Giacomo (Fabio Volo) è un uomo di 37 anni, donnaiolo e single convinto (gli dà fastidio persino avere per casa il cane che gli hanno regalato). Fa un lavoro non meglio definito in ambito presumibilmente finanziario, cosa che fa molto milanese post-yuppie del XXI secolo. Costretto a prendere l’autobus per via del fatto che la sua ex fidanzata gli ha gettato le chiavi della macchina nei navigli, vede ogni giorno una ragazza (che scopriremo chiamarsi Michela e che è ovviamente interpretata da Isabella Ragonese) che desta il suo interesse, ma con la quale non ha neanche il coraggio di reggere lo sguardo.
Una sera, per aggirare le avances della figlia non troppo avvenente di un cliente importante, si inventa di avere una fidanzata e la descrive come la ragazza che vede ogni mattina sul tram. Improvvisamente tutti diventano più gentili con lui e Giacomo decide di usare a suo favore l’esistenza di questa ragazza immaginaria, che torna utile sia per azzittire chi gli consiglia di “mettere la testa a posto” e accasarsi, sia per evitare di essere sempre incastrato a lavorare nei fine settimana. Scopre così quanto possa essere socialmente conveniente non essere soli.
Una mattina, la ragazza del tram lo invita a prendere un caffè. Potrebbe essere l’inizio di una relazione, ma lei, che lavora in una casa editrice, è cinica in proposito, perché pensa che nelle grandi storie d’amore la donna finisce sempre male, se non proprio stecchita, mentre hanno un lieto fine solo i romanzi brutti. E poi, in ogni caso, si trasferisce a New York il giorno successivo. Non si capisce quindi perché abbia attaccato discorso con Giacomo sul tram se non per sbloccare il film dall’impasse. Ovviamente, la storia si sposterà negli States.
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César (Luis Tosar) è il mite portiere di un palazzo di Barcellona. Cordiale e disponibile, risolve tutti i problemi dei condomini, potendo accedere alle loro case grazie a una copia delle chiavi. Sembra anche avere una relazione con la bella Clara (Marta Etura), ragazza solare e sempre sorridente. Sembra. Perché le apparenze possono ingannare e dietro la maschera imperscrutabile di César può nascondersi una mente capace di architettare un piano di rara malvagità.
Ultima fatica di Jaume Balaguerò, di nuovo solo al comando dopo l’esperienza a quattro mani con Paco Plaza dei due [Rec], Mientras duermes è un thriller spietato e inesorabile, costruito con grande perizia e sorretto dall’impeccabile e inquietante interpretazione di Luis Tosar (già apprezzato in Cella 211).
Sceneggiatura solida e messa in scena precisa e al servizio della storia e del protagonista. Il film ha un andamento sinuoso come l’avanzare di un serpente, non dà un attimo di respiro e, attraverso un meccanismo narrativo implacabile, fa sprofondare i personaggi in un incubo sempre più soffocante, fino a un’esplosione finale di malvagità assoluta.
Juliette incontra Roméo a una festa. “Allora siamo destinati a finire tragicamente?”, le chiede lui. “Non lo so.” gli risponde lei. Si amano, sono felici, hanno un bambino: Adam. Ma qualcosa non va. Il bimbo si comporta in modo strano, piange sempre, vomita all’improvviso e non muove una parte del volto. A poco a poco emergono i sintomi di un gravissimo tumore al cervello del piccolo, che spingerà Roméo e Juliette ad affrontare la loro guerra personale contro la malattia, per la sopravvivenza del piccolo Adam e per trasformare l’incombenza della morte in un inno alla vita.
Film candidato dalla Francia a concorrere ai prossimi Premi Oscar, La guerre est declarée è leggero e pesante allo stesso tempo, come la vita. Lucidissimo e puntuale nel raccontare la malattia e l’ospedalizzazione, le paure, i dubbi, le reazioni e le emozioni, con vicende, situazioni, luoghi, dialoghi e personaggi assolutamente vivi, sentiti e reali perché la storia narrata è quella vera della regista (anche protagonista) e dell’attore Jérémie Elkaïm (che interpreta Roméo). E infatti il film è dedicato a loro figlio Gabriel, che compare nel finale, e ai medici, gli infermieri e gli ospedali pubblici, cosa che eleva quello che vediamo a emblema di una lotta più generale.
