Io sono l’amore è il titolo del film drammatico diretto da Luca Guadagnino, presentato a Venezia 2009, e interpretato da Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Maria Paiato , Diane Fleri, Waris Ahluwalia, Gabriele Ferzetti e Marisa Berenson.
Emma (Tilda Swinton) e Tancredi Recchi (Pippo Delbono) hanno 3 figli: Elisabetta, Edoardo e Gianluca. In mezzo alla famiglia, al lusso, ai parenti, alla borghesia, c’è Antonio (Edoardo Gabbriellini), giovane cuoco.
Il film è stato scritto da Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano, Luca Guadagnino. Dopo il salto trovate foto e locandina.
Io sono l’amore: foto e locandina del film di Luca Guadagnino




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Una delle scene più sconvolgenti di Videocracy. Parliamo del momento dedicato da Erik Gandini, regista del documentario, a Lele Mora, celebre agente dei “vip” di casa nostra. Una clip che ci mostra Mora nel suo ‘ambiente’, nella sua casa dei sogni, nella “Casa Bianca” della Costa Smeralda, aperta a Gandini, con tanto di clamorosa confessione finale. Sì perchè Lele Mora non è semplicemente grande amico di Silvio Berlusconi, ma anche un Mussoliniano d.o.c., tanto da mostrare e far ascoltare un inno fascista, con sconcertante sorriso d’orgoglio. Vedere per credere…

