
È stata annunciata la prima retrospettiva ufficiale del 30. Torino Film Festival, che si terrà nella seconda metà di novembre. Protagonista sarà Joseph Losey, di cui verrà presentata l’intera filmografia (i 37 lungometraggi e i cortometraggi compresi). Americano del Wisconsin, ha esordito nel 1948 con un cult assoluto, Il ragazzo dai capelli verdi, per la Rko. Dopo altri tre film negli States si trova nel 1951 in Italia, e viene convocato per testimoniare davanti alla Commissione per le Attività Antiamericane: non a caso era finito nelle “liste nere” di McCarthy.
Da quel momento non girerà più un film negli Stati Uniti. Vola in Inghilterra, dove lavora fino al 1957 sotto pseudonimo, prima di ricominciare a girare con il suo nome con il thriller contro la pena di morte L’alibi dell’ultima ora. In questo periodo gira tra gli altri l’inquietante Eve, con Jeanne Moreau, e Il servo, forse il suo capolavoro, scritto da Harold Pinter, con il quale collaborerà altre due volte.
“Figlio” di Eisenstein e Brecht, considerato uno dei maggiori autori cinematografici “europei” degli anni 60 e 70 e un maestro dello scavo psicologico, Losey sarà protagonista di questa retrospettiva imperdibile a Torino, corredata come sempre da un volume di saggi e testimonianze edito dal Castoro: un’occasione per tutti per ripassare o scoprire i suoi lavori.
La sezione Rapporto Confidenziale del Torino Film Festival, che lo scorso anno era dedicata all’horror contemporaneo e due anni fa ha portato all’attenzione del pubblico le opere di Nicolas Winding Refn (poi vincitore della Palma d’Oro per la regia a Cannes 2011 con Drive), quest’anno è dedicata al regista giapponese Sion Sono, le cui opere sono per lo più inedite in Italia, se escludiamo il passaggio in concorso a Venezia di Himizu.
Ed è proprio Sion Sono, per quanto mi riguarda, la vera sorpresa di un festival che si è chiuso ieri (ecco i premi assegnati) e che come ogni anno ha regalato agli spettatori film stupendi, film orribili e film interessanti, ma (quasi) sempre dotati comunque di quello spirito libero e indipendente che rende quello di Torino, secondo me, il miglior festival d’Italia (ammetto che c’è una grossa componente emotiva in questo giudizio).
Ma veniamo all’autore giapponese. Nato a Toyokawa nel 1961, Sion Sono si muove all’inizio nel campo della poesia, scrivendo le sue opere anche in forma di graffiti sui muri della città. Mentre fotografava questi graffiti, racconta il regista stesso nell’intervista raccolta all’interno del catalogo del festival, si chiese cosa sarebbe successo se ci avesse aggiunto il movimento. Approda così al cinema con una serie di film sperimentali e d’avanguardia, il primo dei quali, intitolato significativamente I am Sion Sono! (Ore wa Sono Sion da!, 1985, 37′) lo fa notare al PIA Film Festival.
Se il concorso di un festival è debole, anche il festival stesso lo è? È una domanda che la critica si fa ogni volta che i telegiornali e i quotidiani, quelle poche volte che parlano dei festival, dicono che la competizione è deludente, e che quindi il festival è deludente. Ricordate Venezia 2008? Il concorso era per metà da cestinare.
Eppure in quell’edizione ci furono, in concorso, gli ottimi Demme, Miyazaki, Naderi, Aronofsky. E fuori concorso i Coen, la Denis, Bahrani. Per dire. Il concorso del Torino Film Festival 2011 ha qualcosa che non ha convinto la critica, soprattutto on line (ovvero quella che, tra siti, blog e social network ha più seguito attivamente la manifestazione). Cosa? Probabilmente il fatto che non ci sono state vere punte.
Vero è che si tratta di un concorso di opere prime, seconde e al massimo terze, e quindi vai te a scovare in giro per il mondo il meglio degli esordienti dell’anno (ce ne sono tanti, eh!, e qualcosa c’era anche in questo concorso). Eppure Torino in questi anni ha “scoperto” la Sciamma di Naissance des pieuvres (poi regista di Tomboy), il Larraín di Tony Manero, La Nana (Affetti e dispetti…), Un gelido inverno, per dirne alcuni.
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Spesso sbeffeggiato a Venezia, Michele Placido è pronto alla rivincita cinematografica in terra di Francia. Le Guetteur, diventato Lo Spione per il mercato italiano, è infatti pronto per il Festival di Cannes. Ad annunciarlo lo stesso Placido, direttamente dal Torino Film Festival.
