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La Cosa: 25 curiosità del film di John Carpenter

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Il prequel/remake de "La Cosa" carpenteriana (1982) non è certo un film particolarmente riuscito e di cui si sentisse il bisogno. Però basta una singola e specifica differenza rispetto al suo predecessore e già acquista un valore aggiunto per nuove e ulteriori considerazioni. "The Thing" 2011 trasforma in saga le vicende della Cosa così da metterla alla pari coi suoi colleghi di genere, "Predator" e "Alien". Forse è impossibile non usare la fantascienza per comunicare tramite audiovisivo l'idea che, secondo teologi e filosofi dalla mistica renano-fiamminga del XIV secolo al Kant de "La religione entro i limiti della sola ragione" (1793), da Ricoeur all'Haag che nel '68 ha contrapposto "Dottrina biblica e dottrina ecclesiastica del peccato originale", alle nostre spalle non c'è mai stata alcuna età dell'oro, alcun paradiso perduto, alcun motivo di rimpianto e nostalgia. Il male preesisteva fin dal principio, se mai ce n'è stato uno, e il cosmo l'ha consegnato in eredità via via a ogni suo epifenomenico ente ed evento. Alien, Predator e la Cosa sono extraterrestri e antecedenti l'antropogenesi, ciò ormai è assodato e questo filone cinematografico ha il merito di ricordarcelo. Il videoclip "Right Here, Right Now" (1999) per Fatboy Slim sembra alludere più a un'evoluzione finita male, e non iniziata e proseguita con un elemento negativo onnipresente. Il peculiare apporto sul tema da parte del regista olandese van Heijningen Jr. è il mostro bicefalo assemblaggio di due corpi: il male in noi sussisterebbe come scissione interiore ("Spaltung") psichica e fisica, un'automachìa. Van Sant l'ha mostrata in "Paranoid Park" (2007) con la guardia ferroviaria ancora viva seppur tranciata a metà, ma fin da "Gerry" (2002) le sue locandine erano di volti frantumati e ricomposti. Tuttavia il dibattito sulla soggettività è proseguito giungendo a non dare più per scontato quale sia il nesso fra bene e male e fra identità e alterità. L'ultima edizione della Garzantina vattimiana apre la voce "Altro" col Rimbaud di "Je est un autre": il distinguo winnicottiano tra vero e falso sé esige un aggiornamento ch'elimini la consueta demonizzazione dell'alterità giudicata sempre e comunque alienazione. Una corrente di pensiero diametralmente opposta, quella levinasiana, viceversa la valuta come unica chance di salvezza: solo con l'apertura all'altro si può giungere a un Io non più vittima di se stesso. Davanti però a posizioni così estreme e polarizzate, non è detto che la strada giusta non sia quella intermedia, che nel rapporto fra identità e alterità trovi qualcosa di buono trasversale a entrambe. (Un bacio a Orietta Anibaldi)

2 mesi e 1 settimana fa
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La Cosa - The Thing in Italia a dicembre

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Il prequel/remake de "La Cosa" carpenteriana (1982) non è certo un film particolarmente riuscito e di cui si sentisse il bisogno. Però basta una singola e specifica differenza rispetto al suo predecessore e già acquista un valore aggiunto per nuove e ulteriori considerazioni. "The Thing" 2011 trasforma in saga le vicende della Cosa così da metterla alla pari coi suoi colleghi di genere, "Predator" e "Alien". Forse è impossibile non usare la fantascienza per comunicare tramite audiovisivo l'idea che, secondo teologi e filosofi dalla mistica renano-fiamminga del XIV secolo al Kant de "La religione entro i limiti della sola ragione" (1793), da Ricoeur all'Haag che nel '68 ha contrapposto "Dottrina biblica e dottrina ecclesiastica del peccato originale", alle nostre spalle non c'è mai stata alcuna età dell'oro, alcun paradiso perduto, alcun motivo di rimpianto e nostalgia. Il male preesisteva fin dal principio, se mai ce n'è stato uno, e il cosmo l'ha consegnato in eredità via via a ogni suo epifenomenico ente ed evento. Alien, Predator e la Cosa sono extraterrestri e antecedenti l'antropogenesi, ciò ormai è assodato e questo filone cinematografico ha il merito di ricordarcelo. Il videoclip "Right Here, Right Now" (1999) per Fatboy Slim sembra alludere più a un'evoluzione finita male, e non iniziata e proseguita con un elemento negativo onnipresente. Il peculiare apporto sul tema da parte del regista olandese van Heijningen Jr. è il mostro bicefalo assemblaggio di due corpi: il male in noi sussisterebbe come scissione interiore ("Spaltung") psichica e fisica, un'automachìa. Van Sant l'ha mostrata in "Paranoid Park" (2007) con la guardia ferroviaria ancora viva seppur tranciata a metà, ma fin da "Gerry" (2002) le sue locandine erano di volti frantumati e ricomposti. Tuttavia il dibattito sulla soggettività è proseguito giungendo a non dare più per scontato quale sia il nesso fra bene e male e fra identità e alterità. L'ultima edizione della Garzantina vattimiana apre la voce "Altro" col Rimbaud di "Je est un autre": il distinguo winnicottiano tra vero e falso sé esige un aggiornamento ch'elimini la consueta demonizzazione dell'alterità giudicata sempre e comunque alienazione. Una corrente di pensiero diametralmente opposta, quella levinasiana, viceversa la valuta come unica chance di salvezza: solo con l'apertura all'altro si può giungere a un Io non più vittima di se stesso. Davanti però a posizioni così estreme e polarizzate, non è detto che la strada giusta non sia quella intermedia, che nel rapporto fra identità e alterità trovi qualcosa di buono trasversale a entrambe. (Un bacio a Orietta Anibaldi)

2 mesi e 1 settimana fa
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Science+Fiction 2011: recensione in anteprima de La Cosa di Matthijs van Heijningen Jr.