Ma è la loro storia privata a coinvolgere, commuovere e far sorridere nei 100 minuti di un film che corre come un treno, condotto con mano sicura e ritmo serrato grazie a un perfetto mix di sceneggiatura, regia e montaggio scatenati, sincopati e scanditi da una colonna sonora azzeccatissima. Il film stesso prende avvio con un espediente sonoro meraviglioso, che dai suoni ripetitivi della risonanza magnetica a cui è sottoposto il bambino fa nascere nella mente della madre il ricordo della musica elettronica alla festa in cui ha conosciuto Roméo. Il tutto contrappuntato da voci fuori campo che intervengono qua e là a dare un tono favolistico alla narrazione e richiamano alla mente il celebre inizio di Jules e Jim, di Truffaut.

Sei intellettuali (gli storici Angelo Del Boca e Lucia Ceci, gli antropologi Iain Chambers e Michela Fusaschi e i filosofi Alberto Burgio e Ida Dominijanni) ripercorrono, ognuno dal punto di vista della propria disciplina, il breve periodo coloniale italiano all’epoca del Fascismo e in particolare l’invasione dell’Etiopia del 1935.
Partendo dalle immagini mistificatorie dei cinegiornali e dei documentari dell’Istituto Luce dell’epoca, gli studiosi smontano il mito degli “italiani brava gente”, raccontano il colonialismo e il Fascismo per quello che erano (due atrocità immonde), smascherano i meccanismi con cui la propaganda del regime raccontava l’invasione di uno stato sovrano addirittura come una missione di pace e di salvezza per il popolo etiope (un’abitudine che non si è certo persa nel tempo…) e collegano gli episodi e la mentalità dell’epoca all’Italia degli ultimi vent’anni.
Il finale è affidato a un lungo montaggio di immagini di repertorio, volte a mostrare quanto prima descritto solo a voce e a smontare la propaganda fascista.
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Un uomo (Adrien Brody) si risveglia in un auto distrutta, finita in una scarpata in mezzo a un bosco. Una gamba incastrata sotto il lunotto, la portiera bloccata, il volto tumefatto e ricoperto di sangue, un cadavere sul sedile posteriore e un altro scaraventato in mezzo agli alberi, poco distante, ma soprattutto, nessun ricordo di come sia finito lì, né di chi sia lui stesso.
L’uomo trova una pistola e una carta di credito con sopra quello che sembra essere il suo nome e apprende dalla radio ancora in funzione di essere un rapinatore in fuga. Dopo mezz’ora di film, riesce a uscire dall’auto e strisciare in giro per il bosco alla ricerca di aiuto e della sua identità.
Esordio nel lungometraggio di Michael Greenspan, dopo il fortunato cortometraggio The legend of Razorback, Wrecked parte bene, da un’idea intrigante (anche se non particolarmente originale e alla base, in realtà, anche di un altro, terribile film presentato al TFF di quest’anno, The Oregonian, dove poi la trama si svilupperà nei territori del volevoessereunfilmdidavilynchmapoièfinitachesembrocinicotv), ma si sgonfia molto presto.
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La vita di George Harrison ricostruita attraverso interviste ai familiari e agli amici, fotografie e filmati di repertorio e di famiglia. Dall’irripetibile esperienza dei Beatles alla carriera solista, dall’impegno per il Bangladesh alla creazione di una casa di produzione cinematografica, fino alla malattia che lo ha condotto alla morte, nel 2001.
Documentario fiume di quasi tre ore e mezza, diretto da Martin Scorsese e coprodotto da Olivia Harrison, moglie di George, su uno dei personaggi più importanti della storia della musica e della cultura del secolo scorso. Un film pulito, elegante, che scorre attraverso le immagini, le parole e la musica per dipingere il quadro di una personalità complessa e affascinante, irrequieta e inafferrabile, di grande umanità e generosità e perennemente alla ricerca di una verità più ampia, di una spiritualità profonda, di un contatto vero con il mondo, con le persone e, in ultimo, con Dio.
Ricerca che porta Harrison alla sperimentazione delle droghe e poi ad avvicinarsi alla meditazione e alle discipline indiane, in un’esistenza vissuta nel continuo conflitto tra il materiale (di cui ha avuto una vera e propria overdose, grazie al successo senza precedenti dei Beatles) e lo spirituale.

Avete letto qualcosa sulla polemica riguardo alla presenza o meno di Penelope Cruz alla serata inaugurale del 29. Torino Film Festival? Noi qualcosa qua e là, ma non c’abbiamo capito nulla: la madrina del festival resta Laura Morante (voluta fortemente da Gianni Amelio), mentre per la Cruz - che sta girando a Torino il film di Castellitto Venuto al mondo - ci sarebbe comunque una capatina sul palco (la vorrebbe fortemente l’assessore alla Cultura della Regione Piemonte Michele Coppola, ma non la vorrebbe Amelio: forse perché già a Roma).