“Spero che il mio film Le guetteur/Lo spione sia pronto per il festival di Cannes, non credo che possa aspirare al Concorso perché è un film di genere, un ‘polar’. Si tratta di un omaggio al regista Jean-Pierre Melville, in particolare al suo film I senza nome/Le cercle rouge che aveva tra gli interpreti Gian Maria Volonté”
Con queste parole Placido ha regalato news sulla sua prossima regia. Protagonisti del film, costato poco meno di 15 milioni di euro, due pezzi da 90 come Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz, per una pellicola che inizia con una serie di rapine durante le quali un cecchino, Kassovitz, uccide tutti i poliziotti accorsi sul luogo. Da qui parte la caccia all’uomo del commissario interpretato da Auteuil, con annessa serie di storie parallele sullo sfondo della malavita parigina, in cui i protagonisti incontreranno anche un serial killer.
Nell’attesa di avere news da Cannes, ecco arrivare la prima foto ufficiale del film.
Fonte: CinecittàNews
Albert Nobbs è un efficiente cameriere al Morrison’s Hotel, nella Dublino dell’Ottocento. Le sue giornate sono fatte di gesti formali e compostezza, clienti ricchi e chiassosi, emozioni trattenute e apparenze. Soprattutto apparenze, visto che in realtà, Albert Nobbs è una donna (Glenn Close). Il suo progetto è mettere da parte abbastanza soldi per avviare un’attività tutta sua, una tabaccheria.
Un giorno, il “signor Nobbs” è costretto a ospitare nella sua stanza il signor Page, decoratore impiegato a ridipingere alcune pareti dell’albergo, che viene a conocenza del suo segreto. I due si avvicinano, fino a scoprire che anche il signor Page, in realtà è una donna. E che è addirittura sposato/a con un’altra donna, quindi è riuscito a superare quella solitudine che attanaglia il protagonista.
Per il signor Nobbs è l’inizio di una nuova speranza, una nuova prospettiva di vita, che si manifesta nel corteggiamento della bella collega Helen, la quale però è già amante dell’aitante Joe, tuttofare dell’albergo.
Nel 2020, Napoli è diventata la città più sicura, pulita ed efficiente del mondo. Com’è stato possibile questo cambiamento? Il merito è del sindaco Nicolino Amore, personalità esterna ai partiti corrotti e collusi con i poteri forti della città.
Il (finto) documentario ricostruisce la sua mirabolante vita e ascesa politica, dai quartieri spagnoli, al carcere, all’Inghilterra, dalla quale importa nella sua città l’idea dello speaker’s corner, mettendosi a fare comizi improvvisati in Galleria Umberto I.
Portato quindi alla conoscenza del grande pubblico da una televisione locale che lo invita in trasmissione per ravvivare una campagna elettorale moscia, Nicolino Amore conquista tutti smascherando la corruzione degli altri candidati.
Una volta sindaco, verrà anche lui ammaliato, in un primo momento, dalle luci del potere e si lascerà andare alla bella vita, fino a rendersi conto della necessità di un cambiamento vero. E questo cambiamento lo porta all’operazione “Mo’ basta!”, un piano semplice e geniale di liberalizzazione della droga, per sottrarre soldi, potere e fascino alla camorra e rilanciare la legalità e l’economia.
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Giacomo (Fabio Volo) è un uomo di 37 anni, donnaiolo e single convinto (gli dà fastidio persino avere per casa il cane che gli hanno regalato). Fa un lavoro non meglio definito in ambito presumibilmente finanziario, cosa che fa molto milanese post-yuppie del XXI secolo. Costretto a prendere l’autobus per via del fatto che la sua ex fidanzata gli ha gettato le chiavi della macchina nei navigli, vede ogni giorno una ragazza (che scopriremo chiamarsi Michela e che è ovviamente interpretata da Isabella Ragonese) che desta il suo interesse, ma con la quale non ha neanche il coraggio di reggere lo sguardo.
Una sera, per aggirare le avances della figlia non troppo avvenente di un cliente importante, si inventa di avere una fidanzata e la descrive come la ragazza che vede ogni mattina sul tram. Improvvisamente tutti diventano più gentili con lui e Giacomo decide di usare a suo favore l’esistenza di questa ragazza immaginaria, che torna utile sia per azzittire chi gli consiglia di “mettere la testa a posto” e accasarsi, sia per evitare di essere sempre incastrato a lavorare nei fine settimana. Scopre così quanto possa essere socialmente conveniente non essere soli.
Una mattina, la ragazza del tram lo invita a prendere un caffè. Potrebbe essere l’inizio di una relazione, ma lei, che lavora in una casa editrice, è cinica in proposito, perché pensa che nelle grandi storie d’amore la donna finisce sempre male, se non proprio stecchita, mentre hanno un lieto fine solo i romanzi brutti. E poi, in ogni caso, si trasferisce a New York il giorno successivo. Non si capisce quindi perché abbia attaccato discorso con Giacomo sul tram se non per sbloccare il film dall’impasse. Ovviamente, la storia si sposterà negli States.