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Il prequel/remake de "La Cosa" carpenteriana (1982) non è certo un film particolarmente riuscito e di cui si sentisse il bisogno. Però basta una singola e specifica differenza rispetto al suo predecessore e già acquista un valore aggiunto per nuove e ulteriori considerazioni. "The Thing" 2011 trasforma in saga le vicende della Cosa così da metterla alla pari coi suoi colleghi di genere, "Predator" e "Alien". Forse è impossibile non usare la fantascienza per comunicare tramite audiovisivo l'idea che, secondo teologi e filosofi dalla mistica renano-fiamminga del XIV secolo al Kant de "La religione entro i limiti della sola ragione" (1793), da Ricoeur all'Haag che nel '68 ha contrapposto "Dottrina biblica e dottrina ecclesiastica del peccato originale", alle nostre spalle non c'è mai stata alcuna età dell'oro, alcun paradiso perduto, alcun motivo di rimpianto e nostalgia. Il male preesisteva fin dal principio, se mai ce n'è stato uno, e il cosmo l'ha consegnato in eredità via via a ogni suo epifenomenico ente ed evento. Alien, Predator e la Cosa sono extraterrestri e antecedenti l'antropogenesi, ciò ormai è assodato e questo filone cinematografico ha il merito di ricordarcelo. Il videoclip "Right Here, Right Now" (1999) per Fatboy Slim sembra alludere più a un'evoluzione finita male, e non iniziata e proseguita con un elemento negativo onnipresente. Il peculiare apporto sul tema da parte del regista olandese van Heijningen Jr. è il mostro bicefalo assemblaggio di due corpi: il male in noi sussisterebbe come scissione interiore ("Spaltung") psichica e fisica, un'automachìa. Van Sant l'ha mostrata in "Paranoid Park" (2007) con la guardia ferroviaria ancora viva seppur tranciata a metà, ma fin da "Gerry" (2002) le sue locandine erano di volti frantumati e ricomposti. Tuttavia il dibattito sulla soggettività è proseguito giungendo a non dare più per scontato quale sia il nesso fra bene e male e fra identità e alterità. L'ultima edizione della Garzantina vattimiana apre la voce "Altro" col Rimbaud di "Je est un autre": il distinguo winnicottiano tra vero e falso sé esige un aggiornamento ch'elimini la consueta demonizzazione dell'alterità giudicata sempre e comunque alienazione. Una corrente di pensiero diametralmente opposta, quella levinasiana, viceversa la valuta come unica chance di salvezza: solo con l'apertura all'altro si può giungere a un Io non più vittima di se stesso. Davanti però a posizioni così estreme e polarizzate, non è detto che la strada giusta non sia quella intermedia, che nel rapporto fra identità e alterità trovi qualcosa di buono trasversale a entrambe. (Un bacio a Orietta Anibaldi)

2 mesi e 1 settimana fa
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L'Amore che Resta è il titolo italiano di Restelss di Gus Van Sant. Ecco il poster e le foto

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) Lo straordinario stile artistico di Van Sant non gli garantisce di sfornare solo capolavori: il suo referente Bresson c'è riuscito poiché, film dopo film, con un approfondimento irrefrenabile ha insistito nello sviscerare gl'argomenti più ardui, l'insostenibile problematicità dei massimi sistemi. Invece Van Sant, dopo "Elephant", non ha mostrato affatto un'analoga costanza e pervicacia. Questo "Restless" sembrerebbe fare eccezione, il suo preziosissimo merito di trattare con delicato pudore temi tanto atroci, crudi e crudeli induce a pensare, stimola un flusso davvero copioso di riflessioni. Qui il "cancer movie" assurge a metafora dell'intera esistenza: "L'amore che resta", sì, ma in persistente regime di mortalità, fra l'amore ch'esige e pretende eternità e, forse in un circolo virtuoso, l'amore che, se assoluto e perfetto, potrebbe ottenere e raggiungere l'eternità. Però non c'è stile che tenga quando l'opera è a tesi, la tesi viene espressa nei pochi secondi dell'ultima scena in cui si decanta lo scioglimento della trama, e la tesi è un obbrobrio intellettuale: "Cogliete l'attimo". Grazie, Maestro, la sua lezioncina di vita, l'appello a tirare a campare a oltranza cercando di cogliere il lato positivo d'ogni situazione, ci sembra d'averla già sentita infinite altre volte e coi toni più assordanti immaginabili: un lavaggio del cervello plurimillenario. Poche immagini conclusive e la montagna partorisce un topolino miserrimo cadendo nel più diffuso degl'errori qual è l'ipotecare il futuro in negativo o in positivo, se non nel nichilismo ottuso allora nell'ottimismo altrettanto ottuso. "Tertium non datur"? Secondo simili autori no, no di sicuro, no mai. Loro sono detentori di Verità & Certezze, appartengono ai Privilegiati cui sono state elargite Scienza Infusa, Palla Di Vetro e Macchina Del Tempo. Perlomeno non è detto, alla faccia loro, che cotanta presunta e presuntuosa autoconsapevolezza costituisca una fortuna.