Apprezzato ma senza esaltare a Venezia, The Informant! di Steven Soderbergh farà venerdì il suo esordio nei cinema americani. Ricordandovi i pareri sul film dei nostri due inviati speciali dal Lido (qui e qui), dopo il saltino potrete trovare uno spot tv inedito e ben 5 scene inedite, da vedere e commentare insieme.
Protagonista assoluto Matt Damon, con al suo fianco Melanie Lynskey, Clancy Brown, Frank Welker, Scott Bakula e Candy Clark, per un film, costato 21 milioni di dollari, che uscirà nei cinema italiani il prossimo 13 novembre. Nel film Scott Bakula veste i panni di Brian Shepherd, un agente FBI che, con l’aiuto del biochimico Mark Whitacre (interpretato da Matt Damon), riuscì a smascherare una fraudolenta politica di controllo dei prezzi da parte di una multinazionale. Al termine del processo l’azienda, riconosciuta colpevole, venne condannata al pagamento di una multa pari a 100 milioni di dollari.
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Il Mouse d’oro, premio della critica online, nato da un’idea della webzine Hideout, è stato assegnato a Life During Wartime di Todd Solondz con la seguente motivazione:
“Per aver saputo creare un’opera fresca e divertente, pur riflettendo approfonditamente sulla quotidianità e la contemporaneità, attraverso un linguaggio innovativo e molto personale”.
Mouse d’Argento 2009 è La Danse – Le ballet dell’Opéra de Paris di Frederick Wiseman per:
“Aver confermato l’abilità e la lucidità del suo sguardo sul mondo, sia che si parli di ambienti ospedalieri, come nei suoi primi lavori, sia affrontando l’austero mondo della danza classica”.
The Hole - di Joe Dante (Fuori Concorso)
Era da anni che il grandissimo Joe Dante non tornava sul grande schermo con un film con attori in carne ed ossa, credo proprio da Small Soldiers. Lo fa con un film dichiaratemente per famiglie, un film che se fossi stato bambino probabilmente avrei custodito per farne un mio cult personale, e lo fa in 3D per potenziare le paure nascoste nella botola della cantina della casetta dei protagonisti.
A Dante interessa soprattutto l’aspetto delle paure del singolo. I tre giovani protagonisti, infatti, dovranno affrontare le loro personali fobie. Ma se da una parte ci sono quelle più ovvie, come la paura dei clown, dall’altra ci sono gli orrori che vengono dal proprio passato, dalle proprie vite e da una società che continua a covare il male in casa.
Uscito direttamente dagli anni ‘80 come si poteva immaginare sin da subito, versione “horror” di Explorers, The Hole non fa quella paura che ci si poteva immaginare. Sfrutta un paio di carte, un paio di balzi sulla sedia. Non annoia, ma non riesce ad essere cattivo come il regista ha saputo essere in passato. Ma forse abbiamo preteso troppo da un film già definito in partenza dallo stesso Dante.
Continua a leggere: Giorno 10 a Venezia: The Hole - La Danse (Le Ballet de l'Opéra de Paris)
The Marriage - di Peter Greenaway (Orizzonti)
Una grande sorpresa ha accolto gli accreditati ieri sera in Sala Perla. La proiezione di The Marriage infatti è stata un po’ “speciale”. Come è da un po’ di anni tradizione per Greenaway in speciali appuntamenti, il regista era presente alla proiezione e dal palco vicino allo schermo interagiva, in alcune pause già preparate in precedenza, con il pubblico in sala, spiegando e analizzando quello che si sarebbe visto, come in una bella lezione di arte e di cinema.
Il mediometraggio incomincia con un gioco sperimentale di luci su La ronda di notte, già al centro dell’attenzione di Greenaway in Nightwatching, in corsa per il Leone d’Oro tre edizioni fa, e nel “corollario” Rembrandt’s J’accuse presentato a Roma. Poi si passa ad un gioco simile su L’ultima cena, e infine si passa a Le nozze di Cana, il vero soggetto di questa nuova opera multimediale d’analisi.
Lo stile ritorna ad essere quello sperimentato da Greenaway dai film degli anni ‘90 fino al progetto dedicato a Tulse Luper, ovvero un sovraccarico di multi-screen, picture in picture, scritte su scritte, varie piste audio: ma se in alcuni lungometraggi sembravano più un vezzo pseudo-artistico senza un vero perché e alla lunga stancante, qui il fascino della tecnica è abbastanza innegabile. Grandi applausi lungo la (breve) proiezione e pubblico felice.
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Mr. Nobody - di Jaco van Dormael (Concorso)
Chi scrive non vi dirà che Mr. Nobody è un brutto film: per leggere le motivazioni dei molti che l’hanno odiato basta che leggiate in altri mille siti e probabilmente decine di giornali. I difetti alla fine saranno quelli: pretenziosità, tutto già visto, troppo lungo, si avvolge su se stesso. Per carità, dialogando pacificamente probabilmente si arriverà a dimostrare tutti questi aspetti negativi, ma Mr. Nobody non va subito tacciato così.
Innanzitutto è un film che vuole recuperare il piacere di narrare con un certo stile, discutibile finché si vuole, una storia. Anzi due. Anzi tre. Comunque, è un film che vuole riaprire allo spettatore le porte del cinema che prende e ti trascina via con tutti i mezzi immaginifici possibili. Con un mix di melodramma, commedia e fantascienza, Jaco van Dormael, qui al suo terzo film dopo i bei Toto le Héros e L’ottavo giorno, ci parla di amore, di affetti, e dell’importanza del ricordo, del tempo, e delle conseguenze che una scelta può avere.
Quest’ultimo fatto rimanda a Capra e a Sliding Doors, ma a van Dormael interessa semplicemente lo spunto: la sua storia è vissuta tutta nella testa del vecchio protagonista, l’ultimo mortale ad essere rimasto in vita a 118 anni. Molte citazioni, in quello che a molti è parso un frullatone di temi e cose già trattate (come se il cinema non fosse un eterno rimando), che passa per il curiosamente simile (ma girato contemporaneamente!) Il curioso caso di Benjamin Button.
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Qualcuno ricorderà che, all’inizio della Mostra, avevo chiesto udienza ai topi e alle pantegane dei sotterranei del nuovo Palazzo del Cinema al Lido. Avevo lasciato il mio cell per avere notizie di prima mano sullo stato dei lavori. Mi hanno chiamato proprio in queste ultime ore della Mostra. Abbiamo fissato un appuntamento.
La prima cosa che mi hanno detto nel nostro incontro molto riservato ha riguardato i premi di Venezia 66. “ Vuoi sapere i risultati?”, mi hanno chiesto. “Come li sapete già?” ho domandato con stupore (erano le prime ore dell’alba di sabato 12). “Sì - mi hanno risposto- abbiamo mandato una nostra pantegana anfibia che ha raggiunto l’isola sperduta nella Laguna, si è annoiata molto per le discussioni tiratardi fra i giurati, ma alla fine ha appreso tutto”. No, ho detto di no, non volevo fare concorrenza sleale ai giornalisti che non hanno dormito cercando di sapere i vincitori. Hanno tirato un sospiro di sollievo. So perché. Hanno apprezzato la mia correttezza.
La conversazione ha potuto riprendere su basi che a loro interessano di più. Essi, topi e pantegane, sono in cassa integrazione e attendono come una liberazione la fine della Mostra affinché la costruzione del nuovo Palazzo possa ricominciare e loro riprendere a lavorare di mascella con il bendiddio di cose da rosicchiare.
Festival del cinema di Venezia 2009: Il Leoncino d’Oro Agiscuola per il Cinema è stato conferito al film Capitalism: A Love Story di Michael Moore con la seguente motivazione:
“Non accade spesso che un film riesca ad accumunare le opinioni di una giuria così giovane, così numerosa e con gusti cinematografici così vari; quest’anno è successo. Il pregio di questo film è stato quello di affrontare in maniera coraggiosa e diretta problemi attuali, riuscendo a strappare, nonostante gli argomenti trattati, più di una risata al pubblico. Dissacrante, pungente ma al tempo stesso impegnato, il film mette lo spettatore di fronte alla gravissima situazione in cui versa la società moderna, sollecitando una concreta presa di coscienza”.
La Segnalazione Cinema for UNICEF va invece al film Women without men di Shirin Neshat con la motivazione:
“Attraverso la narrazione di quattro storie private, rappresentate con grande poesia e sottile raffinatezza, il film racconta il dramma dell’essere umano privato dei propri diritti fondamentali. L’artista dipinge uno spaccato sociale, geograficamente e storicamente determinato, che assume il valore di una parabola universale. Esaltando il coraggio di sfidare le regole per riconquistare la propria libertà, il film dona una scintilla per un’auspicata presa di coscienza”.

Al Mosafer (The Traveler) - di Ahmed Maher (Concorso)
La vita in tre atti: giovinezza, maturità e vecchiaia. Gli unici tre giorni speciali per un uomo in una vita ordinaria, se non piatta. Il filo conduttore? L’amore. Sono questi gli ingredienti del film che Maher porta in concorso a Venezia 66, ad un anno dalla morte del grande rappresentante del cinema egiziano, ovvero Chahine.
Ma rispetto al maestro, Maher non possiede la stessa intensità e allo stesso tempo la stessa “leggerezza” nell’affrontare i suoi temi importanti, e il film affonda in troppa voglia di autorialità, con la sua lunghezza e un pizzico di pretenziosità di troppo.
Uno dei problemi forse sta anche nella struttura stessa del film. Se già è difficile appassionarsi alla storia del nostro personaggio per il ritmo “blando”, dividere la pellicola in tre episodi smorza il coinvolgimento, facendo ripartire il tutto. Non convince.
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