membri del fronte di liberazione coreano. Tra un inseguimento e una sparatoria, gli equilibri fra i contendenti cominciano a delinearsi e a confrontarsi nel più classico dei Mexican standoff saranno il buono (il cacciatore di taglie), lo strano (il ladruncolo) e il cattivo (l’assassino).
Continua a leggere: 11° Far East Film Festival - Sesta Giornata
Il 30 di aprile di venti anni fa si spegneva uno dei più grandi registi che il cinema italiano abbia mai conosciuto; Sergio Leone.
Sette film, più uno non accreditato, in ventiquattro anni. Capolavori del calibro di C’era una volta in America e Giù la testa, ma dovremmo citare tutta la sua filmografia. Il merito di aver lanciato nel mondo del cinema quel grande di Clint Eastwood. Quale migliore ricordo per Leone che non riproporre una delle scene più celebri del suo Per qualche dollaro in più.

Sam Peckinpah è, insieme a Sergio Leone (ed in un certo senso “contro” di lui), l’ultimo grande innovatore del genere western, dato ciclicamente per morto ma sempre pronto a tornare con (rare) perle di valore. Ne Il Mucchio Selvaggio del 1969 non si limita ad omaggiare un tempo ormai andato, ma ne riscrive i tempi e i modi. Celebrando in qualche modo la fine del mito. Violenza stilizzata, tempi lenti che si alternano ad azione frenetica, un gusto barocco nella costruzione delle scene che sfocia ben presto nel visionario. Un cult da vedere e rivedere.
Continua a leggere: Vintage trailer: Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah
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La cosa che ultimamente più mi ha stupito di Ennio Morricone è stata quella di scoprire il suo ruolo determinante anche nella stagione d’oro della musica leggera anni 60. In quel periodo (tra il 1961 e il 1966) lavorò per Edoardo Vianello, Luigi Tenco, Gianni Morandi, Rita Pavone, Paul Anka, Mina…. Un’inezia in confronto alla produzione successiva, ma ciò ci fa capire il valore di un compositore che ha sempre avuto il potere di rendere oro tutto ciò che toccava.
Ennio Morricone è nato a Roma il 15 novembre 1928, anche se originario di Arpino (Frosinone). Diplomato al conservatorio di Santa Cecilia, cominciò a comporre musica per film già dal 1955, anche se parallelamente continuava a scrivere musica classica per orchestre da camera. La collaborazione con Sergio Leone ha una genesi molto lontana visto che Ennio e Sergio erano compagni alle scuole elementari. Nel 1964 Morricone scrisse la prima colonna sonora per il regista principe degli spaghetti western: Per un pugno di dollari. A questa collaborazione fecero seguito quelle di Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West, Giù la testa fino a C’era una volta in America (1984).
Oltre a questo sodalizio ve ne furono molti altri fondamentali: quelli con Bernardo Bertolucci, Elio Petri, Marco Bellocchio, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Tornatore e molti altri… Ma ha collaborato con registi di ogni genere cinematografico: con Dario Argento (L’uccello dalle piume di cristallo), Pedro Almodovar (Legami!), Brian De Palma (Gli intoccabili), Tinto Brass (La chiave), Carlo Verdone (Bianco Rosso e Verdone), La cosa (John Carpenter)…
C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone. Con Robert De Niro, Elizabeth McGovern, James Woods, Treat Williams, Jennifer Connelly, Joe Pesci, Burt Young, Tuesday Weld.
Stasera sabato 9 agosto su Rai3 ore 20.30.
Si chiude stasera il ciclo che Rai3 ha dedicato ad uno dei grandi maestri del cinema nostrano, quel Sergio Leone passato alla storia come colui che forse per primo ha saputo destrutturare il genere western fino a riscriverne il mito. Già prima di mettere mano al suo ultimo western Giù la testa, però, Leone era al lavoro su una storia epica che si occupasse di riscrivere un altro mito stavolta, quello dell’America.
Nasce così, dopo una gestazione che dura più di dieci anni, quello che a mio parere è non solo il capolavoro personale del regista, ma il film più bello che quest’arte abbia mai saputo regalarci. La storia si muove su tre piani temporali, incastrati ed alternati in maniera magistrale, in modo da costruire un affresco vivo ed intenso, dove tutti gli estremi si toccano e convivono non senza lacerazioni: amore ed odio, tenerezza e violenza, speranze e disillusioni, attimi di felicità e momenti di acuto dolore.
Continua a leggere: Cineblog Consiglia: C'era una volta in America
Giù la testa (1971) di Sergio Leone. Con Rod Steiger, James Coburn, Rick Battaglia, Romolo Valli, Maria Monti.
Stasera sabato 2 agosto su Rai3 ore 20.30
Continua la riproposizione (appuntamento fisso delle estati, ormai) delle opere di Sergio Leone su Rai3. Stasera tocca a Giù la testa, un western atipico, esterno ed estraneo alla cosiddetta trilogia del dollaro, ultimo film del genio nostrano prima che la sua mente venisse rapita dal titanico progetto di C’era una volta in America.
Accompagnato da un cast di altissimo livello, in cui non si sente peraltro la mancanza dell’attore feticcio della trilogia precedente Clint Eastwood, Giù la testa è una lunga epopea adrenalinica segnata come non mai dalla polvere da sparo. Pare fosse un film che Leone, già al lavoro sulla sceneggiatura successiva, sia stato costretto a girare per contratto. Poteva risultarne un film accademico e privo di ardore. Ne è venuto fuori un film d’eccezione.