2 mesi e 4 settimane fa
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L'amore che resta di Gus Van Sant - La recensione in anteprima

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) Lo straordinario stile artistico di Van Sant non gli garantisce di sfornare solo capolavori: il suo referente Bresson c'è riuscito poiché, film dopo film, con un approfondimento irrefrenabile ha insistito nello sviscerare gl'argomenti più ardui, l'insostenibile problematicità dei massimi sistemi. Invece Van Sant, dopo "Elephant", non ha mostrato affatto un'analoga costanza e pervicacia. Questo "Restless" sembrerebbe fare eccezione, il suo preziosissimo merito di trattare con delicato pudore temi tanto atroci, crudi e crudeli induce a pensare, stimola un flusso davvero copioso di riflessioni. Qui il "cancer movie" assurge a metafora dell'intera esistenza: "L'amore che resta", sì, ma in persistente regime di mortalità, fra l'amore ch'esige e pretende eternità e, forse in un circolo virtuoso, l'amore che, se assoluto e perfetto, potrebbe ottenere e raggiungere l'eternità. Però non c'è stile che tenga quando l'opera è a tesi, la tesi viene espressa nei pochi secondi dell'ultima scena in cui si decanta lo scioglimento della trama, e la tesi è un obbrobrio intellettuale: "Cogliete l'attimo". Grazie, Maestro, la sua lezioncina di vita, l'appello a tirare a campare a oltranza cercando di cogliere il lato positivo d'ogni situazione, ci sembra d'averla già sentita infinite altre volte e coi toni più assordanti immaginabili: un lavaggio del cervello plurimillenario. Poche immagini conclusive e la montagna partorisce un topolino miserrimo cadendo nel più diffuso degl'errori qual è l'ipotecare il futuro in negativo o in positivo, se non nel nichilismo ottuso allora nell'ottimismo altrettanto ottuso. "Tertium non datur"? Secondo simili autori no, no di sicuro, no mai. Loro sono detentori di Verità & Certezze, appartengono ai Privilegiati cui sono state elargite Scienza Infusa, Palla Di Vetro e Macchina Del Tempo. Perlomeno non è detto, alla faccia loro, che cotanta presunta e presuntuosa autoconsapevolezza costituisca una fortuna.

2 mesi e 4 settimane fa
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L'amore che resta (Restless): Gus Van Sant insegna ai suoi ragazzi a (soprav)vivere

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) Lo straordinario stile artistico di Van Sant non gli garantisce di sfornare solo capolavori: il suo referente Bresson c'è riuscito poiché, film dopo film, con un approfondimento irrefrenabile ha insistito nello sviscerare gl'argomenti più ardui, l'insostenibile problematicità dei massimi sistemi. Invece Van Sant, dopo "Elephant", non ha mostrato affatto un'analoga costanza e pervicacia. Questo "Restless" sembrerebbe fare eccezione, il suo preziosissimo merito di trattare con delicato pudore temi tanto atroci, crudi e crudeli induce a pensare, stimola un flusso davvero copioso di riflessioni. Qui il "cancer movie" assurge a metafora dell'intera esistenza: "L'amore che resta", sì, ma in persistente regime di mortalità, fra l'amore ch'esige e pretende eternità e, forse in un circolo virtuoso, l'amore che, se assoluto e perfetto, potrebbe ottenere e raggiungere l'eternità. Però non c'è stile che tenga quando l'opera è a tesi, la tesi viene espressa nei pochi secondi dell'ultima scena in cui si decanta lo scioglimento della trama, e la tesi è un obbrobrio intellettuale: "Cogliete l'attimo". Grazie, Maestro, la sua lezioncina di vita, l'appello a tirare a campare a oltranza cercando di cogliere il lato positivo d'ogni situazione, ci sembra d'averla già sentita infinite altre volte e coi toni più assordanti immaginabili: un lavaggio del cervello plurimillenario. Poche immagini conclusive e la montagna partorisce un topolino miserrimo cadendo nel più diffuso degl'errori qual è l'ipotecare il futuro in negativo o in positivo, se non nel nichilismo ottuso allora nell'ottimismo altrettanto ottuso. "Tertium non datur"? Secondo simili autori no, no di sicuro, no mai. Loro sono detentori di Verità & Certezze, appartengono ai Privilegiati cui sono state elargite Scienza Infusa, Palla Di Vetro e Macchina Del Tempo. Perlomeno non è detto, alla faccia loro, che cotanta presunta e presuntuosa autoconsapevolezza costituisca una fortuna.

2 mesi e 4 settimane fa
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La Pelle che Abito di Pedro Almodovar in Italia a partire dal 23 settembre