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César (Luis Tosar) è il mite portiere di un palazzo di Barcellona. Cordiale e disponibile, risolve tutti i problemi dei condomini, potendo accedere alle loro case grazie a una copia delle chiavi. Sembra anche avere una relazione con la bella Clara (Marta Etura), ragazza solare e sempre sorridente. Sembra. Perché le apparenze possono ingannare e dietro la maschera imperscrutabile di César può nascondersi una mente capace di architettare un piano di rara malvagità.
Ultima fatica di Jaume Balaguerò, di nuovo solo al comando dopo l’esperienza a quattro mani con Paco Plaza dei due [Rec], Mientras duermes è un thriller spietato e inesorabile, costruito con grande perizia e sorretto dall’impeccabile e inquietante interpretazione di Luis Tosar (già apprezzato in Cella 211).
Sceneggiatura solida e messa in scena precisa e al servizio della storia e del protagonista. Il film ha un andamento sinuoso come l’avanzare di un serpente, non dà un attimo di respiro e, attraverso un meccanismo narrativo implacabile, fa sprofondare i personaggi in un incubo sempre più soffocante, fino a un’esplosione finale di malvagità assoluta.
Juliette incontra Roméo a una festa. “Allora siamo destinati a finire tragicamente?”, le chiede lui. “Non lo so.” gli risponde lei. Si amano, sono felici, hanno un bambino: Adam. Ma qualcosa non va. Il bimbo si comporta in modo strano, piange sempre, vomita all’improvviso e non muove una parte del volto. A poco a poco emergono i sintomi di un gravissimo tumore al cervello del piccolo, che spingerà Roméo e Juliette ad affrontare la loro guerra personale contro la malattia, per la sopravvivenza del piccolo Adam e per trasformare l’incombenza della morte in un inno alla vita.
Film candidato dalla Francia a concorrere ai prossimi Premi Oscar, La guerre est declarée è leggero e pesante allo stesso tempo, come la vita. Lucidissimo e puntuale nel raccontare la malattia e l’ospedalizzazione, le paure, i dubbi, le reazioni e le emozioni, con vicende, situazioni, luoghi, dialoghi e personaggi assolutamente vivi, sentiti e reali perché la storia narrata è quella vera della regista (anche protagonista) e dell’attore Jérémie Elkaïm (che interpreta Roméo). E infatti il film è dedicato a loro figlio Gabriel, che compare nel finale, e ai medici, gli infermieri e gli ospedali pubblici, cosa che eleva quello che vediamo a emblema di una lotta più generale.
Ma è la loro storia privata a coinvolgere, commuovere e far sorridere nei 100 minuti di un film che corre come un treno, condotto con mano sicura e ritmo serrato grazie a un perfetto mix di sceneggiatura, regia e montaggio scatenati, sincopati e scanditi da una colonna sonora azzeccatissima. Il film stesso prende avvio con un espediente sonoro meraviglioso, che dai suoni ripetitivi della risonanza magnetica a cui è sottoposto il bambino fa nascere nella mente della madre il ricordo della musica elettronica alla festa in cui ha conosciuto Roméo. Il tutto contrappuntato da voci fuori campo che intervengono qua e là a dare un tono favolistico alla narrazione e richiamano alla mente il celebre inizio di Jules e Jim, di Truffaut.

Sei intellettuali (gli storici Angelo Del Boca e Lucia Ceci, gli antropologi Iain Chambers e Michela Fusaschi e i filosofi Alberto Burgio e Ida Dominijanni) ripercorrono, ognuno dal punto di vista della propria disciplina, il breve periodo coloniale italiano all’epoca del Fascismo e in particolare l’invasione dell’Etiopia del 1935.
Partendo dalle immagini mistificatorie dei cinegiornali e dei documentari dell’Istituto Luce dell’epoca, gli studiosi smontano il mito degli “italiani brava gente”, raccontano il colonialismo e il Fascismo per quello che erano (due atrocità immonde), smascherano i meccanismi con cui la propaganda del regime raccontava l’invasione di uno stato sovrano addirittura come una missione di pace e di salvezza per il popolo etiope (un’abitudine che non si è certo persa nel tempo…) e collegano gli episodi e la mentalità dell’epoca all’Italia degli ultimi vent’anni.
Il finale è affidato a un lungo montaggio di immagini di repertorio, volte a mostrare quanto prima descritto solo a voce e a smontare la propaganda fascista.
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