Paolo Virzì (La bella vita) può essere l'uomo della svolta non solo a Torino

 Paolo Virzi -

Conosco e apprezzo Paolo Virzì ma nel titolo ho citato il suo film che mi è piaciuto meno, La bella vita, 1994. Perché comincio da questa sua opera prima che risale a diversi anni? Perché era uno schema, non il primo, di un cinema pretenzioso e noioso, con l’aria di affermare cose fondamentali. Non so se lo ricordate. Racconta, così recitano i ben noti dizionari, un triangolo sentimentale nella Piombino del 1992. Lui è un cassintegrato delle acciaierie con velleità d’imprenditore; lei commessa di un supermercato con pruriti alla Bovary; e l’altro un fatuo imbonitore della televisione.

Continuano i dizionari, dicendo che c’è qualche motivo di interesse ma una certa mancanza di energia narrativa, visibile nella ricerca annaspante di un finale. Ecco. La trama del film, con pochi ritocchi, potrebbe essere lo schema tipico di quel cinema italiano disorientato tra anni Ottanta e Novanta; e la energia narrativa e la ricerca annaspante di un finale, appartengono a molti, moltissimi lavori italiani di autori vecchi e giovani.

Lo schema di una società paralizzata tra operaismo languente e tv da imbonitori su tutti i canali, da quelli berlusconiani a quelli che hanno aiutato il cavaliere contestandolo, portando contributi alla fabbrica del capo: analisi diluite in chiacchiere, chiacchiere come detonatori di rissa e di rassegnazione sul filo di risate macabre (autolesioniste per tutti).

Dopo il debutto discutibile, Virzì ha compiuto una vera svolta con “Ferie d’agosto”, “Ovosodo”, “Baci e abbracci”, e ancora continua su questa strada. Ovvero, la svolta con memoria storia rivisitata sulla commedia di costume, commedia all’italiana, e con attenzione ad umori più profondi ne fanno uno dei pochi autori degni di stare accanto a Sorrentino o a Garrone, sperando bene.

Con una mentalità più aperta di suoi colleghi e di molti direttori di festival, sciaguratamente legati al carro cigolante e piagnone dei cinefili, Virzì mi pare la migliore scelta possibile, dopo Nanni Moretti, Gianni Amelio e la candidatura fallita di Gabriele Salvatores. La sofferenza in cui vivono i grandi festival italiani (Venezia, Roma, Torino) viene dal notevole ritardo rispetto ai tempi.

Troppi anni complessivamente spesi sui miti del red carpet; dei divi internazionali in decadenza, delle poche star femmine e maschi italiani davvero patetici; dei critici illuminati con le i fili spenti della mediocrità; degli operatori culturali pilotati “troppo” dai politici; dei politici a caccia di poltrone quando vengono scaricati dagli stessi partiti che non ne possono più.

Infine, lo sciupio di situazioni e prospettive “non” realizzate da un gran personale direttivo dei burocrati porta delle varie borse che siede su istituzioni e le schiaccia per un peso di stipendi e di nominalismo fuori da ogni logica, da ogni risultato (giri di poltrone a cambiare maggioranze e referenti).

Saluto Gianni Amelio, persona rara e bravo regista; Gabriele Salvatore, un autore sensibile che ha capito in tempo di non cadere nella trappola delle scelte non proprio cristalline; e saluto gli amici di Torino che lavorano nel cinema in una città che ama il cinema e merita di essere rispettata. E non sono pochi.

Virzì ci proverà a fare cose buone. Merita fiducia. Il cambiamento è urgente. Il cinema per imposizione è una sciagura.

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

  • shares
  • Mail