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) Dopo la sfuriata trasgressiva, scandalistica, provocatoria e iconoclasta degl'esordi, Almodóvar s'è assestato su alcuni punti tematici ricorrenti, affrontati con una cifra espressiva sempre più pacata e classicheggiante. "La legge del desiderio" (1987), "Légami" (1990) e "Tutto su mia madre" (1999) sono state le tappe decisive e conclusive per la formulazione del suo mondo autoriale: omosessualità, sadomasochismo, disvalorialità del maschile giudicato inetto nel proporre un vitalismo incondizionato. Fin qui sapeva eludere il cinema di nicchia poiché, pur partendo da un'ottica tanto ristretta e particolare, affrontava elementi del soggetto desiderante, gl'eccessi della passione, del sentimento e del bisogno d'amore, che coinvolgono tutti. Questo suo film più recente sembra invece costruito al contrario: sotto la pelle falsa, ingannevole, subdola e infìda della nobiltà d'animo che abita e ostenta, Almodóvar si svela settario ed egocentrato come non mai. Tolta la patina d'un racconto con chissà quali risvolti del più ampio respiro, troviamo di nuovo Banderas che stavolta tenta di clonare chirurgicamente la moglie morta, però a partire da un giovane che dunque viene trasformato in un vero e proprio trans op(erato) contro la sua volontà. Ci si chiede allora se il desiderio del protagonista sia realmente il tentativo di risuscitare il legame con la coniuge defunta o se tale desiderio svolga il compito d'una razionalizzazione per soddisfare un'esigenza gaya. L'ingrediente inserito nella sceneggiatura è troppo forzato per non suscitare dubbi. L'epilogo consiste nel ripudio dell'amore coatto all'opposto di "Légami" per tornare, in difesa della propria identità e delle proprie radici, a casa di mammà e all'interno della sfera femministico-matriarcale. Esito della fruizione filmica: perplessità come minimo, oppure disprezzo tout court.

2 mesi e 4 settimane fa
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Cannes 2011: La Pelle Che Abito - Recensione in Anteprima del film di Pedro Almodóvar

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) Dopo la sfuriata trasgressiva, scandalistica, provocatoria e iconoclasta degl'esordi, Almodóvar s'è assestato su alcuni punti tematici ricorrenti, affrontati con una cifra espressiva sempre più pacata e classicheggiante. "La legge del desiderio" (1987), "Légami" (1990) e "Tutto su mia madre" (1999) sono state le tappe decisive e conclusive per la formulazione del suo mondo autoriale: omosessualità, sadomasochismo, disvalorialità del maschile giudicato inetto nel proporre un vitalismo incondizionato. Fin qui sapeva eludere il cinema di nicchia poiché, pur partendo da un'ottica tanto ristretta e particolare, affrontava elementi del soggetto desiderante, gl'eccessi della passione, del sentimento e del bisogno d'amore, che coinvolgono tutti. Questo suo film più recente sembra invece costruito al contrario: sotto la pelle falsa, ingannevole, subdola e infìda della nobiltà d'animo che abita e ostenta, Almodóvar si svela settario ed egocentrato come non mai. Tolta la patina d'un racconto con chissà quali risvolti del più ampio respiro, troviamo di nuovo Banderas che stavolta tenta di clonare chirurgicamente la moglie morta, però a partire da un giovane che dunque viene trasformato in un vero e proprio trans op(erato) contro la sua volontà. Ci si chiede allora se il desiderio del protagonista sia realmente il tentativo di risuscitare il legame con la coniuge defunta o se tale desiderio svolga il compito d'una razionalizzazione per soddisfare un'esigenza gaya. L'ingrediente inserito nella sceneggiatura è troppo forzato per non suscitare dubbi. L'epilogo consiste nel ripudio dell'amore coatto all'opposto di "Légami" per tornare, in difesa della propria identità e delle proprie radici, a casa di mammà e all'interno della sfera femministico-matriarcale. Esito della fruizione filmica: perplessità come minimo, oppure disprezzo tout court.

2 mesi e 4 settimane fa
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La pelle che Abito: vi è piaciuto?

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) Dopo la sfuriata trasgressiva, scandalistica, provocatoria e iconoclasta degl'esordi, Almodóvar s'è assestato su alcuni punti tematici ricorrenti, affrontati con una cifra espressiva sempre più pacata e classicheggiante. "La legge del desiderio" (1987), "Légami" (1990) e "Tutto su mia madre" (1999) sono state le tappe decisive e conclusive per la formulazione del suo mondo autoriale: omosessualità, sadomasochismo, disvalorialità del maschile giudicato inetto nel proporre un vitalismo incondizionato. Fin qui sapeva eludere il cinema di nicchia poiché, pur partendo da un'ottica tanto ristretta e particolare, affrontava elementi del soggetto desiderante, gl'eccessi della passione, del sentimento e del bisogno d'amore, che coinvolgono tutti. Questo suo film più recente sembra invece costruito al contrario: sotto la pelle falsa, ingannevole, subdola e infìda della nobiltà d'animo che abita e ostenta, Almodóvar si svela settario ed egocentrato come non mai. Tolta la patina d'un racconto con chissà quali risvolti del più ampio respiro, troviamo di nuovo Banderas che stavolta tenta di clonare chirurgicamente la moglie morta, però a partire da un giovane che dunque viene trasformato in un vero e proprio trans op(erato) contro la sua volontà. Ci si chiede allora se il desiderio del protagonista sia realmente il tentativo di risuscitare il legame con la coniuge defunta o se tale desiderio svolga il compito d'una razionalizzazione per soddisfare un'esigenza gaya. L'ingrediente inserito nella sceneggiatura è troppo forzato per non suscitare dubbi. L'epilogo consiste nel ripudio dell'amore coatto all'opposto di "Légami" per tornare, in difesa della propria identità e delle proprie radici, a casa di mammà e all'interno della sfera femministico-matriarcale. Esito della fruizione filmica: perplessità come minimo, oppure disprezzo tout court.