Questione politica, questione di budget, questione di “storia” del festival. Mah. Fatto sta che, secondo un comunicato stampa, la Cruz sarà al Teatro Regio assieme a Castellitto ed Emile Hirsch. Abbiamo iniziato questo post parlandone, va bene, ma per dire anche che in fondo non ci interessa molto della querelle, onestamente. Il vero dilemma per gli spettatori del TFF è piuttosto farsi il programma. 217 titoli divisi in varie sezioni, per 10 giorni di festival. Come organizzarsi? Il programma è bulimico, la scelta vastissima, dal concorso a Festa Mobile, passando per Onde, gli incontri e le retrospettive (Altman, Green e Sono).
Noi proviamo a consigliarvi “al buio” qualcosina: una ventina di pellicole che noi non perderemo, all’interno di un programma che contiene un numero di film da non perdere che è doppio, triplo, forse quadruplo. Ecco le nostre scelte in ordine alfabetico (e numerico):
1. 50/50 - Jonathan Levine: perché il regista sta dando prova di maturare di prova in prova. Perché la storia è “a rischio”, ma c’è il talento per affrontarla nel migliore dei modi. E per Joseph Gordon-Levitt e Seth Rogen. (Concorso)
2. L’arte di vincere (Moneyball) - Bennett Miller: il regista di Truman Capote dirige un film tratto da una storia vera, sceneggiato da Aaron Sorkin (The Social Network), ed interpretato da Brad Pitt, Robin Wright and Jonah Hill. Profuma di premi. (Festa Mobile - Film d’apertura)
La lista continua dopo il salto.
The Descendants arrivarà sugli schermi italiani il 24 febbraio 2012, ma gli spettatori del Torino Film Festival potranno vederlo in anteprima alla fine di questo mese nell’ambito di Festa Mobile, la sezione fuori concorso del TFF.
Il film di Alexander Payne (Sideways), vede protagonista George Clooney affiancato da Judy Greer, Matthew Lillard, Beau Bridges, Robert Forster e Shailene Woodley. La sceneggiatura, basata sull’omonimo romanzo di debutto di Kaui Hart Hemmings, porta le firme di Nat Faxon, Jim Rash e dello stesso Payne. La vicenda è incentrata sulla figura di Matt King, marito e padre assente (genitore di riserva, si definisce lui) che è costretto a riesaminare il proprio passato e abbracciare il futuro, quando la moglie subisce un incidente in barca al largo di Waikiki alle Hawaii, e lui scopre di non essere stato l’unico uomo nella vita della donna. L’evento porta Matt a riavvicinarsi alle figlie, mentre lottas con la difficile decisione di mettere in vendita il terreno di famiglia e si mette alla ricerca dell’amante delle moglie.
Qui di seguito e dopo l’interruzione vi attende una ricca fotogallery della pellicola.
Torino Film Festival 2011: The Descendants - le foto del film con George Clooney
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Aggiunta all’ultimo momento per il 29. Torino Film Festival. Al già ricchissimo programma si va ad aggiungere un’altra anteprima internazionale, ovvero quella dell’atteso Twixt di Francis Ford Coppola, che due anni fa era stato proprio premiato al TFF. Un film su cui avevano puntato gli occhi moltissimi festival internazionali, tra cui ovviamente prima Cannes (ma il film non era pronto) e poi Venezia (ma Coppola ha preferito Toronto).
