Il cinema di Jia Zhang-Ke è un cinema personalissimo, e come ogni cinema di registi personali non può avere presa su tutti. Se il grande pubblico ovviamente non può conoscerlo, è proprio sui cinefili che il regista fa presa in modo alterno. Consacrato nel tempo grazie alle costanti presenze al Festival di Venezia, dove nel 2006 vinse con il bellissimo Still Life (dove più che far arrabbiare gli accreditati, la sua vittoria passò abbastanza inosservata: infatti ingiustamente non se lo filò nessuno), Jia ha presentato all’ultima mostra il documentario Useless, vincendo nella categoria Orizzonti.
Quest’anno ha deciso di concedersi a Cannes, dove ha già presentato in concorso 24 City, a metà strada tra documentario e fiction. Per chi conosce almeno Still Life, non sarà di certo una novità; ma 24 City sembra anche più radicale nella scelta dell’uso di entrambi i registri. Certo, il Leone d’Oro del 2006 era reso magico dalla fusione perfetta di realtà e finzione, e chissà che nel nuovo film questo sguardo unico venga meno: noi non ce lo auguriamo. Il percorso di Jia Zhang-Ke è una riflessione continua sulla Cina, costantemente in bilico tra veloce progresso e smantellamento di lunghe tradizioni (lo era anche in Useless, bella riflessione sulla moda).
Siamo a Chengdu: una fabbrica adibita alla costruzione di pezzi per aerei sta per essere distrutta; al suo posto verrà costruito un quartiere pieno di moderni edifici, chiamato appunto 24 City. Tra vere interviste e monologhi di finzione narrati da tre donne (tra cui Joan Chen), il regista ripercorre la “vita” della e nella fabbrica, attraverso tre diverse generazioni. Quasi un corollario, non a caso, di Still Life: che qualche pia casa di distrubuzione ce lo faccia vedere, please.
Robert Pulcini e Shari Springer Berman avevano esordito alla regia con il da noi inedito American Splendor, una piacevole sorpresa tratta da un fumetto underground che riusciva a mescolare una regia originale ad una storia interessante, ironica ma anche un po’ malinconica. Questa coppia lasciava dunque ben sperare per il suo successivo lavoro, ossia The Nanny Diaries (da noi Diario di una tata), fuori concorso, con Scarlett Johansson nella parte dell’antropologa Annie, che decide di andare via di casa e viene assunta come tata da una donna borghese e ricchissima (interpretata da Laura Linney), quanto fiscale con orari e ogni cosa che riguardi il suo bambino.
Poteva essere la divertente commedia di questa edizione del festival, così come l’anno scorso fu Il Diavolo veste Prada, però non tutto il meccanismo funziona in The Nanny Diaries. La regia, come il film precedente, è il punto di forza della pellicola, piena di trovate visive gradevolissime. Ma la trama non graffia come prometteva e diluisce alcune gag riuscite con l’acqua di rose, e il risultato è inevitabilmente piatto.
Altro film che poteva essere (un gran film) ma non è stato è The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford, secondo film di Andrew Dominik, che aveva esordito col bel Chopper. La storia del bandito Jesse James, interpretato da Brad Pitt, e del traditore Robert Ford (interpretato benissimo da Casey Affleck), mescola storia, mito e western, ma diluisce un materiale da 90 minuti in ben 155, stiracchiandosi anche nel finale. Certo, Dominik dà prova di avere comunque talento, soprattutto visivo, e certe cariche di violenza colpiscono. In più, l’atmosfera quasi omoerotica tra i due protagonisti rende il film un po’ più interessante (sarà per questo che è candidato al Queer Lion? Altri motivi non ci sono, e non è il primo caso…). Il film è comunque troppo lungo e rischia di annoiare gli spettatori meno interessati, ma la riflessione sul mito non è affatto male.
Il 26 luglio, data della conferenza stampa con la quale sapremo per certo il programmone di quest’anno, è ancora un po’ lontano, ma già ci sono le prime indiscrezioni sui film del Festival di Venezia 2007. Prima di incominciare a spulciare tra i film “candidati”, facciamo un breve ripasso su quello che già sappiamo per certo: Zhang Yimou (in sala con La città proibita) sarà a capo di una giuria composta da soli registi, proprio per festeggiare il 75° anniversario della mostra; Bill Mechanic sarà presidente della giuria per il Premio Luigi De Laurentiis per la migliore Opera Prima, e Gregg Araki sarà presidente della sezione Orizzonti; ci dovrebbe essere una sezione di film a tematica omosessuale che si candideranno per il Queer Lion (e le polemiche si sono già aperte); il 5 settembre ci sarà la consegna del Leone d’Oro alla carriera a Tim Burton, e di conseguenza anche il Tim Burton Day; le sezioni collaterali prevedono quella sulla Storia segreta del cinema italiano 4 (questa volta si tratta di western scelti da Tarantino) e l’evento dedicato ad Alexander Kluge, padre del Giovane Cinema Tedesco e vincitore di due Leoni d’oro e di un Leone d’argento.
Marco Müller sembra voler proprio fare le cose in grande per questa edizione speciale (anche per non sfigurare con Cannes 60?), ma su una cosa avevo i miei forti dubbi: proprio i film in programma. Insomma, diciamocelo chiaramente: Cannes aveva già rubato a Venezia grandi nomi e grandi film, mentre Coppola e Argento sono volati alla Festa di Roma. Ma devo ammettere che se la maggior parte delle indiscrezioni che ora andremo a leggere saranno confermate, si prevede una Venezia 64 davvero interessante e piena di colpacci.
Un po’ di sorprese le avrete viste già nell’immagine qui sopra, no? Quindi cliccate su continua e saprete tutto…
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