2 mesi e 4 settimane fa
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L'Arte di Cavarsela: ecco il trailer e il poster italiano

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"I guardiani del destino", George Nolfi 2011: analoga scommessa su un'utopica, rivoluzionaria superaddittività positiva nel rapporto di coppia, però eliminando sci-fi, action-movie da videogame, ostentazione di filosofemi metafisici e garanzie d'happy ending; "Sacco a pelo a tre piazze", Rob Reiner 1985: stesso lirismo amoroso ma spurgato da romanticaglie narrative estranee alla realtà nuda e cruda, brutale e impietosa; "Risky Business", Paul Brickman 1983: identica capacità di proporre un'intera antropocosmologia camuffandola per trito racconto di formazione adolescenziale e sapendola riassumere in un brano poprock quasi ignoto quanto capo d'opera ("Love on a Real Train" dei "Tangerine Dream" vs "Here" dei Pavement), solo che stavolta il problema affrontato è il più bruciante e drammatico all'ordine del giorno: esiste un valido antidoto al nichilismo? Sì, qualora le sue presunte granitiche e veritativistiche certezze s'imbattano nell'indecidibilità del postmoderno. "Tutto è possibile": sicuri-sicuri? Macché, anzi è il disincanto d'una crisi generalizzata e non più negata a svolgere la funzione di molla maieutica, tuttavia è con il "forse" conclusivo dei due memorabili giovani protagonisti che possono rialbeggiare scenari altrimenti preclusi per principio. "L'arte di cavarsela" costituisce il magistrale lungometraggio d'esordio di Gavin Wiesen, uscito in anteprima al Sundance Film Festival il 23 gennaio 2011 e miracolosamente provvisto d'ogni pregio e nessun difetto dell'arte indie: proprio come quel primo album dei Pavement, 20 (v-e-n-t-i) anni fa. Mauro Lanari (in collaborazione con Orietta Anibaldi).

4 mesi fa
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Venezia 2011: Le idi di Marzo - recensione del film di George Clooney

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Dichiarazione di Clooney: "Forse si tratta di un film politico, ma comunque è un film politico che non ha uno scopo preciso, un aspetto che era molto importante per noi". Poi, però, "è stato eletto Presidente Obama e tutti erano felici e pieni di speranza. All'improvviso, un film cinico sulla politica sembrava fuori luogo, perché tutti erano molto ottimisti, fin troppo. Un anno dopo, siamo tornati a essere cinici e allora abbiamo pensato di poter fare il film". Non fosse un film a tesi chiusa, chiusissima, non ci sarebbe una frase come (parafrasando): "Se non impariamo a giocare sporco anche noi Democratici, vinceranno sempre i Repubblicani". E di fatto i Democratici vincono a fasi alterne da quarant'anni. La loro storia, da JFK a Clinton, è questa: adultèri, Monroe e stagiste. Clooney v'ha aggiunto solo lo zelo fino all'istigazione al suicidio. Inoltre l'impianto filmico di derivazione teatrale resta così grevemente palese che le uniche scene movimentate sono le striminzite schermaglie verbali. Un mix tra il sermone infinito di "Leoni per agnelli" e il "Carnage" tanto off-Hoolywood, questo Clooney regista è asettico come il "Contagion" del suo sodale Soderbergh. Stanno provando a lanciare Gosling nel ruolo di nuova icona di loser, sempre più fiko. Auguri ai suoi aficionados.

5 mesi fa
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Le Idi di Marzo: vi è piaciuto?

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Dichiarazione di Clooney: "Forse si tratta di un film politico, ma comunque è un film politico che non ha uno scopo preciso, un aspetto che era molto importante per noi". Poi, però, "è stato eletto Presidente Obama e tutti erano felici e pieni di speranza. All'improvviso, un film cinico sulla politica sembrava fuori luogo, perché tutti erano molto ottimisti, fin troppo. Un anno dopo, siamo tornati a essere cinici e allora abbiamo pensato di poter fare il film". Non fosse un film a tesi chiusa, chiusissima, non ci sarebbe una frase come, parafrasando: "Se non impariamo a giocare sporco anche noi Democratici, vinceranno sempre i Repubblicani". E di fatto i Democratici vincono a fasi alterne da quarant'anni. La storia dei Democratici, da JFK a Clinton, è questa: adultèri, Monroe e stagiste. Clooney v'ha aggiunto solo lo zelo fino all'istigazione al suicidio.

5 mesi fa
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Torino Film Festival 25: il programma

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(In collaborazione con Fabio Lanari) 1) L'universo/cosmo ha sfornato noi, suoi epifenomeni. Privilegiati o meno? Se sì, allora abbiamo la chance di retroagire su di esso: dal mac-mic al suo opposto, per anello o catena a feedback. Dal globale al locale e viceversa: il glocal nella doppia accezione del termine. 2) Restando nella nicchia dell'umanità come ente ed evento epifenomenicamente universal/cosmico privilegiati, allora il destino di tutta la realtà potrebbe dipendere dal nostro tipo d'esistenza. E in tale tipologia la vicenda cristiana potrebbe giocare un qualche ruolo significativo. Un'ipotetica teologia san(t)a potrebbe FORSE darsi da un circuito, FORSE virtuoso, fra cosmologia e antropologia: spuntano fuori le tre metafisiche speciali wolffiane, descritte pure in "Antichrist" e traduzione in filosofese dell'intera tri-quadripartizione della religiosità ebraico-cristiana. Andrebbe FORSE criticata anche l'eccessiva importanza data di norma solo all'autocoscienza o al suo contrario: lo psicosomatico riduzionisticamente condotto allo psicologismo e il somatopsichico all'organicismo medicalizzato. Bisognerebbe FORSE tentare l'azzardo d'un approccio più olistico: come macmic, così corporeomentale. Esistenzialisticamente, non è lecito privilegiare uno dei due poli, l'esperienza o la riflessione su di essa. In una delle sue molteplici varianti, lo yoga propone un olismo del genere, ma sempre ritualizzato e sempre per contemplatio mundi, così da entrare in armonia con una Realtà considerata esente da sgorbi e obbrobri. Film come "The Art Of Negative Thinking" (2006), esordio del norvegese Bård Breien, sono ancora costellati da tutte le suddette scissioni.