Proprio Venezia avrebbe voluto Twixt come evento di chiusura: lo sarà invece al Torino Film Festival, che verrà chiuso da Albert Nobbs di Rodrigo Garcìa e poi dal film di Coppola. Girato a colori e in bianco e nero, con alcune scene in 3D, il film segna il ritorno di Coppola al gotico, quasi vent’anni dopo Dracula. Racconta l’avventura di uno scrittore di thriller-horror di serie B che, durante un tour nella provincia americana, si imbatte nella storia della misteriosa morte di una ragazzina. Il protagonista si trova immerso in un mondo in cui i fantasmi si sovrappongono ai ricordi, influenzato dalla narrativa di Edgar Allan Poe e di NathanIel Hawthorne…
Il film uscirà in Italia nel 2012, distribuito dalla Movies Inspired. Qui trovate il trailer. Di seguito le proiezioni aggiunte poco fa nel cartellone del Torino Film Festival:
- Venerdì 2 dicembre ore 14.00 Reposi 1
TWIXT (anticipata stampa) (al posto della replica del film KESSEN! JOSHIRYO TAI DANSHIRYO DECISIVE MATCH! GIRLS DORM AGAINST BOYS DORM)
- sabato 3 dicembre ore 17.30 Reposi 1
TWIXT (prima proiezione) (al posto della replica del film HAZARD)
- Sabato 3 dicembre ore 22.45 Reposi 3
TWIXT (proiezione ufficiale)

È stato finalmente presentato il programma del 29. Torino Film Festival, che inizierà il 25 novembre con L’arte di vincere (Moneyball) e si chiuderà il 3 dicembre. Durante la conferenza stampa, che si è tenuta questa mattina a Roma e che si replicherà questo pomeriggio proprio a Torino, è stato anche annunciato che la madrina sarà Laura Morante. Che dire sul programma? Che c’è solo da fare i salti di gioia. Al solito, iniziamo dal concorso ufficiale, che al solito vede 16 opere prime, seconde e massimo terze. C’è chi si lamentava della mancanza dell’Italia nella sezione competitiva, nonostante qualche eccezione (vedi La bocca del lupo, Henry): quest’anno ce ne sono due. Si tratta de I Più Grandi di Tutti, opera seconda di Carlo Virzì con Claudia Pandolfi, e Ulidi Piccola Mia, esordio nel lungometraggio di Mateo Zoni.
Dalla Francia arriva 17 filles di Delphine Coulin e Muriel Coulin, visto e applaudito a Cannes. Dagli States arrivano l’acclamato 50/50, opera terza del bravo Jonathan Levine con Joseph Gordon-Levitt e Seth Rogen, il piccolo A little closer di Matthew Petock, e Mosse vincenti (Win Win), opera terza di Thomas McCarthy dopo gli acclamati The Station Agent e L’ospite inatteso. Dall’Inghilterra arrivano la sorpresa Attack the Block di Joe Cornish, e il thriller Ghosted di Craig Viveiros. Versante orientale: ci sono l’horror A Confession di Park Su-min (Corea del sud), e l’adrenalinico The Raid di Gareth Evans (Indonesia). E ancora Islanda, Iran, Russia, Emirati Arabi, Canada, Germania, per un concorso a prima vista sorprendente.
E vediamo cosa ci offrirà Festa Mobile, il fuori concorso del TFF che aveva già messo in saccoccia alcuni attesi titoli come The Descendants, Terri e Albert Nobbs. Qui c’è davvero di tutto. Oltre alla proiezione, non in certo anteprima - esce il 25 in sala - ma “doverosa” visto il Gran Premio Torino al suo regista, di Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismäki, troviamo tanto cinema indipendente americano (tra gli altri, The Catechism Cataclysm, Condition, The Dynamiter, A Good Old Fashioned Orgy, Jess + Moss) e grandi anteprime. Tra queste anche Intruders di Juan Carlos Fresnadillo con Clive Owen e Midnight in Paris di Woody Allen. Tanto cinema d’autore, fra cui segnaliamo Les bien-aimes di Christophe Honoré, il candidato agli Oscar francese La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, Pater di Alain Cavalier, Sangue do Meu Sangue di João Canijo, premio FIPRESCI a San Sebastián, e il film d’animazione di Eric Khoo Tatsumi.
L’Italia è anche fuori concorso con Sette opere di misericordia di Gianluca De Serio e Massimiliano De Serio, applaudito a Locarno, L’era legale di Enrico Caria, Il giorno in più di Massimo Venier con Fabio Volo. E, gioiamo!, non manca l’horror grazie a Mientras duermes di Jaume Balagueró, Bereavement di Stevan Mena (sequel di Malevolence), Dernière séance di Laurent Achard, e il folle The Oregonian di Calvin Lee Reeder. Tra i documentari, da non perdere George Harrison: Living in the Material World di Martin Scorsese, The Ballad of Genesis and Lady Jaye di Marie Losier (Teddy Award a Berlino), Into the Abyss di Werner Herzog. In Onde segnaliamo Hanezu No Tsuki di Naomi Kawase, e i nuovi Jonas Mekas e James Benning. Nella retrospettiva su Sion Sono ci sarà infine anche Guilty of Romance, il film che il regista ha girato quest’anno prima di Himizu e visto a Cannes.
Qui il programma completo. Come sempre noi saremo al TFF per seguirlo. Stay tuned.