Note di Fine Anno: un lutto (Emidio Greco) e illusioni perdute. Non ci sono i cinepanettoni, ci sono gli idioti: per fortuna? E domani?

Italo Moscati saluta Emidio Greco.

Prove per un bilancio più meditato. Vado al cinema nella sala rinnovata e multisala Rossini a Venezia. Vedo il pubblico della pomeridiana, uscendo vedo il pubblico che sta per entrare alla prima proiezione serale. Sono lì per guardare il grande restauro del vecchio, tradizionale Rossini (Venezia è un evento importante), e cogliere l’occasione di assistere a Lo Hobbit di Peter Jackson. Una folla strabiliante, composta in grande prevalenza da giovani e giovanissimi. Il pubblico c’è.

“Hobbit” appartiene a un regista e a un genere che conosciamo bene, ma qui il virtuosismo del 3D è notevole per le soluzioni spettacolari offerte e per la potenza della post-produzione che rende possibili trovate non solo ardite ma divertite e divertenti. Un gioco scoperto nei prati del già noto.

Non so se la folla di Venezia stia aiutando come capita ovunque un altro film, italiano, I 2 Soliti Idioti; il quale, senza effetti 3D, fa salire gli incassi, cancella i primati durati per vent’anni dei cosiddetti cinepanettoni, filone sulla cui fine versa caldissime lacrime il non rassegnato Christian De Sica.

Le Feste costituiscono un periodo inadatto per esprimere giudizi, se non passeggeri; però , se si prende atto che regge il buon Albanese con il suo Tutto tutto niente niente, poco stimato dai critici però sostenuto da un certo consenso al botteghino, si ha la conferma che l’albero di Natale suona lo stesso refrain da anni: un adattamento brutale al cinema di consumo, qualunque esso sia.

I vecchi panettoni vengono sostituiti dagli avanzi della satira stiracchiata che piacciono- sui giornali o sui siti vari e avariati- agli anticonformisti per obbligo, che promuovono ciò che è sempre) discutibile come segno di qualità. Per queste penne, “i soliti idioti”, o gli “anzalonidi” sono le nuove frontiere, i nuovi astri nei momenti di crisi, gli astri da lodare per diritto di demenzialità, cosa legittima- la demenzialità- ma anch’essa ben nota e consumata.

Chi loda lo fa spesso per segnalarsi tra critici, a dispetto di coloro che si sentono i depositari stanchi della ragione, dei detrattori dei “dementi”, ritenendo di essere i soli difensori della qualità secondo il senso comune, per partito preso, sicuri di sapere dove sta, qual è, come è doveroso allinearsi: ripetitività, contenuti scontati, racconti banali, noia distillata e avvolta nel cellophane.

Il cinema è stretto qui da noi in una morsa micidiale. Due fazioni di film e di critici: il quadro di una immobilità avvilita.

Nel cinema italiano sembra caduta ogni idea forte, una sintesi coraggiosa tra un grande passato e un futuro ancora possibile, abbordabile. Uno strano vuoto pieno di cartacce e di rari spunti a rapida consunzione.
Eppure, a noi piacerebbe essere diversi e riconosciuti nel mondo. Noi che continuiamo a fare il volto del disappunto, della grande incomprensione, quando all’Oscar dimenticano, specie per le nominations nella categoria film stranieri, le nostre pellicole.
Questa volta la delusione riguarda Cesare deve morire dei bravi fratelli Taviani che è stato escluso dalla rosa dei candidati stranieri per l’Oscar.

Non so dare una risposta alle domande sul perché del no. Le ragioni ci saranno, sono anni che l’amarezza con le solite parole di cordoglio affiora potente dalle righe di firme autorevoli. Una cattiva abitudine, un modo per non prendere atto che bisognerebbe pure, un giorno, accettare le cose o riflettere bene sul cinema che amiamo, il nostro, che non ce la fa ad essere all’altezza di ambizioni forse esagerate, forse senza basi.

Detto questo, voglio concludere che la immensa distanza di rapporti tra ambizioni e risultati può spiegare la singolare situazione in cui lavorano i registi meritevoli, nel mezzo di un cinema, in cui i produttori non sono quelli capaci, duri, magari persino imbroglioncelli o pittoreschi della lunga stagione compresa fra il neo-realismo al successivo, vero, cinema d’autore (Fellini, Visconti, Antonioni, Bertolucci, Bellocchio e tanti altri), e al cinema della commedia italiana (Risi, Comencini, Monicelli e tanti altri).

Silenzio, incompetenza, mediocrità, grande connivenza con il pessimo potere politico hanno, stanno demolendo il nostro amato (?) cinema.

Queste parole mi sgorgano nel giorno in cui ho saputo della morte di Emidio Greco, un amico, una persona di valore e di talento. Era un regista di forte personalità che ha fatto i film che intendeva fare: “L’invenzione di Morel”, “Ehrengard”, “Milong”, “Un caso di coscienza”, e i due tratti da Leonardo Sciascia “La storia semplice” e “Consiglio d’Egitto”. Film belli, meno belli, fortunati, sfortunati; ma seri, meditati.

Ho conosciuto Emidio in televisione e abbiamo “collaborato” sul piano del dialogo sui temi e sul cinema da fare. Era un intellettuale giustamente intransigente. Ma mi ha sempre dato l’impressione che si sentisse in piena solitudine, nel vuoto che governa le scelte produttive soprattutto dettate da scelte strette tra gli obblighi creati dalle sovvenzioni statali e dalle reti televisive. Un cinema burocratico, fermo, stucchevole, poco libero, un cinema senza veri produttori al fianco degli autori, senza un contesto utile, stimolante.

Un contesto che non si può creare artificialmente; ma che un regista come Emidio Greco avrebbe desiderato, e meritato. Emidio soffriva in silenzio, cercava di inserirsi nel contesto con il rigore del suo atteggiamento, manovrando e sperando.

Se ne va e credo che sarebbe felice se qualcosa si potesse fare per cogliere dalla sua esperienza almeno il desiderio di creare le premesse di un cambiamento anche piccolo. In un cinema italiano che si affaccia al 2013 e agli anni che verranno.

Vedrò, rivedrò i tuoi film Emidio, per ringraziarti, e anche per le riflessioni che la tua prematura scomparsa mi ha suggerito. Sperando che le note dolenti possano dissolversi nel meglio in futuri non troppo lontani. Ciao.

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