5 mesi e 4 settimane fa
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Redbelt di David Mamet: locandina e trailer

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L'apparente struttura antianarchica, organigrammatica, piramidale, verticistica del rapporto discepolo-insegnante viene controbilanciata da un atteggiamento così maieutico da prevedere e auspicare che tale rapporto sia ribaltato: il bravo Maestro è chi si pone come intenzione didattica il farsi superare. Laura accetta di togliersi i tacchi, abbassandosi e toccando il tatami a piedi nudi, pur di ricevere lezioni da Terry, ma è ben dritta sui propri tacchi e sovrasta Terry quando è lui a cedere alla remissività ed è lui che deve prendere esempio da Laura. Stesso concetto col passaggio della scuola da Terry a Collins e della cintura rossa dall'Anziano a Terry.

7 mesi e 1 settimana fa
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I guardiani del destino - di George Nolfi: recensione in anteprima

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Il film è tripartito secondo il modello utopico della sizigia (cf. voce e grafico su it.Wp): 1) amore complementare in cui le identità sessuali sono distinte e separate, diverse e "altre" fra di loro; dentro due toilette, prima lei insegna a lui il legame erotico con un bacio, poi lui insegna a lei la violenza come (presunta?) legittima difesa dei loro valori; nell'intermezzo, un brulicare di gonne più-che-mini, allusioni alla lap dance, rivalità e guerra fra i sessi con tanto di colpi bassi come nella gara della corsa a piedi; 2) amore gemellare dove le affinità elettive sono tali da consentire l'interscambiabilità dei ruoli; dinanzi alla porta del Bureau, e sovrastati dalla statua della Libertà, i due protagonisti si comportano all'unisono condividendo sia la porta vulvo-vaginal-uterina sia la statua fallica: insieme decidono di penetrare quell'Ingresso (e questa è la differenza determinante rispetto all'approccio kafkiano, fosse pure per motivi solo biografici); 3) amore superadditivo che oltrepassa, scardina, trascende vincoli e limiti dell'approccio precedente; la sessualità fin qui vissuta come amplesso dell'ascesa dello scalone sino al cielo dell'orgasmo, a tutt'oggi non produce alcuna novità effettiva; i due si sentono persi, si baciano e si dichiarano il loro reciproco amore da disperati condannati a morte, però ciò che manca a livello profilmico viene aggiunto a livello filmico da Nolfi con una carrellata avvolgente, circolare, fusionale, al cui termine nulla sarà più come prima. La coppia si troverà trasmutata in un'unità ulteriore rispetto alla somma delle singole parti. Non si dispone d'esperimenti reali o mentali che possano avvalorare simile tesi, che dunque rimane ancora da verificare. Fastidiosa l'assenza d'ogni allusione al problema parallelo, l'eventualità che un preciso e decisivo fenomeno locale possa avere conseguenze globali, il mic-mac dall'antropologico al cosmologico, il blochiano "experimentum hominis" come luogo critico dell'"experimentum mundi".

7 mesi e 1 settimana fa
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Habemus Papam: Recensione in Anteprima

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Dio è morto, Freud è morto però "lui", progressista girotondino, se la passa niente male. Il senso implicito di "Habemus Papam" comincia e finisce qui, con un soggetto risolvibile nel tempo d'uno spot o d'uno sputo. Diluire per la durata d'un lungometraggio una tesi sintetizzabile con un semplice slogan è involontariamente ridicolo. I problemi globali hanno raggiunto un livello di complessità non più gestibile, e Moretti inscena la condizione postmoderna di crisi di decidibilità (e non di "responsabilità" o "adeguatezza") nell'ambito delle due principali agenzie di "cura dell'anima" e d'"erogazione del Vero", quella religiosa e l'atea. Il tonfo grottesco consiste, per contrappasso, in quanto d'interessante hanno da dire queste due istituzioni sulla persona e personalità del regista che, viceversa, le rende oggetto d'una critica unilaterale e monodiretta. Cattolicesimo e psicoanalisi convergono nel giudicare come essenziale soprattutto ciò che s'omette, e le quasi due ore d'omissis morettiano ci occultano la sua specifica strategia di sopravvivenza, fare l'artista engagé, usare il cinema per propagandistico impegno politico, una sorta d'arma più o meno impropria da sfruttare in particolari occasioni tipo le tornate elettorali. La caimanite resta a riposo nel 2011, annata a quanto pare libera da rilevanti elezioni di natura secolar-temporale ma non spiritual-ecclesiastica. E "Habemus Papam" esclude dall'odierna epoca di spaesamento e disincanto del mondo esattamente questo "non-detto" del patron della Sacher, la peculiare àncora di salvezza nella sua esistenza. "Solo un pazzo può interpretare la parte di primattore che lo spettacolo con più spettatori al mondo richiede"? Allora l'autore si bea della propria follia demiurgica e teatrale. Se "La messa è finita" già dal 1985, il cineasta moralista sa continuare a tenersi a galla aggrappato al proprio Credo partitico.

