Bentornati a Hobbiville!

Bentornati a Hobbiville!

Un viaggio inaspettato. Ma anche una trilogia che non ti aspetti. E’ questo il regalo che Peter Jackson farà, da qui fino al 2014, a tutti coloro che non si sono mai rassegnati a lasciare la terra di mezzo nel 2004, orfani di un mondo e di una dimensione fantastica che, diciamolo chiaramente, non è mai stata più eguagliata da allora.

Ma “Un viaggio inaspettato” è finalmente realtà nelle sale di tutto il mondo, pronto a diventare “il” film di Natale e a rinnovare un rito di massa a lungo atteso.

E mentre l’Italia si ostina a contrapporre la sua solita commedia non necessaria (stavolta una “triplice alleanza” di comici) il cuore dei cinefili in tutto il mondo non potrà che palpitare ancora per Gandalf, Bilbo e una bizzarra compagnia di nani che, ne siamo sicuri, avrà nuovamente il potere di rapire i vecchi cuori e di conquistarne altri più giovani. Intanto, all’indomani delle anteprime, trapelavano già le prime voci critiche: “Non è all’altezza della trilogia!”.

“Meno male!” mi sono detto.

Già perché il compito de “Lo Hobbit” (decisamente più difficile di quello del “Signore degli anelli”) non è quello di sovrastare il monumento che lo ha preceduto, quanto quello di ritrovare una coerenza stilistica e tematica con un trittico che è già capolavoro, al tempo stesso mantenendo una propria e autonoma identità cinematografica pur nel rispetto della pagina letteraria.

A visione ultimata posso affermare senza problemi che la scommessa di Jackson è stata vinta. Non solo “Lo Hobbit” è perfettamente coerente con l’universo della Terra di Mezzo già assimilato con la trilogia, ma è anche il grande film, fiabesco e a tratti infantile, che tutti aspettavamo.

Uno smisurato, generoso e spudorato adattamento che inspira pagine originali per espirare un fantasy nuovo ma dall’impronta indubbiamente classica (viene da pensare a certe pellicole degli anni ’80) e, ancora una volta, “jacksoniana” nell’uso delle licenze cinematografiche.

Laddove infatti “Il signore degli anelli” traeva linfa e dinamismo nuovi dai tagli e i tradimenti operati (la soppressione di Tom Bombadil, il cesellato emergere di Arwen come propulsore romantico nella storia, la chiusura meno cupa), “Lo Hobbit” va invece in direzione opposta, dilatando ed abbellendo -come dice Gandalf all’inizio- una vicenda narrativamente agevole ed essenzialmente descrittiva, che qui viene magicamente restituita in un nuovo rilievo, coi nani che emergono in modo più netto rispetto alla pagina e altre figure, come Galadriel o Saruman, inserite a forza quasi per creare un climax di sottile predestinazione su ogni personaggio.

Ma “Lo Hobbit” è, soprattutto, una narrazione fiabesca e le aspettative “leggere” non possono essere tradite: così mentre i nani regalano gustosi siparietti comici (ma anche il bellissimo cantato prima della partenza), i Troll e gli orchi, benché antagonisti, non rappresentano ancora l’incarnazione di un male assoluto a noi noto mentre gli stregoni sono esseri paciosi e “animalisti” come Radagast o saggi amabili e ironici come Gandalf.

E se il film non vive di battaglie potenti come quelle della trilogia, l’impostazione iconografica, benché derivativa di un immaginario ormai noto, sa regalare ancora molte emozioni (lo splendido prologo con la caduta di Erebor, il salvataggio finale con le aquile e le pittoriche sequenze a Gran Burrone), il tutto in mezzo a fughe su ponti che piombano come ottovolanti e rocamboleschi confronti con creature orride o comicamente disgustose (spassosa la scena dei Troll di pietra già citati ne “La Compagnia dell’anello”).

A qualcuno poi il ritmo del film potrà apparire irregolare soprattutto nella prima parte (comunque riuscita), ma ogni indecisione è destinata ad essere spazzata via non appena si arriva alla sequenza più bella ed emotivamente coinvolgente di tutti i 173 minuti: quel confronto fra Bilbo e Gollum, che rappresenta in un certo senso il cuore pulsante dell’intera pellicola.

Qui Jackson tocca uno dei vertici della sua filmografia regalando uno straordinario pezzo di cinema “teatrale” che, da solo, fa dimenticare le (poche) grossolanità intraviste.

Insieme a quel Negromante citato nel breve racconto di Radagast, questo è il momento in cui l’avventurosa leggerezza del racconto cede il passo alle ragioni del mito: quel male strisciante, l’ombra ad Est che segnerà il futuro destino della Terra di Mezzo, sta tutto qui, evocato come ombra indistinta ed inquietante fra le rovine e nello sguardo pietoso e consumato della sua prima e autentica vittima.

Poche parole infine per la “rivoluzione” HFR 3D: definizione splendida e terza dimensione finalmente autentica per una Terra di Mezzo nitida e dettagliata fino al midollo.

Minuto dopo minuto cresceva in me il desiderio di esplorare ogni angolo del film in questo formato, ma contemporaneamente aumentava il rimpianto nel vederlo impoverito di quell’aura tanto sgranata quanto cinematografica: certo non ho mai veduto un “Hobbit” così abbagliante e tuttavia dovrò tornare a vederlo nel suo formato originale per poterlo gustare davvero “come cinema”.

Poco importa comunque. Il viaggio inaspettato è appena iniziato e adulti, ma soprattutto nuovi bambini, sono tutti invitati a intraprenderlo, perché a braccetto di questa nuova compagnia sarà bello crescere e maturare ancora una volta negli anni a venire. Con o senza 3D. Bentornata meraviglia!

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