7 mesi e 1 settimana fa
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Buon compleanno Gerard Depardieu! Il signore della porta accanto compie 60 anni

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Orietta Anibaldi (in collaborazione con Mauro Lanari) Delle quattro scene di risuscitamento più memorabili nella storia del cinema, quella di Dreyer ("Ordet", 1955), di Pialat ("Sotto il sole di Satana", 1987), di Cameron ("The Abyss", 1989) e dei Wachowsky ("Matrix", 1999), solo Pialat osa riconoscere che non c'è ancora data la chance d'attingere a una riserva di risorse infinite, così che il sacerdote impersonato da Depardieu deve sacrificarsi e morire se vuole riuscire a restituire la vita. E muore dentro un confessionale proprio per confessare la sua e nostra perdurante impotenza nel modificare questo stato di cose. Ecco il motivo per cui, a tutt'oggi, la realtà si dispiega ancora "Sous le Soleil de Satan", l'evangelico "principe di questo mondo" (Giovanni 12, 31; 14, 30; 16, 11). Ciò fornisce un'inedita spiegazione della "lex talionis" o "contrappasso per analogia": nulla è ancora gratuito e quindi "vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido" (Esodo 21, 23-25||Levitico 24, 18-21||Deuteronomio 19, 21). L'imperversare ancora incontrastato di tale legge cosmica maligna obbliga d'almeno 2500 anni a degradare il senso di giustizia dal bene massimale per tutto e tutti al "mal comune, mezzo gaudio", un'istigazione alla vendetta coatta. Dove ha fallito Truffaut, riesce invece Pialat. Quest'ultimo nel 1985, con "Police", recupera il nucleo tematico de "I 400 colpi", durante una scena omaggia esplicitamente il proprio predecessore e conclude il film con un fermoimmagine di significato identico a quello del giovane Léaud bloccato sul bagnasciuga tra mancanza sia di futuro che di passato. Ma gli anni non sono trascorsi invano e Pialat sa evitare gl'errori di Truffaut. Nessuna possibilità di confondere la sua opera per un pamphlet di denuncia sull'infanzia negata, violata e violentata, nessuna chance di captatio benevolentiae adottando per protagonista un ragazzino, nessun tentativo di proporre l'arte come salvifico rimedio o rifugio. Per Pialat "tutto è marcio, marcio", la polizia è indistinguibile dai criminali, l'unica confessione sincera è sull'illusorietà dell'Amore, poiché combattere il male non fa che incrementarlo in quanto implica l'uso della stessa forma mentis e dello stesso modus operandi: tra le migliori esposizioni riscontrabili in ambito cinematografico circa il problema del cosiddetto "raddoppio del negativo". Due anni dopo, in "Sotto il sole di Satana", Depardieu verrà riciclato per ribadire il concetto: un sacerdote che si dedica alla confessione dei peccati s'intride d'un'impurità a lui prima estranea, tanto da finire col coaudiuvare l'Avversario. Ecco il motivo per cui, a tutt'oggi, la realtà si dispiega ancora sotto l'evangelico "principe di questo mondo" (Giovanni 12, 31; 14, 30; 16, 11). E Depardieu morirà dentro un confessionale per confessare la sua e nostra perdurante impotenza nel modificare lo stato delle cose. Oltreatlantico Cimino presenterà considerazioni analoghe in simultanea ("L'anno del dragone", 1985).

7 mesi e 1 settimana fa
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I guardiani del destino - di George Nolfi: recensione in anteprima

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi e Fabio Lanari) "The Adjustment Bureau", l'esordio registico di George Nolfi, è una continua "transizione attraverso porte", idea forse già presente nella ventina di pagine del racconto di Dick ("Adjustment Team", "Squadra riparazioni", del 1954), ma che comunque pone a proprio rimando basilare, ancora una volta, l'apologo "Davanti alla [porta della] legge" contenuto ne "Il processo" di Kafka (scritto nel 1914 e pubblicato postumo). Per fortuna Nolfi derubrica l'angelologia sull'esempio di "The Mothman Prophecies": enti cosmici non così diversi da noi. E il nucleo del racconto è di rilievo assoluto: l'auspicio che il predeterministico destino della realtà fisica non sia antiprovvidenziale, bensì stia selezionando l'evento decisivo con cui il libero arbitrio diventi un falso problema poiché ci troveremmo auto/etero-vincolati a godere della massima felicità. È un argomento che trova ben poca trattazione e divulgazione nonostante andrebbe considerato d'importanza suprema. L'intreccio fra (pseudo)sci-fi, action movie e love story è accuratissimo: nessun effetto speciale in stile Scott senior, Verhoeven, Spielberg, Woo, Tamahori e altri hitech-maniaci (qui basta e avanza l'avere un cappello o il proteggersi vicino all'acqua, simboli del limite alla conoscenza predittiva e dell'eracliteo "panta rei" contrapposto al Piano nell'accezione di fatalistica immutabilità), la trama è movimentata quel tanto da non ridurre l'esistenza a psicologismo, l'amore è vissuto di coppia come scommessa sul valore aggiunto dell'interazione romantica ed erotica: rapporto sentimental/sessuale con risonanza superadditiva. Il cast difetta a causa d'un Matt Damon inquartatosi al punto che il film ironizza sul suo collo e per una Emily Blunt col physique du rôle adatto solo a personaggi negativi tipo in "Il diavolo veste Prada". Ulteriore difetto è il tono narrativo scelto, troppo spesso da commedia leggera quasi per smorzare la drammaticità del tema affrontato. In ogni caso un'opera prima quantomai sottovalutata.

7 mesi e 1 settimana fa
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Redbelt di David Mamet: locandina e trailer

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi) "Chi dètta i termini della battaglia detterà i termini della pace", "un uomo distratto è un uomo sconfitto", "non esiste una situazione senza via d'uscita", "domina la tua paura e dominerai il tuo avversario", "insegno a prevalere, non a combattere": false perle di saggezza che Mamet dissemina lungo l'intero arco del film per esporre un castello di parole schiantato dai fatti. In "Redbelt" si perde o si vince senza corsi mantrici su autostima, autocontrollo e autodifesa, bensì solo superando un handicap che è di tipo relazionale. Il profluvio di tronfie frasi d'esistenzialismo filosofico possono depistare il pubblico dal di gran lunga più assiduo principio etico ribadito dalla prima all'ultima immagine: l'amore come risonanza superadditiva. Non è in virtù delle proprie lezioni di vita che Mike Terry, cintura nera e istruttore nell'arte marziale brasiliana dello ju jitsu, promuove ad altra cintura nera il poliziotto Joe Collins, guarisce l'avvocato Laura Black vittima di stupro, ottiene l'aurea cintura dell'imperatore giapponese e smaschera le magagne dello show-biz. Il poliziotto e l'avvocato accettano fiduciosi l'aiuto di Terry, Terry è alla bancarotta e, tradito dalla moglie Sonia, viene incastrato da un complotto, il poliziotto si suicida quando perde il sostegno e l'appoggio di colleghi e parenti, lo stesso Terry getta la spugna ma poi rilancia, vittorioso in modo nuovo, grazie al sonoro, benefico e innamorato schiaffo di Laura mentre sono ritratti con un campo lungo, silenzioso e crepuscolare. Per finire, lo sguardo dell'anziano Maestro cintura rossa infonde coraggio a Terry quanto lo sguardo del Presidente del Congresso al Mr. Smith frankcapriano. I frequenti colpi di scena risultano imprevedibili e forse pure incomprensibili finché non s'entra all'interno di questa prospettiva. Sommesso ma potente rovesciamento dell'ideologia statunitense del "selfmade man", del narcisistico e solipsistico delirio d'onnipotenza yankee o meno. Ottimo, il miglior film di Mamet.

7 mesi e 1 settimana fa
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L'albero genealogico dei film dei Fratelli Coen

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(In collaborazione con Orietta Anibaldi). I Coen sono sempre stati dei nichilisti disfattisti, promotori d'una pars solo destruens e d'un cinema di denuncia ripiegato su se stesso, tronfio della propria rovinosa supponenza a volte giocosamente scanzonata e divertita, a volte ferocemente caustica e cinica. Fin da "Blood Simple" (1984) si parlò di "metafisica texana", senza specificare ch'era una metafisica interessata soltanto alla negatività e all'ostentazione del degrado entropico (la mattanza umana, pesci e insetti stecchiti, tubature rotte e gocciolanti). All'interno di questa poetica nefasta, perlomeno un'ipotesi interessante sull'ingestibilità del male, individualmente e singolarmente pure "banale" (e non "stupido", cf. Mereghetti), tuttavia in preda a teoria del caos e della complessità nell'inevitabile fase dell'interazione olistica (cf. l'incipit e l'excipit da prospettiva satellitare nel più didascalico "Burn After Reading" del 2008: le storie dei microcosmi personali dall'ottica della Storia macrocosmica). L'intreccio narrativo che ne risulta è sempre un groviglio così contorto da rasentare l'incomprensibilità, al punto che di norma l'ultima scena dei loro film esplicita il marasma cognitivo dell'"intelligence", quello della CIA nell'opera del 2008, il commento dello sceriffo al termine di "Non È Un Paese Per Vecchi" (2007), il conclusivo "Non riesco proprio a capire" della poliziotta di "Fargo" (1996), il parossistico equivoco sempre della McDormand a epilogo di "Blood Simple", metafore dell'odierna confusione logica presente nello psichismo di tutti noi. Nel 2008 già il titolo stesso è quanto di più indecidibile: "burn" come bruciare ogni ricordo e distruggere ogni traccia o viceversa come masterizzare a futura memoria, tipo appunto il memoriale registrato nel dischetto. Medesimo concetto ribadito in apertura di "A Serious Man" (2009), con la descrizione del paradosso del gatto di Schrödinger. Al che, l'accozzaglia d'idioti e l'assurdità delle situazioni che pullulano la loro filmografia ci rappresenta adeguatamente. Col tempo i due fratelli di Minneapolis hanno escogitato molteplici variazioni a questa monotona ideologia, dalla black comedy parodistica e dal noir esistenzialista grottesco fino all'ironia yiddish, al surrealismo satirico e alla farsa demenziale. Adottando poi stilemi griffati per palati cinefili, nonché filippiche moraleggianti e sermoni cupi e pomposi, si sono ingraziati i gusti delle giurie d'ambo i lati dell'Atlantico. Ma è in "Fargo" che i Coen raggiungono una vetta peggiore, pessima, fetida: Joel s'autoinscena tramite alter-ego e v'aggiunge la propria moglie incinta di 7 mesi, categoria "pregnant” con l’aggravante etica della falsa leucemia, per candidarsi a modello di coppia da imitare. L’arte di lui è un quadro usato come effige nei francobolli da 3 centesimi: guai a sottovalutarli. La McDormand lo supporta in quest'elegia della bellezza nella quotidianità delle piccole cose (roba da "Myricae" pascoliano), e i suoi conati di vomito non sono per Thanatos e il malum mundi, bensì all'opposto per le nausee da gestante, inno alla vita e a Eros.

8 mesi e 4 settimane fa